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Storia di Lapedona

Borgo e territorio nel tempo

Borgo e Territorio

Il castello di Lapedona è documentato fin dal 1148 quando il vescovo di Fermo conferma l’appartenenza della chiesa di San Quirico al suo interno all’eremo di Santa Croce di Fonte Avellana. Sorgeva su un valico collinare della strada interna che dall’età romana collegava Fermo con Cupra, all’incrocio con quella che dalla Salaria marittima all’altezza dell’approdo di fosso San Biagio risaliva verso Monterubbiano per unirsi alla Salaria Picena che collegava Ascoli e Fermo. Successivamente, tuttavia, gli abitanti da quel luogo strategico si trasferirono sulla sommità della collina sovrastante a poche centinaia di metri verso levante perché meglio difendibile. Qui, agli inizi del ‘300, costruirono una nuova chiesa di San Quirico associandovi il titolo di San Giacomo essendo priore al momento Giacomo da Ascoli. Le case abbandonate vennero distrutte ma non la vecchia chiesa romanica che, parzialmente crollata, fu restaurata nel secolo scorso. Il nuovo incasato si ampliò con l’incastellamento degli abitanti provenienti da altri insediamenti sparsi nelle campagne ciascuno dei quali si pose, riedificandovi la propria chiesa, in direzione del luogo di provenienza onde poter controllare dall’alto le proprie terre. Si formarono quindi quattro quartieri: da capo, verso occidente, con la chiesa principale di San Quirico e Giacomo; da piedi, verso oriente, con la chiesa dei Santi Lorenzo e Pietro proveniente dalla omonima chiesa romanica ancora esistente presso il cimitero; al centro, verso mezzogiorno o da sole, con la chiesa di Santa Maria in ricordo dell’antichissimo insediamento di Santa Maria di Saltareccio; a nord o da bora con la chiesa di San Nicolò e San Martino dal nome del castello distrutto posto verso Fermo. Il nuovo castello, di forma ellittica, fu subito cinto di mura sui lati accessibili verso est e sud dove si aprono le due uniche porte: “marina” e “da sole”.
Non si conosce l’origine e il significato del nome di Lapedona che peraltro in passato era indifferentemente detta Pedona e Lapedona. Sono state fatte varie ipotesi più o meno fantasiose: che così sia stata chiamata dai Pelasgi che l’avrebbero fondata o dai Romani per la presenza di pietre (“lapidem donat”), per essere una “duna” non di sabbia ma di pietre o per essere stata fondata da tal Lapidio; potrebbe essere stata chiamata così nel medio evo per la sua posizione su una strada pedonale o per la presenza, attestata fino all’inizio dell’800, di una grossa zampa di bue di marmo bianco di probabile origine greca o romana.
La parrocchia principale dei SS. Giacomo e Quirico e le altre chiese furono sotto la giurisdizione dei monaci di Fonte Avellana fino alla soppressione di questo ordine nel 1569 e tornarono alle dipendenze del vescovo di Fermo nel 1584.
La giurisdizione civile, invece, appartenne fin dalle origini alla città di Fermo alla quale il vescovo l’aveva affidata appena formatosi il comune in questa città agli inizi del XIII secolo. Considerato castello di marina “mediocre” era governato da un “vicario”, nominato dalla città di Fermo, e da quattro “massari” estratti dall’elenco dei capifamiglia.
Il territorio comunale di Lapedona si estende tra quello di Fermo ed il fiume Aso per una ampiezza di 14,81 kmq. E’ esclusivamente collinare ad eccezione di una breve fascia nel fondovalle dell’Aso. Questo fiume ed altri tre corsi d’acqua minori ad esso paralleli incidono delle valli assai profonde che sfociano direttamente sul mare tra elevate colline: sono i tre colli rappresentati nello stemma comunale e che fanno di Lapedona, che sorge su uno di essi, una “terrazza sul mare” anche se il suo territorio si ferma a un miglio dalla spiaggia. Benché l’attività agricola si sia spinta anche in luoghi impervi, restano ampie fasce di vegetazione spontanea in prossimità dei corsi d’acqua e verdi boschi sulle pareti più acclivate e sulle sommità delle colline. Il paesaggio, pertanto, tra una molteplicità di appezzamenti coltivati, luoghi incolti, selve e corsi d’acqua, è estremamente vario e gradevole.
La presenza dell’uomo ha definito dei nomi per i diversi luoghi, spesso riferiti alle caratteristiche naturali o alla presenza di chiese: il fosso della Torre che dirige verso Torre di Palme, quello della Fonte, quello dell’Acquarello e il fiume Aso chiamato così dai primi abitatori di questi luoghi nella preistoria; il colle di San Martino dal nome di un antico castello che vi sorgeva, quello della Madonna Bruna, di Piemarano, di San Michele, di Madonna Manù, di Montepregnano, di Saltareccio, che in latino vuol dire pieno di boschi e dov’era un altro castello, e di Montemaggio, il maggiore, che domina sull’ampia vallata dell’Aso.
Nomi, questi, che rimandano alla presenza romana, per altro largamente testimoniata da ruderi di ville rustiche, urne funerarie, tracce della centuriazione e, soprattutto, all’età medievale quando le campagne furono ricolonizzate dai monaci e dai signori longobardi che vi edificarono castelli, corti e chiese. Se il territorio di Lapedona si protende verso sud, fino a toccare con una stretta fascia il fiume Aso, lo si deve, appunto, ad uno di questi signori, Transerico del castello di Saltareccio, che aveva proprietà fino al fiume dove erano i suoi mulini e che nel 1028 donò tutto al vescovo di Fermo. Formatosi successivamente il comune, non si rinunciò mai a questa fascia di terra che consentiva l’accesso al prezioso mulino.
Distrutti i castelli e le corti sparse a seguito del trasferimento di tutta la popolazione all’interno del nuovo paese nel corso del XIII secolo, il territorio comunale, costituito dall’insieme delle proprietà dei signori inurbati e del vescovo, fu diviso in senaite, cioè in fasce concentriche con valori delle terre, ai fini del pagamento delle tasse, che diminuivano mano a mano che ci si allontanava dal centro urbano. Nella prima fascia, immediatamente sotto le mura, c’erano gli orti, nella seconda prevalevano le vigne, nella terza i seminativi arborati, nella quarta i seminativi nudi e nella quinta i pascoli e le selve.
La proprietà della terra, elemento fondamentale in passato quando non si disponeva di altre risorse, è collegata all’andamento della storia economica generale: con la fine dell’età feudale e la formazione del comune quasi tutti gli abitanti erano divenuti proprietari, anche se di piccoli appezzamenti, avendo fatto valere i loro diritti sulle terre che coltivavano. I ricorrenti periodi di crisi e le carestie che si succedettero dalla metà del Trecento fino ai primi dell’Ottocento costrinsero, però, la maggior parte delle famiglie a vendere la terra a chi aveva maggiore forza economica o più peso politico. Dai dati dei catasti, a partire dal primo che è del 1550, risulta che in quegli anni i cittadini di Lapedona avevano ancora in mano il 69% delle terre e gli ecclesiastici il 21%. Nel 1674 le proprietà locali, che erano scese da 182 del 1550 a 139, avevano soltanto il 40,6% del territorio. Nel secolo successivo si ha un vero e proprio tracollo: nel 1783 sono a catasto in qualità di proprietari, solo 69 residenti ai quali è restato soltanto dell’8,8% del territorio. Ad essi sono subentrati i signori fermani che portano la proprietà dall’7,6% del 1550 al 35,9% e, soprattutto, la Chiesa che nel Settecento finisce per avere in mano oltre il 55% del territorio comunale. E’ questa la fase alla quale si deve riferire l’assetto attuale della campagna e del paesaggio agrario lapedonese, anche se la situazione della proprietà è profondamente mutata negli ultimi decenni.
Il processo di riunificazione degli appezzamenti e di formazione di proprietà maggiormente estese rispetto alla situazione medioevale ha reso possibile a Lapedona, come nel resto delle Marche, l’introduzione del contratto di mezzadria che modellerà le forme del paesaggio e caratterizzerà l’assetto economico e sociale del paese. I nuovi proprietari organizzano poderi, che tendono ad essere unità produttive autonome ed autosufficienti, e costruiscono in campagna case per i coltivatori e torri colombaie o palombare per l’allevamento dei piccioni. Nel 1611 nel territorio di Lapedona si contano già 36 case coloniche, 9 case con palombara e 3 palombare isolate. Nel 1674 gli edifici in campagna sono 82 di cui 18 sono palombare. Nel secolo successivo si ha un modestissimo incremento del numero delle case rurali, mentre nei cinquanta anni che vanno dal 1783 al 1834 si forma un nuovo podere in media all’anno. Nel 1929 le case coloniche saranno 199. Il numero delle aziende agricole, a prevalente conduzione mezzadrile, aumenta fino a raggiungere il massimo di 264 nel 1961 per poi cominciare a scendere con lo spopolamento delle campagne negli ultimi trent’anni. Al 1991 le aziende agricole erano 168 e quasi tutte a conduzione diretta.
Il sistema della mezzadria, che qui era detta lavoreccio, non è, come può credersi e dovrebbe essere in teoria, una associazione tra un concedente e un conduttore con divisione a metà di utili e perdite. E’ un contratto variabile a seconda della forza contrattuale dell’una o dell’altra controparte ed è superfluo osservare che il contadino non ha, in genere, alcuna possibilità di far valere le sue ragioni potendo essere licenziato in qualsiasi momento. Il proprietario, dato l’affollamento delle campagne, troverà sempre qualcun altro da mettere a posto del mezzadro licenziato. Avviene così che la maggior parte delle opere necessarie per la costituzione del podere (dissodamenti, piantagione di alberi, siepi, scorte di sementi, animali da lavoro e di bassa corte, attrezzi,. ecc.) sono a carico del mezzadro che deve collaborare anche alla costruzione della casa. Il proprietario ha inoltre diritto ad imporre corvées e regalie, ossia giornate di lavoro fuori dal terreno e regali mensili (uova, polli, agnelli, formaggio, ecc.) a compenso dell’affitto della casa e a scomputo di quanto gli animali possano aver sottratto al raccolto prima della divisione.
La maggior parte della popolazione di Lapedona vive, fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, nella dura condizione di mezzadri. I poderi sono generalmente molto piccoli, scomodi e scarsamente produttivi. Le case coloniche più antiche sono molto modeste, costruite di pietre e mattoni od anche di terra (atterrati). Raramente hanno la tipologia classica della casa mezzadrile marchigiana, che è abbastanza ampia ed ha l’abitazione colonica al piano superiore, al quale si accede con una scala esterna terminante in una loggetta, ma più spesso hanno cucina e stalla al piano terra separate da una scala interna che porta a un paio di camere da letto e al magazzino, secondo una tipologia assai diffusa nella valle dell’Aso. La stalla è in genere molto piccola perché la scarsità di foraggio non consente l’allevamento se non di pochi capi indispensabili al lavoro dei campi. Ogni casa, tuttavia, è dotata delle strutture indispensabili all’azienda: la cantina, la capanna, il pollaio, il porcile, l’ovile, l’aia in acciottolato, mattoni o terra battuta. Non rimane traccia, nel territorio di Lapedona, delle numerose palombare che erano state edificate fino al Settecento per la produzione di carne pregiata e di concime ma anche come punto di difesa della proprietà e di riparo per i coltivatori. Sono invece abbastanza numerosi i casali, che sono aggregazioni di modeste abitazioni di piccoli coltivatori generalmente appartenenti allo stesso clan familiare, e le case comuni ossia quelle che hanno una parte riservata al proprietario. In questo caso alle due abitazioni spesso si affianca una chiesetta, una edicola sacra od anche una scuola rurale andando a formare un complesso edilizio alquanto articolato che diviene punto di riferimento dell’intera contrada. Qui ci si ritrova per la messa domenicale ed ogni anno vi si organizza una festa che, oltre al momento religioso, prevede lo svolgimento di gare e giochi popolari od anche, come nel caso della Madonna Bruna, di una fiera. Queste feste campagnole che si svolgono generalmente a primavera, vedono un grande concorso di popolo proveniente anche dai paesi vicini e sono occasione di incontro, di scambio di informazioni e di prodotti, di affari, di approcci amorosi. Non solo il paese, dunque, ha il suo santo protettore, San Quirico che è di tutti: anche la campagna ha i suoi culti. Le chiese sono disposte agli incroci o lungo l’asse viario antico, che ripete i tracciati della centuriazione romana, a partire da San Quirico nella contrada dov’è l’antica chiesa romanica dedicata in origine al santo bambino che sorge all’incrocio delle strade provenienti da Fermo, da Torre di Palme e dal mare e che proseguono per Monterubbiano l’una e per l’Aso l’altra fino a Cupra. Le chiese della Madonna Bruna, di San Martino, di Santa Elisabetta sono sulla direttrice per Fermo e Torre di Palme, mentre Madonna Manù, San Pietro, San Quirico, San Michele sono sulla strada che collega Monterubbiano e l’interno al mare; Santa Maria di Saltareccio e Sant’Anna, invece, sono sui percorsi verso sud. Di alcune di queste chiese, però, non restano che i ruderi o soltanto il nome.
Tutte le case coloniche sono collegate alle vie principali da strade vicinali e da percorsi interpoderali spesso delimitati da siepi, filari di querce, olmi, gelsi. L’abbandono delle campagne e le modifiche dei sistemi colturali hanno però fatto perdere molti tracciati, la vegetazione di confine è stata eliminata e spesso anche quella riparia che cresceva sulle sponde dei fossi.
Importanti aree a vegetazione spontanea con residui di macchia mediterranea tuttavia residuano in più parti del territorio comunale. All’ampio bosco di roverella che copre i colli di Madonna Bruna e San Martino, corrisponde una altrettanto vasta zona boschiva tra Saltareccio e Monte Maggio, mentre il corso dell’Aso e dei fossi principali è ancora delimitato da una sufficientemente ampia fascia di flora caratteristica delle zone umide. Il resto del territorio è utilizzato per l’agricoltura che, in ogni caso, non ha distrutto totalmente il verde lasciando qualche quercia, molti olivi ed alberi da frutto ad abbellire il paesaggio.

Luigi  Rossi