Montegiorgio → Arte

È difficoltoso seguire le tracce della scultura dei secoli XIII-XIV dove distruzione e rifacimenti hanno completamente modificato le linee architettoniche degli edifici e disperso quanto di apparato scultoreo in essi era contenuto, rendendo oggi impossibile ricostruire le vicende storiche dei singoli frammenti.

Quello che rimane, dopo le manomissioni e i rifacimenti dei secoli successivi, pur non consentendo di restituire un quadro completo ed organico dello sviluppo dell’arte scultorea e pittorica, ci rivela una ricchezza di soluzioni plastiche e di elementi pittorici notevole. La scultura è in gran parte legata all’architettura. Particolare importanza acquistano i portali, che diventano delle opere d’arte in sé di grande impegno.
Entro questo panorama frammentario va ricordato il busto di Cristo benedicente che tiene con la sinistra un libro aperto, iscritto, del 1113, in travertino, proveniente dalla chiesa di S. Francesco, il cui schema iconografico, di radicata tradizione bizantina, è quello ricorrente in età tardo medievale, sia nella statuaria, sia nella pittura che nei mosaici1. Particolare interesse suscita l’Arco del Trecento della chiesa conventuale di S. Salvatore, ci si trova di fronte un mondo figurativo pregevole, di elevata qualità stilistica e plastica, cronologicamente riferibile ai primi decenni del Trecento. Nel portale costituito da tre arcate di varie dimensioni, poggiante su semipilastri e semicolonne, è presente la storia della Genesi, il peccato originale e la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Il brano biblico si snoda ritmicamente tra elementi figurativi derivati dal mondo vegetale, tralci, grappoli, foglie e da quello animale, con una raffinata concentrazione plastica ed estro creativo. Il repertorio figurativo diviene brano esplicativo per un pubblico semplice e la colpa e la pena come pure il bene e il male sono monito per il fedele; sottesa all’opera degli scultori non è da escludere anche una sorta di riflessione filosofico- dottrinale per lo spettatore colto.
Un’eco del portale di S. Salvatore di Montegiorgio riecheggia in quello di S. Maria di Castelnuovo a Recanati come pure nelle formelle del palazzo degli Anziani di Ancona. Sono testimonianze scultoree che acquistano particolare valore se non le si considerano solo come episodiche espressioni di maestranze girovaghe, ma matrice di una tradizione locale che si svilupperà nel corso dei secoli successivi.
Della chiesa di S. Salvatore desidero ricordare le sculture a tutto tondo rappresentanti
due leoni databili sul finire del XIII secolo, sicuramente basamenti di colonne del portale di una chiesa cittadina, verosimilmente la chiesa di S. Salvatore annessa al convento degli agostiniani, che l’incuria, l’indifferenza e un impoverimento culturale in genere, hanno veicolato verso il mercato antiquariale.
Un mesto ricordo di quelle pregevoli sculture ci è dato da due superstiti leoncini, che dovevano essere appoggiati su binari di colonnine, dell’elegante portale di travertino, con archivolti a pieno centro e capitelli finemente scolpiti, della chiesa di S. Francesco del 1325, come si ricava da un’iscrizione, per opera di maestro Gallo: scultore, architetto? L’artefice è per me un nome tramandato dalla firma incisa sul portale stesso, al quale però non so riferire ulteriori opere né delinearne una personalità dai contorni più precisi, sicuramente il suo operato è espressione di quella operatività che esce dall’anonimato collettivo, per assumere una connotazione specifica: «Un magister al cui seguito si forma un gruppo di artigiani. Non una scuola nel senso rinascimentale di bottega, ma una lezione comune assimilata e arricchita da esperienze
individuali» (Marina Massa).
Purtroppo a Montegiorgio come in tante altre chiese delle Marche i grandi rifacimenti degli interni, o i restauri degli stessi nel corso del Settecento, costrinsero ad allontanare dalle pareti i monumenti così come i polittici degli altari. Già nel XVII secolo non erano più esistenti gli affreschi della chiesa agostiniana per essere state le pareti più volte tinteggiate a calce. È andato disperso il polittico della chiesa di S. Salvatore di cui si ha notizia nelle memorie storiche del padre maestro Antonio Pupi del 1680.

«Nella muraglia del coro di detta chiesa più tardi fu posto un quadro de tavola,fatto da Giovanni Bolognese, pittore eccellente di quelli tempi [= fine del sec. XIV]; e così stette sempre detto altare maggiore in a tanto che, per ordine di Monsignor Gallucci [Provinciale dal 1613 al 1615] fu rimodernato e detto quadro fu portato in Sacrestia, dove sin’ora si conserva e si può vedere, effigiato di varie e belle figure di Santi: S. Agostino, S. Nicola da Tolentino e S. Lorenzo sul
lato sinistro, al centro la Madonna col Cristo, al lato destro le immagini intere di S. Giovanni Battista, S. Bartolomeo e Santo Stefano; a corrispondenza di tre per tre, al di sopra delle figure nominate, si vedono altre sei immagini distinte di Santi; da piedi, come in prospettiva d’uno scalino di detto quadro, stanno dipinte le faccie di Cristo in mezzo a 6 Apostoli per parte».

Per formulare un’idea dell’elaborata struttura compositiva basterebbe osservare quello, con minori comparti, conservato nella pinacoteca di Bologna, studiato da Roberto Longhi in Viatico per Cinque Secoli di pittura Veneziana e restituito a Giovanni da Bologna.
Sempre dalla chiesa di S. Salvatore, poi S. Agostino, dipinta per l’ottavo altare proviene la tavola della Madonna dell’Umiltà, nota anche come Madonna della Luna, di Francescuccio Ghissi, le cui notizie si hanno dal 1345-1374, oggi conservata sull’altare maggiore della chiesa di S. Andrea.
Il dipinto, a tempera, firmato e datato in basso: HOC OPUS FECIT ET DEPINSIT FRANCISCUTIUS CHISSI DE FABRIANO SUB ANNO DOMIN(I); MCCCLXIIII, rappresenta la Vergine che allatta il Bambino su fondo dorato, seduta sotto un arco sopra un cuscino posto sul pavimento, sotto il piede sinistro è dipinta la luna. Un angelo è inginocchiato presso di lei, con le mani conserte al seno e una corona di fiori in testa. In alto due tondi rappresentano, in due mezze figure, l’Annunciazione dell’Angelo e Maria. La Madonna è circondata da dodici stelle, sull’aureola è inciso: AVE GRATIA PLENA DNS TECU(M).
La mulier amicta sole, et luna sub pedibus eius, et in capite eius corona stellarum duodecim è nata tra gli ordini mendicanti come rappresentazione dell’Immacolata Concezione, particolarmente diffusa nelle Marche (Simi Varanelli). È un esempio quanto mai icastico della virtù e dell’umiltà, peculiare della regola mendicante. Nelle Marche, sulla base delle conoscenze attuali, sembrerebbe che i maggiori committenti dell’immagine siano stati gli Agostiniani. Oltre alla nostra di Montegiorgio, due altre immagini provengono da chiese agostiniane a Corridonia e Ascoli Piceno.
Ascrivibile alla prima metà del Quattrocento sono i lacerti di affresco dalla fine intonazione cromatica, di una figurazione più ampia, rappresentanti Madonna con Bambino e Angeli, esistente sulla parete superstite del 6° altare del complesso basilicale di S. Salvatore di ignoto pittore umbro marchigiano dove mi sembra ravvisare un’eco della di grazia malinconica del Pinturicchio. Assonanze stilistiche rimandano all’affresco Adorazione dei Magi della chiesa di S. Maria in Viminatu a Patrignone di un seguace di Marino Angeli.

Mario Liberati

“Montegiorgio” di Mario Liberati – Andrea Livi Editore – pag. 226, 229