Monte Giberto → Architettura

E’ elencata nelle Rationes decimarum, le quali però non dicono se essa si trovasse o no nel territorio di Monte Giberto, giacché si limitano a segnalare solo il chierico don Guglielmo, che in un’unica rata versò 12 denari. Si tratta comunque, senza alcun dubbio, della chiesa omonima situata un tempo nel territorio montegibertese.
Infatti, in un documento del 3 agosto 1406, redatto a Fermo, si apprende che don Matteo Vannitti era titolare di tre chiese senza cura d’anime, tra le quali figura questa di S. Margherita di Monte Giberto.
In un altro documento dell’11 febbraio 1434 dello stesso Archivio Arcivescovile di Fermo si fa menzione della “chiesa di S. Margherita di Monte Giberto”, dipendente dalla pievania di S. Maria Mater Domini di Ponzano. Vi si legge che l’amministratore apostolico della diocesi di Fermo, don Bartolomeo, nel concedere al rettore della chiesa di S. Margherita di Monte Giberto, senza cura d’anime, lo dispensa dal cumulo dei benefici per reddito esiguo, gli conferma altresì la rettoria o cappellania, conferitagli dal pievano ponzanese.
La conferma che la chiesa di S. Margherita si trovava nel territorio di Monte Giberto viene anche dall’inventario del 1450, relativo alla pievania di S. Maria Mater Domini, nel quale si legge in modo esplicito: “ecclesiam S. Margherite de Monte Giberto”. Questa doveva pagare alla pievania ponzanese, da cui dipendeva, 4 libbre e 5 soldi.
Più esplicito ancora e topograficamente più puntuale è l’altro inventario del 1450, relativo alla chiesa di S. Giovanni di Casale, ricostruita dentro le mura di Monte Giberto, più volte citato, alla quale la chiesa di S. Margherita era unita fin dal 22 giugno 1445 nello stesso rettore don Marino di Cola. Ivi si legge che la chiesa in esame si trovava extra dictum castrum, cioè fuori del Castello di Monte Giberto.
L’inventario del 1771 ci fa sapere che la titolare si deve identificare con S. Margherita Vergine martire di Antiochia, morta probabilmente nell’ultimo venticinquennio del III secolo e oggetto di diffusissimo culto in Oriente e in Occidente fin dal secolo VII.
Considerando l’esiguità della decima versata dal chierico don Guglielmo nel 1290-1292 e la dispensa concessa nel 1434 al rettore da parte dell’amministratore apostolico per reddito ridotto, si deve dedurre che la chiesa doveva essere di modesta importanza. Nel 1290-1292 il custode non era neppure sacerdote e non aveva quindi il titolo di cappellano. Non molto diversa doveva essere la sua situazione nel 1450, stando al tributo versato al pievano di Ponzano.
Eppure questa chiesina ha una notevole importanza perché ha legato il suo nome al culto locale della Madonna delle Grazie.
Era situata dove sorge ora il noto santuario mariano, a est del Castello, da cui dista circa 200 metri. Lo afferma in modo esplicito l’inventario del 1771, il quale dice anche che essa fu aggregata, in data imprecisata, alla chiesa di S. Giovanni Battista. Vi si legge infatti:
“Certo altresì è della chiesa di S. Margherita situata alle falde del Monte così denominato, e precisamente nel sito ove oggi si trova fabbricata la chiesa di Maria SS.ma delle Grazie, di che altra testimonianza ne facevano le pitture istesse che nella parte posteriore nel maggiore altare si vedevano prima che detta chiesa fosse in questi ultimi anni riformata”.
Questa nota archivistica fa intendere che l’antica chiesa di S. Margherita fu praticamente trasformata nel tempo in santuario mariano. E così in effetti avvenne, perché lo attesta anche un manoscritto dell’archivio storico arcivescovile di Fermo, intitolato: Della Sagra Irmrnagine dl S. Maria delle Grazie, compilato nella seconda metà del secolo XVIII.

Madonna delle Grazie

Madonna delle Grazie

L’anonimo autore della memoria riferisce che, secondo “una continua non intermessa tradizione”, un pastore avrebbe trovato nella contrada, “volgarmente allora chiamata La Marzese”, una statua della Madonna, scolpita su marmo bianco, tuttora esistente e giudicata oggi dagli esperti opera di arte pisana del secolo XIV. Il simulacro, alto solo cm. 54, fu posto “in una piccola iconne [=cappella o chiesetta] detta di S. Margherita presso il Castello”, ma per tre volte sarebbe tornato prodigiosamente al luogo di prima.
La chiesetta di S. Margherita viene descritta dall’autore della memoria: “Non doveva essere di più di un cappelloncino lavorato alla gotica et ornato di pitture varie di santi ed altri rabesci al gusto di quelli secoli e soltanto capace di un altare mediocre e difeso innanzi con soli cancelli di legno”.
Vi si legge anche che la piccola chiesa era “posta inpertinenza del Rev.mo Capitolo di S. Giovanni in Laterano di Roma”. Questa precisazione suggerisce un richiamo a S. Maria della Petrella, in comune di Ripatransone, anch’essa costruita a mo’ di ”cappelloncino lavorato alla gotica et ornato di pitture “e anch’esso di “pertinenza” del Capitolo di S. Giovanni in Laterano.
La chiesetta di S. Margherita subì nel tempo diversi adattamenti e trasformazioni: nel 1567 il “cappelloncino”, minacciante “qualche rovina”, fu rinforzato con robuste mura, utilizzando le offerte dei devoti, e contemporaneamente la sua navata mediana fu ampliata e munita di “basse colonne rotonde, [le] quali dividevano l’altra di settentrione”; nel 1569-1570 fu rifatto il pavimento, “ma tutto con poco ordine e pulitezza”. Dovette essere stato questo un periodo di fervida devozione verso il santuario, perché nel 1572 fu aperta anche una nuova strada “per l’accesso comodo nell’inverno a quel luogo sacro, che chiamasi ora da Sole”. Il manoscritto si riferisce quasi sicuramente alla strada che, uscendo da Porta da Sole del Castello, costeggiando le mura di cinta da quel lato, conduceva al santuario, secondo un tracciato non molto diverso da quello attuale.
Il cappelloncino aveva stranamente solo due navate, come si può arguire da quanto detto sopra. Per questo, nel 1580, “fu aggiunta l’altra navata con il porticato nel prospetto verso il mezzogiorno con l’opera di un tal Pietro muratore lombardo”. Il porticato ovviamente era orientato verso la strada da Sole, che congiungeva il santuario al vicino Castello. Più tardi, nel 1629, la navata centrale fu alquanto rialzata.
Le varie trasformazioni avevano fatto della chiesa di S. Margherita un ibrido coacervo architettonico. E così, a metà del secolo XVIII, -il “cappelloncino lavorato alla gotica”, più volte trasformato, nel 1757 fu abbattuto. E lo fu in un periodo in cui esistevano i mezzi economici ed era in voga una cultura pre-illuministica che preferiva le forme classiche, razionalmente concepite, a quelle “gotiche”, talvolta definite “barbare”.

Santuario Madonna delle Grazie

Santuario Madonna delle Grazie

Al suo posto, con l’autorizzazione di Alessandro Borgia, arcivescovo di Fermo, fu innalzata la costruzione di nuova chiesa, su disegno e direzione dell’architetto Giambattista Vassalli della diocesi di Lugano, la quale fu poi abbellita con ornamentazioni a stucchi di Giovanni Campana di Ravenna e di Giampietro Gabuti, pure della diocesi di Lugano. La costruzione della chiesa, a tre navate, con tre altari laterali a destra e tre a sinistra, fu terminata dopo circa 20 anni.
L’abbattimento dell’antico “cappelloncino” di S. Margherita fu in ultima analisi, un danno storico e artistico per Monte Giberto, perché furono distrutti gli affreschi, probabilmente tre-quattrocenteschi, i quali, a detta dell’inventario della chiesa di S. Giovanni battista (1771), “nella parte posteriore del maggiore altare si vedevano prima che la detta chiesa fosse in questi ultimi anni riformata”. Una soluzione accettabile sarebbe stata quella di conservare il nucleo originario del “cappelloncino” con i rispettivi dipinti e di inglobarlo nella nuova chiesa, come è stato fatto, agli inizi del secolo XVII, per il santuario mariano dell’Ambro (Montefortino).
Con la rifondazione poi della chiesa di S. Giovanni Battista, iniziata nel 1770 circa, che nelle pareti, “sotto l’incrostatura”, conservava alcuni dipinti eseguiti “ad uso antico”, andò in rovina un altro patrimonio pittorico tre-quattrocentesco. Più tardi si è perduto anche il trittico dipinto su tavola nel 1478 per la stessa chiesa da Carlo Crivelli.
Infine, si è smarrita ogni traccia di due tele segnalate nella chiesa di S. Giovanni di Casale dal rispettivo inventario del 1450. Una raffigurava la madonna della Misericordia e il Ss.mo Redentore. Con ogni probabilità si trattava di un dipinto della fattispecie di quelli dello stesso soggetto conservati in alcune chiese delle Marche, come la tavola custodita nel santuario di S. Maria dell’Arzilla, a Candelara (Pesaro), dipinta da Antonio da Pesaro nel 1462, o l’affresco del santuario della Madonna delle Grazie di Jesi, eseguito nella seconda metà del secolo XV. In quest’ultimo la Madonna è raffigurata in piedi, con l’immagine di Gesù Bambino ignudo nel petto entro una mandorla radiante; è nell’atto di allargare il manto, sotto il quale, a destra e a sinistra, stanno in ginocchio numerosi fedeli in atteggiamento orante. Il perduto esemplare di Monte Giberto si caratterizzava per essere un dipinto su tela e non su tavola o su muro a fresco, come era, nelle marche, la grandissima parte delle raffigurazioni sacre del secolo XV di qualsiasi soggetto. L’altro dipinto, pure su tela, raffigurava S. Giovanni, che dovrebbe identificarsi con il Battista, dato che la chiesa che lo custodiva era dedicata al santo precursore.
In tal modo, il Castello di Monte Giberto ha perduto per sempre documenti di arte figurativa di sicuro interesse.

Giuseppe Santarelli