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Ortezzano Pagani-chiesa S.Maria 150

Vincenzo Pagani ad Ortezzano

“Madonna in trono con bambino e Santi Girolamo, Sebastiano, Francesco e Agostino” – Pala d’altare, olio su tela 182×150, della chiesa di Santa Maria del Soccorso

Già nel 1728 gli altari della Chiesa di santa Maria del Soccorso sono tre e quello maggiore è ornato da una tavola così descritta nell’inventario di quell’anno della Confraternita del Santo Spirito e Sacramento: “il quadro dipinto in tavola antico con figure della Madonna SS.ma che tiene in braccio il Bambino, di S. Girolamo, di S. Sebastiano, di S. Francesco e d’un altro Santo Vescovo, con cornice dorata di legno attorno esso quadro con l’effige di S. Francesco dipinto nella muraglia a cornu epistole e di S. Antonio a cornu evangeli, con altre pitture diverse in ambedue i lati, con un cielo di sopra di legno lavorato e dipinto, con croce in mezzo e Spirito santo stemma di essa Compagnia”.
Quest’opera, di notevole interesse, è collocata ancora oggi sull’altare maggiore; realizzata con olio su tavola, ha dimensioni di 182×150 cm e raffigura la Madonna in trono col Bambino e i santi Girolamo, Sebastiano, Francesco e Agostino (?).

 

La tavola citata in letteratura solo nell’ultimo secolo, viene universalmente riconosciuta a Vincenzo Pagani e collocata nel primo periodo dell’attività del pittore monterubbianese; secondo la critica si tratta addirittura della sua prima opera, dove sono ancora molto forti le influenze della scuola del Crivelli, così feconda nelle Marche sin oltre i primi del secolo XVI.

Vincenzo Pagani riceve la sua prima formazione nella bottega del padre Giovanni, dove alle suggestioni crivellesche si uniscono le novità della pittura umbra; se nelle sue prime opere Pagani si rifà ai modi crivelleschi, come nella pala di Ortezzano, in un secondo momento, invece, l’accrescimento nella resa dei tipi e della composizione è da riferire all’esempio di Luca Signorelli, conosciuto attraverso il polittico d’Arcevia.
Il Mannocchi, nel 1900, attribuisce il dipinto di Ortezzano ad uno dei Crivelli, sostenendo che esso rappresenti la Presentazione di Gesù al vecchio Simeone.
Carlo Astolfi, nel 1905,riconosce per primo la paternità del dipinto, rappresentante la Madonna in trono con puttino ignudo, che benedice S. Francesco e identifica gli altri santi in: sant’Antonio mitrato con barba e, dall’altro lato, san Girolamo e san Sebastiano.
Anche il Serra, nel 1936, attribuisce la pala a Vincenzo Pagani; egli così descrive l’opera: ”su i un trono marmoreo grigio rosato è seduta al centro di prospetto, la Vergine con manto azzurro e veste rossa, reggendo il bambino sulle ginocchia. A destra in piedi, sono raffigurati Sant’Agostino e Sant’Antonio da Padova, a sinistra San Sebastiano e San Girolamo, quest’ultimo nell’atto di offrire una chiesa”. L’autore identifica il santo vescovo Agostino e propone l’errata identificazione del san Francesco con Sant’Antonio di Padova, errore che viene passivamente accettato da tutta la bibliografia successiva. Nel 1968 Cecchini redige la prima scheda critica del dipinto, proponendo come datazione il 1510, sulla base dell’evidente influsso crivellesco.
Il cartiglio, la candela, le ciliegie e anche il motivo romboidale alla base del trono, nonché il gruppetto di raggi alla sommità e ai lati del capo do Gesù, possono essere accettati come “sigla autografa” di Vincenzo Pagani; molti di questi elementi, di derivazione crivellesca, si ritrovano in altre opere del pittore monterubbianese.
Il periodo giovanile di Vincenzo Pagani è ancora lontano dall’intima adesione culturale alla scuola del Signorelli e del Perugino e alla maniera del Raffaello che tanto marcatamente determina gran parte della sua produzione pittorica, non priva anche di legami con il mondo veneto presente nelle Marche, grazie all’attività di artisti come Antonio Solario e Lorenzo Lotto.
Per la tipica struttura ancora quattrocentesca, che si avverte nella semplicità dello schema compositivo, nella rigida immobilità delle figure, nella cui impostazione, oltre ad elementi veneti confluiscono pure ricordi della scuola di Lorenzo D’Alessandro, per la completa assenza del paesaggio d’origine cinquecentesca, che sarà, in seguito, una nota costante e vivace della pittura del Pagani, è stata ormai accettata dalla critica la datazione proposta dal Cecchini al 1510.
Nel 1968 l’opera è oggetto di restauro, che ne sana i sollevamenti e le cadute dell’imprimitura e del colore causati dall’incurvamento delle tavole di supporto e dall’apposizione sul dipinto di numerosi ex voto. Il fissaggio delle zone sollevate dell’imprimitura e del colore ha preceduto la pulitura con la rimozione dei rifacimenti e delle alterazioni, consentendo così di recuperare gran parte della pittura originale.

 Giusy Scendoni

(Tratto da “Da Hortentius a Ortezzano” nuove ricostruzioni e proposte storiche – A cura di Giusy Scendoni)

Tutto Pagani:   http://www.livinginmarche.it/sulle-tracce-di-vincenzo-pagani/