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Storia di Altidona

Borgo e territorio nel tempo

Borgo e Territorio

Il castello di Altidona nasce tra XII e XIII secolo a seguito del trasferimento su uno sperone collinare di insediamenti sparsi nel territorio circostante. In primo luogo della pieve dei SS. Maria e Ciriaco che sorgeva circa un miglio a sud dove sono ancora visibili i resti. Quindi ad incastellarsi furono gli abitanti e le chiese di pertinenza del castello di Barbolano che sorgeva nella omonima contrada verso il mare. Mentre della Pieve non si hanno documenti se non del XIII secolo, gli insediamenti della contrada Barbolano sono documentabili dall’età romana dato il rinvenimento di numerose anfore recanti il bollo BARBULA che presumibilmente era il proprietario di quelle terre. Un deposito con centinaia di questi contenitori fu rinvenuto in località S. Biagio immediatamente a nord di Barbolano in prossimità della spiaggia. La presenza di anfore con tale bollo sia a Roma che in molte località del valle padana attesta della vasta area di diffusione del vino prodotto in questa zona. Inoltre in contrada Aprutina, a meridione di Barbolano, è ancora visibile una cisterna romana di notevoli dimensioni e si ha notizia di una statua di Esculapio rinvenuta agli inizi del ‘900 poco più a valle.
Presumibilmente sui resti della villa di Barbula nel medioevo sorse il castello di Barbolano che nel 1032 la badessa Ramberga dona all’abbazia di Montecassino insieme alle chiese di S. Biagio e S. Maria poste nella stessa contrada. Nel 1214 il castello passa sotto la giurisdizione fermana mentre le sue chiese dipendono dai Farfensi di S. Vittoria in Matenano. Non si hanno più notizie di esso dalla metà del XIII secolo, probabilmente fu distrutto a seguito del trasferimento in Altidona dei suoi abitanti, dei monaci e della chiesa dedicata a Sant’Angelo che tuttavia restò di pertinenza dei Farfensi fino al XV secolo. La chiesa di S. Biagio restò in piedi fino ai primi dell’800 mentre quella di S. Maria detta di Manù è ancora esistente. Essa, seppure in territorio del comune di Lapedona, è di pertinenza della parrocchia di Altidona.
Non si conoscono le origini e il significato del nome di Altidona. Esso appare per la prima volta nel documento di Aldobrandino d’Este del 1214 quando viene ufficialmente consegnato ai fermani. Il Brandimarte, primo storico del paese degli inizi dell’800, convinto che il paese fosse stato fondato dai Siculi o dai Liburni, sostiene che il suo nome, come quello di Lapedona, risalga a quei tempi e vada assimilato a tutti gli altri terminanti in –ona (Ancona, Ortona, Valona, ecc.). Altri sostengono che il nome derivi da altum dunum e voglia semplicemente indicare: monte alto. Ma il termine dunum non esiste in latino né il castello sorge sul colle più elevato dei dintorni. Recentemente è stata avanzata l’ipotesi di un apparentamento con Lapedona per cui l’una sarebbe (il)la Pedona e l’altra alte(ra Pe)dona. Ma resta sempre da spiegare il significato di Pedona che potrebbe riferirsi alle caratteristiche delle strade dal momento che entrambi i castelli sorgono su incroci dei percorsi (prevalentemente pedonali) est-ovest con quelli nord-sud, nell’antichità e nel medioevo abbastanza importanti.
Il fatto che Altidona sia documentata fin dagli inizi del Duecento non significa tuttavia che il castello così come lo vediamo oggi risalga a quel periodo. Certamente aveva una rocca, un incasato, una chiesa e una porta d’accesso. Il nucleo principale probabilmente era in origine nella parte sud-occidentale dell’attuale paese ma la cinta muraria, le altre porte e l’impianto complessivo sono da riferire all’età fermana e forse al XIV secolo che è un periodo di grande sviluppo economico, politico e demografico della città e dei suoi castelli. I materiali, le tecniche costruttive, le dimensioni molto difficilmente, infatti, sono compatibili con gli anni intorno al Mille. Un dato comunque va evidenziato per Altidona, come per altri castelli della zona: la compiutezza dell’impianto che sembra rispondere piuttosto ad un progetto iniziale che essere frutto di successivi ampliamenti. Una regolarissima struttura naviforme cinta di mura e attraversata in senso longitudinale dalla via principale sulla quale confluiscono a pettine i vicoli chiusi di collegamento con le abitazioni, a doppio affaccio, disposte lungo essi brevemente a schiera. Tutti gli edifici, di modesta altezza e dimensioni, sono in cotto locale tranne i basamenti e parte dei muri degli edifici più antichi che sono in blocchi di arenaria di probabile riuso. La porta di accesso dalla via del mare, di Barbolano e del mulino è sul lato di nord-est sormontata da una torre mentre quella di collegamento con la campagna e i paesi dell’interno è sotto il “torrone del palazzo” (comunale), sul lato sud-ovest. L’apertura delle porte carrabili tra la chiesa e il palazzo comunale e in fondo alla via principale sul lato est è intervento recente.
La vita all’interno del castello è regolata statutariamente dalla città di Fermo che veniva detta “città dominante” o semplicemente “la dominante”. L’insieme dei capifamiglia, divisi per contrada, formava il consiglio generale che, però, fu sempre soltanto organo pletorico senza effettivi poteri legislativi decidendo, per tutti, Fermo. Il consiglio, comunque, predisponeva una lista di boni homines (una ventina) detta bussolo de’ Massari dalla quale, dopo l’approvazione di Fermo, ogni sei mesi venivano estratti quattro nomi per svolgere la mansioni, appunto, di massari. Costoro esercitavano i poteri esecutivi a mo’ di moderna giunta comunale. Sul comportamento di tutti e sulle decisioni degli amministratori locali vigilava, con ampi poteri di veto ed esecutivi, il Vicario, un rappresentante della città di Fermo che aveva anche poteri giudiziari per reati minori. Ad amministrare la giustizia ai livelli superiori provvedevano i tribunali ecclesiastici e civili di Fermo.
Per far fronte alle esigenze di bilancio sia del castello che della città dominante tutti i cittadini erano sottoposti ad una serie di tassazioni che potevano variare a seconda delle necessità locali o delle decisioni fermane. In ogni modo le imposte si dividevano in due ordini: quelle comunitative da pagare al comune e quelle camerali da pagare a Fermo e alla Camera Apostolica (governo pontificio). Le prime erano costituite soprattutto dal focatico (tassa sul nucleo familiare) e dalla tassa sul bestiame; le seconde si basavano soprattutto sull’imposta fondiaria. A queste tasse andava aggiunta le serie dei dazi sulle merci e sui beni di consumo. Il comune aveva anche delle entrate del suo: appaltava i pubblici servizi quali il mulino da grano e quello da olio, il forno del pan venale (quello che si vende) e di quello casaleno o delle donne (che si cuoce soltanto), la pesa, il macello, la raccolta degli stracci e delle fecce di botte, ecc. Il comune di Altidona aveva anche degli appezzamenti di terra ed una casa in paese che dava in affitto. Ugualmente in affitto veniva dato annualmente a qualche pastore il diritto di pascolo sul territorio comunale.
Il prelievo fiscale, indubbiamente, era pesante, tanto quanto la mancanza di autonomia e di libertà. Gli altidonesi più volte nella storia tenteranno, invano, di scrollarsi di dosso il giogo fermano.
Con il trasferimento nel castello di tutti i residenti, compresi quelli di Barbolano, il territorio si definì grossomodo sui confini attuali: ad est il mare, a nord Fermo, a ovest Lapedona e a sud il fiume Aso per una estensione di circa 1300 ettari, prevalentemente collinare. Il castello è il centro della gestione economica e produttiva e la campagna si struttura in funzione del centro e della progressiva espansione delle attività e degli interessi urbani. Interessi che, dopo la chiusura di Fermo alle attività mercantili tra Quattrocento e Cinquecento (e in questa ottica va forse vista anche la decadenza e la fine di Barbolano e del sottostante scalo di San Biagio), ripiegano definitivamente sulla terra anche nei castelli dove le famiglie più abbienti di quella città avevano investito per lo più i proventi delle precedenti iniziative. Nel caso di Altidona, i cui abitanti sono legati alla terra anche da vincoli di proprietà e provenienza sui quali si basa lo stesso titolo di appartenenza alla comunità, con i diritti che questa appartenenza comporta, il territorio, benché disabitato, è praticato, conosciuto e nominato in ogni suo angolo al pari delle vie e dei vicoli del paese. Tutta la campagna è attraversata da un gran numero di strade e sentieri che, incrociandosi, danno vita ad una cinquantina di contrade all’interno delle quali è facile individuare le singole proprietà.
Ai fini catastali, ma forse anche immobiliari, alle terre è attribuito un valore che prescinde dalle capacità produttive o dalla giacitura, come sarebbe oggi. Esse valgono in rapporto alla loro distanza dal centro urbano e quindi alla facilità di essere sorvegliate, raggiunte e coltivate. Per questo, fino a che non si diffonderà in maniera massiccia la mezzadria e l’insediamento dei coltivatori sulla terra e cioè fino al secolo XVII, il territorio comunale è diviso, partendo dalle mura del paese, in fasce concentriche dette senaite o senate. Ciascuna di queste fasce si specializza dal punto di vista delle coltivazioni e le proprietà in essa comprese hanno un valore, ai fini fiscali, progressivamente decrescente mano a mano che ci si allontana dal centro urbano per cui le terre più lontane finiscono per avere soltanto un quinto del valore di quelle più vicine.
Nella prima senaita, che si sviluppa immediatamente intorno alle mura per un centinaio di metri, sono gli orti con qualche baracca o cascina e molte piccole vigne; eventuali alberi da frutto o di alto fusto debbono essere distanti almeno dieci passi dalle mura, per ovvie ragioni di sicurezza. Nella seconda e terza senaita prevalgono le vigne e gli ulivi con spazi seminativi. Nella quarta i seminativi nudi, i sodi, le querce. La quinta, che sono le piane dell’Aso, le foci del fiume e dei fossi e le rive del mare, è il luogo delle paludi, dei pascoli, delle selve.
Il territorio di Altidona, che per circa 3 km. confina col mare, fu spesso interessato nei secoli scorsi dallo sbarco di slavi e albanesi che comunque si inserirono nel tessuto economico e sociale contribuendo soprattutto allo sviluppo dell’agricoltura e alla diffusione della mezzadria. Tra XVII e XVIII secolo la proprietà della terra, molto frazionata in precedenza, si concentra in un più ristretto numero di mani: qualche famiglia locale, molte fermane ma soprattutto enti ecclesiastici che alla fine del ‘700 hanno in mano il 48% della terra. Le campagne tornano a popolarsi e contemporaneamente cresce anche il numero dei residenti in paese formando il “borgo” fuori dalle mura lungo la strada della marina. Dal censimento del 1809 la popolazione di Altidona risultò di 1147 persone, delle quali 557 risiedevano in paese e 590 in campagna. Nel corso dell’800 allo sviluppo dell’agricoltura si associano altre attività come una fornace in zona Marina e la realizzazione di infrastrutture come la ferrovia e la nuova strada litoranea. Molti altidonesi tuttavia emigrano soprattutto in qualità di fornaciari. Nel secondo dopoguerra si assiste a un grande sviluppo edilizio ed abitativo della zona marina, che ha dato luogo alla formazione della frazione “Marina di Altidona”, comportando uno sbilanciamento nella distribuzione della popolazione che, abbandonando in gran parte il centro storico, si è concentrata nella nuova frazione.

 Luigi Rossi