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Monterubbiano - roverella di fonterrante

Roverella di Monterubbiano

Quercus pubescens – località Fonterrante

Circonferenza m. 4,82
Altezza m. 28
Chioma m. 26
Età anni 300 circa

Era l’estate del 1985. Con la famiglia, stavo trascorrendo una serena vacanza, organizzata dalla G.T.S. di Fermo, sull’Alpe di Pampeago, insieme ad una nutrita schiera di marchigiani. Come sempre avviene in queste circostanze, si era creata una sorta di complicità con un paio di famiglie di Monterubbiano, e con esse si trascorreva gran parte del tempo in amene e rilassanti escursioni lungo i sentieri dei boschi della zona. Un mattino, passando accanto ad un abete dal fusto di una certa imponenza:

Benché ormai circondata e quasi soffocata dal bosco che le è cresciuto attorno negli ultimi quarant’anni, la Quercia di Fonterrante non perde nulla del suo fascino.

Benché ormai circondata e quasi soffocata dal bosco che le è cresciuto attorno negli ultimi quarant’anni, la Quercia di Fonterrante non perde nulla del suo fascino.

“A Monterubbiano – mi fece tale Amurri – abbiamo una quercia con un tronco che tre persone non riescono ad abbracciare!”
“Non è possibile! – ribattei – ho appena pubblicato un libro sui più grandi alberi delle Marche, e questa quercia non c’è!”
Terminata la vacanza, la prima cosa che feci fu di andare a controllare la veridicità dell’affermazione del mio amico e, purtroppo per il mio morale, questa si rivelò esatta. Fu per me un duro colpo, sapendo di essermi impegnato allo spasimo affinché non me ne sfuggisse neppure una, scoprire di avere dimenticato una quercia, (e che quercia!) a pochi chilometri da casa.
Mi sentii in stato di colpa, nei confronti della maestosa creatura che avevo appena conosciuto, tanto che non ebbi pace fino a che non ebbi saldato il mio debito, facendo pubblicare un articolo, ad essa appositamente dedicato, sulla rivista “Gardenia”.
La grande Quercia si trova in contrada Monti, nel bacino del fosso Fonterrante che, con altri piccoli corsi d’acqua, forma il fosso Terqueta, affluente dell’Ete Vivo. Il nome del fosso deriva dal buon numero di sorgenti che sprizzano un po’ dovunque.
Per raggiungerla, si faccia conto di provenire da Fermo, si risale fin quasi a Monterubbiano poi, allorché appare il segnale indicante il centro abitato, si devia sulla provinciale per Moresco. Appena cento metri dopo il bivio, parte sulla sinistra una carrareccia a fondo bianco, in discreta pendenza. Si percorrono ottocento metri circa fino a che, mentre la strada compie una curva a destra rimanendo quasi pianeggiante, di fronte se ne apre un’altra, di aspetto un po’ più dimesso ma ugualmente ben percorribile, all’imbocco della quale qualcuno ha collocato, di testa sua, un cartello di divieto di accesso. Se si vuole arrivare alla Quercia, occorre ignorare il cartello, anche perché non vi sono altre vie per raggiungerla. Si procede giù per un pendio molto accentuato per altri cinquecento metri e, finalmente, da mezzo al bosco, ecco affiorare la sagoma del gigante.

Imponente

Imponente

L’aggettivo che meglio può caratterizzare la Quercia è “imponente”. La pianta appare come qualcosa di avulso dal bosco stesso, qualcosa che si intuisce dovesse essere già lì quando la selva attorno non esisteva. In effetti, essa costituisce un relitto storico, l’ultima superstite di un tempo nel quale i campi attorno erano tutti coltivati, e in mezzo ai seminativi emergevano altre querce della sua stessa misura.
Queste scomparvero tutte agli inizi del secolo, sterminate da una tristemente nota epidemia chiamata “ferrovia”. Fu appunto quando venne costruita la linea ferroviaria adriatica che tutte le querce, qui come altrove, vennero abbattute per ricavare da esse le traverse dei binari.

I segni del tempo

I segni del tempo

Dieci anni fa alcuni ruderi di una casa colonica a pochi metri dal piede della Quercia, stavano ad informarci che, nei secoli trascorsi, essa era una delle immancabili querce che tenevano compagnia alla case coloniche e che tanta importanza rivestivano nel benessere di suoi abitanti.
A dimostrazione che non si può stravolgere un sistema senza turbare profondamente l’equilibrio ambientale, insieme alle querce è sparito da Fonterrante anche un simpaticissimo uccello che una volta nidificava in abbondanza e che era molto frequente sulle aie dei contadini: la pica; l’altro nome di questo volatile è infatti “ghiandaia” proprio per la sua abitudine di cibarsi di ghiande; scomparse le querce, scomparse le ghiande, è sparita anche la pica, che è andata spontaneamente ad esiliarsi fra i boschi dei Sibillini.

Col tempo, attorno alla grande quercia si è formato un bosco, costituito di essenze tutte ad essa estranee e più facilmente acclimatabili.

Il poderoso fusto della Quercia di Fonterrante appare all’improvviso, al margine della stradina, come qualcosa di avulso dal bosco che lo circonda.

Il poderoso fusto della Quercia di Fonterrante appare all’improvviso, al margine della stradina, come qualcosa di avulso dal bosco che lo circonda.

Dopo l’inserimento della Quercia nel libro “Alberi Monumentali delle Marche”, lo stato di salute continuò a deperire, tanto che a un certo punto presso le stesse autorità comunali di Monterubbiano la pianta veniva data già per morta. Solo un miracolo avrebbe potuto salvarla, e il miracolo avvenne. I ruderi della casa colonica e tutto lo spazio attorno vennero acquistati da una famiglia tedesca, che diede avvio a imponenti lavori di restauro. Questi lavori interessarono anche e soprattutto la quercia: le parti morte vennero asportate, le ferite vennero protette con materiale isolante, tutti gli agenti patogeni che l’avevano aggredita vennero eliminati. In breve tempo la quercia recuperò tutto il suo antico splendore e, a suggellare l’importanza della pianta, la stessa casa, diventata un delizioso nido accogliente, è stata denominata Casa della Quercia, con apposizione di un artistico cartello in ferro battuto. La domanda che si impone è: perché abbiamo dovuto aspettare che ci pensassero i tedeschi?

Valido Capodarca