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Ulivone di Campofilone

Ulivone di Campofilone

Ulivo – località fosso Canale
Circonferenza m. 4,20

Certo, questo ulivo rappresenta ben poca cosa a paragone con altri celebri ulivi italiani, quali l’olivastro di Luras, che in tremila anni ha raggiunto una circonferenza di tronco di 13 metri, o l’Olivone di Canneto Sabina, capace di produrre venti quintali di olive l’anno.

L’esemplare radicato lungo il fosso Canale, che presentiamo in questa immagine, potrebbe solo accampare il titolo di “Ulivo più grande delle Marche” (nessun censimento ne ha portato alla luce uno di maggiori dimensioni). La grandezza, oltretutto, si riferisce soltanto all’estensione del tronco, peraltro molto fessurato, in quanto, per tutto il resto, la pianta non si differenza dalle molteplici sue simili disseminate nei paraggi, e che potrebbero essere sue coetanee. Per raggiungere il venerando vegliardo, occorrerà risalire la strada provinciale che risale il fosso Canale, piccolo corso d’acqua che sfocia a Ponte Nina, fra Pedaso e Cupramarittima. Dopo un paio di chilometri, la strada varca per la prima volta il torrentello, ma non è necessario farlo. Mentre la strada gira a destra, per imboccare il ponte, ne parte un’altra, bianca, sulla sinistra, che in circa duecento metri conduce ad una casa colonica abbandonata, circondata da molte piante di fichi che quasi nessuno raccoglie. A fianco della casa, è radicato l’ulivo.
Impossibile determinarne l’età, forse più che bisecolare. Un contadino interpellato, settantenne, che per tutta la vita ha lavorato nel podere, lo ricorda sempre uguale e sempre presente.
A questo punto, viene spontaneo porsi una domanda: perché, nelle Marche, non esistono ulivi ultradatati quali molti esemplari che si incontrano in Puglia, in Sardegna, in Toscana, in Abruzzo, ecc?
Ci viene in soccorso, con una interessantissima delucidazione, il prof. Luigi Rossi, noto studioso di storia locale.
Dopo il 1600 – spiega il professore – sembra quasi ci sia stata una enorme moria di ulivi, qualcosa di simile a quanto si dice sull’estinzione dei dinosauri. Tutti gli esemplari che si conoscono, infatti, anche i più antichi, non retrocedono oltre il 1800. D’altra parte, il sistema della mezzadria, che era quello in vigore nelle Marche fino a pochi decenni or sono, non favoriva di certo la coltura dell’ulivo. Per contratto, infatti, l’intera produzione di olio spettava al padrone, mentre il contadino aveva diritto soltanto alla “’casca”, cioè alla raccolta delle olive che cadevano spontaneamente prima della raccolta ufficiale, e anche questo con un limite: il contadino non avrebbe avuto neppure quella, nelle annate particolarmente ventose.
Questo faceva sì che il colono non si sentisse affatto incentivato a curare le piante di ulivo, anzi, egli si sentiva più propenso a desiderarne la morte. Per questo, egli si rivolgeva ad altro genere di condimento che non l’olio; da qui, l’allevamento del maiale con tutti i suoi derivati (strutto, lardo, pancetta…) e per conseguenza il favore concesso alle querce, così preziose per le ghiande.
La spiegazione del Rossi si dilunga su nuovi particolari, atti a far comprendere altri perché dell’assenza di grandi ulivi.
Uno dei prodotti di maggior pregio, nei secoli in questione, era senza dubbio il grano; basti pensare che in certi anni di carestia il suo prezzo fu talmente alto che mezzo rubbio (l’equivalente di un quintale attuale) corrispondeva allo stipendio annuo di un impiegato. Per conseguenza, molti contadini spiantarono i vigneti per coltivare grano al loro posto.
Il vino, tuttavia, era ugualmente necessario, pertanto le viti venivano ancora coltivate. Come? piantate isolate, e con il criterio di far occupare loro il minor spazio possibile. Per questo, esse venivano “maritate” a un albero che aveva la sola funzione di sostegno. Questo albero di sostegno non avrebbe mai potuto essere un ulivo il quale, essendo pianta sempreverde, non avrebbe consentito la coltivazione del grano alla sua ombra. Per questo le viti vennero maritate esclusivamente con aceri campestri e olmi che avevano una duplice utilità: il loro fogliame era buono come foraggio per le vacche, e sotto la loro chioma, essendo piante a foglia caduca, il grano poteva crescere indisturbato fino ad aprile – maggio, cioè fin quasi alla mietitura.

Ulivone di Campofilone

Ulivone di Campofilone

Ma… sono davvero tutti scomparsi, gli ulivi anteriori al 1800? E se quello radicato nella valle del fosso Canale fosse proprio uno di quelli antecedenti l’estinzione? Un’ipotesi veramente allettante! D’altronde, la sua collocazione a margine dell’aia, cioè in un punto dove, oltretutto, non creava fastidio al contadino, potrebbe essere alla base della sua sopravvivenza.
Ora che la casa è abbandonata da tempo, forse più nessuno si recherà a rendere visita all’Ulivo, nemmeno per dirgli che è il più grande delle Marche.

Valido Capodarca