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Ponzano di Fermo - roverella san Marco veste invernale

Roverella di Ponzano di Fermo

Quercus pubescens in località San Marco

Circonferenza m. 4,68
Altezza m 20
Chioma m 30
Età anni 250 circa

La stessa Quercia di Ponzano, vista da altra angolazione, in abito estivo

La stessa Quercia di Ponzano, vista da altra angolazione, in abito estivo

La storia di questa pianta ci viene svelata da Marino Alesiani, che da oltre cinquant’anni abita poco lontano, e che oggi cura le attività del podere sul quale la Quercia sorge.
La casa colonica, il podere, e la stessa pianta – racconta l‘Alesiani – sono da tempo immemorabile di proprietà della famiglia Catalino, di Fermo, e l’attuale proprietario è il professor Giuseppe Catalino.
Sembra che, in passato, l’edificio sia stato una sede religiosa (convento, o qualcosa di simile) per divenire poi, con il tempo, casa colonica di un podere condotto a mezzadria.
A condurre il podere, si sono avvicendate, dopo l’ultima guerra, diverse famiglie, e la pianta ha sempre svolto un compito di rilievo nell’espletamento delle attività quotidiane e nell’economia degli abitanti.
La sua produzione di ghiande è stata sempre abbondante, a tutto vantaggio dell’allevamento dei maiali, risorsa vitale per la sopravvivenza dei contadini.
Sotto l’ombra della Quercia si apparecchiava di frequente, specie in periodo di mietitura e trebbiatura, ma con un grosso limite. In passato, infatti, il terreno attorno alla casa e alla Quercia era tutt’altro che pianeggiante, e il pendio che comincia al di là della pianta era molto più accentuato di oggi. L’unica porzione di terreno fruibile, pertanto, era quella compresa fra la Quercia e la casa, ma questo è esposto a sud e ad est, e pertanto, vi batteva il sole fino a tarda mattinata. Solo di pomeriggio, spostandosi il sole nel cielo, anche quella parte veniva ombreggiata.

I Minnucci, la famiglia di contadini occupante il terreno negli anni Cinquanta, avevano escogitato un sistema ingegnoso per sfruttare la Quercia. Essi andavano a riposare, beandosi della pace e della frescura, direttamente nell’incavo esistente fra i rami del primo palco. Qui, infatti, esiste una conca di non meno di tre metri di ampiezza, più che sufficiente per accogliere uno o più uomini distesi. Per migliorarne la capacità ricettiva, essi avevano eretto uno steccato di tavole attorno ad essa, allo scopo di evitare che qualcuno, nel sonno, cadesse dalla pianta. D’estate, quando il sole cominciava a picchiare duro, essi salivano per mezzo di una scala a pioli sfruttando la modesta altezza del fusto e si godevano il sonno più ritemprante al frinire delle cicale.
Come tante case coloniche delle campagne marchigiane, anche quella dei Catalino subì alfine l’abbandono definitivo da parte dei contadini.
I dintorni della Quercia cominciarono a inselvatichirsi, tanto che essa venne ben presto circondata da un bosco di olmi.
Non più sottoposto a manutenzione, il terreno attorno al piede della pianta subì a poco a poco un’azione di dilavamento, sì che gran parte delle radici venne a trovarsi allo scoperto. Con l’apparato radicale funzionante in misura ridotta, anche la chioma cominciò a deperire fino a quando, una trentina di anni or sono, il podere venne affidato alle cure dell’Alesiani. Questo costituì, per la Quercia, il classico colpo di fortuna. Con l’uso di ruspe e trattori, l’Alesiani eliminò dapprima il bosco di olmi, restituendo respiro alla Quercia, e contemporaneamente spianò il terreno attorno ad essa.

Il fusto, basso e armonioso, della grande Roverella di san Marco di Ponzano; si intravedono alcune lunghe cicatrici di fulmini.

Il fusto, basso e armonioso, della grande Roverella di san Marco di Ponzano; si intravedono alcune lunghe cicatrici di fulmini.

Il risultato fu quello desiderato: con le radici che avevano ripreso a funzionare a pieno regime, in capo a pochi anni l’intera chioma riprese un colore e un vigore non più conosciuti da tempo.

Un capitolo a parte lo merita il rapporto da sempre avuto dalla Quercia con i fenomeni della natura, in particolare con i fulmini.
Ad un esame superficiale, essa sembra essere stata colpita un paio di volte, stanti le due cicatrici, una più grande e una più piccola, visibili sul lato sud. Osservando meglio, invece, si scorge una cicatrice minore sul lato nord.
Ciò che lascia attoniti, tuttavia, è l’osservazione attenta della cicatrice maggiore. Ci si accorge, in tal modo, che essa è costituita dalla sovrapposizione di non meno di cinque tentativi di cicatrizzazione, susseguenti ad altrettanti fulmini. In pratica, il meccanismo sarebbe il seguente.
Il primo fulmine apre una ferita. Questa si sta cicatrizzando, quando un nuovo fulmine apre un nuovo squarcio sulla prima cicatrice. Inizia la cicatrizzazione della nuova fessura, mentre continua quello della prima, quando arriva un terzo fulmine… e così via. Solo allorché venne applicato un parafulmine a una struttura non molto lontana, la povera Quercia venne finalmente lasciata in pace, ma solo per un certo periodo di anni. Nella primavera del 2008, quando la storia della quercia era stata pubblicata in “Alberi monumentali delle Marche”!, un nuovo violentissimo fulmine si abbatté sulla vecchia grande quercia, provocando questa volta la morte di un quarto della chioma. Il vasto danno è meno visibile d’inverno, quando la pianta è spoglia (ed è per questo che nessuno ha intenzione di eliminare la parte morta), ma diventa visibilissimo, quasi raccapricciante, d’estate.

roverella san marco veste invernale

Roverella di San Marco in veste invernale

Cosa potrebbe ancora raccontarci la bellissima Quercia di San Marco di Ponzano? Certo, nei suoi neuroni vegetali sono conservati i ricordi di tanti volti, di tante vite, di tante fatiche di contadini. Il problema, è solo quello di trovare un codice per decifrarli.

Valido Capodarca