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porto sa giorgio teatro 150

Porto San Giorgio, Teatro Vittorio Emanuele II

Anno di costruzione 1817
Progetto Arch. Giuseppe Lucatelli
Sala a ferro di cavallo con tre ordini di palchi
370 posti

Il Teatro Comunale di Porto San Giorgio, già Teatro Vittorio Emanuele II, fu inaugurato il 29 gennaio 1817, dopo cinque anni di lavori. Conta 278 posti, di cui 150 in platea e 128 nei tre ordini di palchi.

Cenni storici
La costruzione del teatro, iniziata nel 1813, fu ultimata nel novembre del 1816, su progetto dell’Architetto Giuseppe Locatelli di Tolentino; committente la Società Condominiale Cittadina, costituitasi nel il 25 gennaio 1811. L’area in cui venne edificato lo stabile del teatro, nel cuore dell’antico centro della città, di fronte alla Chiesa Parrocchiale di San Giorgio, era in origine occupata da due abitazioni private e dal primo forno sangiorgese che, demolito assieme alle abitazioni, venne prontamente ricostruito in un’altra parte della città.
Il teatro subì in seguito varie riparazioni e modifiche strutturali sino a raggiungere il definitivo aspetto architettonico nel 1860. L’intitolazione a Vittorio Emanuele II risale al 1862 dopo che il Re d’Italia aveva fatto sosta a Porto San Giorgio durante un suo viaggio. L’avvenimento, memorabile per la cittadina marchigiana, ispirò lo scenografo Mariano Piervittori di Foligno per la pittura del grande Sipario del Teatro che venne trafugato (o perduto) negli anni Sessanta del Novecento.
Nel 1912 Sigismondo Nardi fu incaricato di affrescarne la volta, rifatta nella campagna di restauri e rinnovamento del teatro attuata all’inizio del XX secolo, con una grande Allegoria delle Arti e del Destino umano completata da una trama di stelle (ottenute con l’effetto del soffitto sfondato) e di reti, a significare la vocazione peschereccia della città e dei suoi abitanti.
Altri restauri furono effettuati nel 1933 e nel 1937 quando il teatro venne trasformato in sala cinematografica. Nel 1946, dopo un progressivo abbandono e decadimento con grave degrado delle strutture, ne venne dichiarata l’inagibilità. Nel 1950 il Teatro divenne di proprietà comunale, fissando la sua denominazione, ancora vigente, in Teatro comunale. Negli anni che seguirono, e fino al 1977, lo stabile fu utilizzato come rimessa di veicoli e magazzino per gli attrezzi della nettezza urbana correndo anche il rischio della demolizione dei palchi.
Finalmente, grazie all’interesse e all’impegno spontaneo di un gruppo di cittadini, il teatro fu stabilmente riaperto al pubblico nel 1992, dopo alcuni anni di buon restauro, che ne hanno restituito la forma originaria. Da allora, il teatro ospita stabilmente e con frequenza spettacoli di ogni genere, dalla prosa, alle esecuzioni della gloriosa Banda Municipale “Gran Concerto”, sino alle performance di giovani artisti emergenti.

L’aspetto architettonico
L’edificio, situato a due passi dalla Statale Adriatica, in posizione centralissima, presenta una pianta rettangolare con facciata in laterizio al centro della quale è inserita orizzontalmente una lastra di travertino, affiancata da due mascheroni raffiguranti la Tragedia e la Commedia tra i quali campeggia il motto latino Castigat ridendo mores (corregge i costumi ridendo), attribuito al poeta latinista Jean de Santeul (Parigi, 1630 † Digione, 1697), nel senso che l’arte scenica fustiga i costumi deridendoli.

La sala, nella forma classica a ferro di cavallo, è delimitata da tre ordini di palchi di cui l’ultimo è trasformato in loggione. Le decorazioni sono in stucco policromo. Al terzo piano, il teatro presenta un elegante foyer o ridotto. Esso si presenta come una piccola elegante sala ottocentesca, adeguatamente arredata con poltroncine e divani, nella quale sovente vengono ospitati momenti mondani in occasione di spettacoli o conferenze stampa. Dal 2008, il foyer è intitolato a Antoine de La Sale, il cavaliere che nel 1420 si recò sui Monti Sibillini alla ricerca della Sibilla. Tale denominazione (l’unica nelle Marche a ricordo del cavaliere medievale) si deve al fatto che, data la posizione rialzata, dal foyer è possibile scorgere il non lontano mare Adriatico, visione descritta anche da La Sale nel suo resoconto di viaggio sui Monti Sibillini.

La decorazione della volta

Nella decorazione ad affresco della volta si ritrova “l’anima artistica” di Sigismondo Nardi: una vivacità, una giocosità, una freschezza esecutiva mai raggiunte in altre opere, probabilmente perché si tratta di un luogo profano che consente una maggiore libertà creativa, ma anche perché è un prezioso dono che l’artista di Porto San Giorgio ha voluto fare alla sua città natale. Va detto che Nardi richiese per questo importante lavoro solo il rimborso delle spese vive, nonostante la complessità progettuale e il notevole impegno esecutivo profuso.
Ancora una volta l’arte per il Nostro è un mezzo per raccontare anche alla gente comune storie erudite, per disquisire tramite un repertorio figurativo immediato su tematiche colte, relative alle origini greche delle arti teatrali (Simoni 2008).
L’impianto circolare della volta è articolato in fasce concentriche con il fondo costituito da un suggestivo cielo notturno abitato dalle costellazioni dello Zodiaco a simboleggiare l’armonia dell’universo ma anche il peso che queste hanno sulla vita dell’uomo. Le stelle più significative dei dodici segni zodiacali sono intagliate nell’intonaco e illuminate da una lampadina interna coperta da un vetro opaco ad imitazione di un vero cielo stellato. Su quest’ultimo si staglia al centro un velario giallo formato da un grande ottagono a spigoli leggermente arcuati, una specie di grande vela bordata con motivi floreali e tesa da un elaborato intreccio di corde argentate con borchie e legature dorate, il tutto a rilievo realizzato a stucco. Le corde, annodandosi e stendendosi come quelle del telone di un circo, formano un motivo stellare a otto punte che vanno ad ancorarsi al parapetto marmoreo che delimita lo sfondo delle allegorie: quattro in corrispondenza dei bracieri ardenti e quattro in corrispondenza delle erme di Sofocle, Aristofane, Alceo e Pindaro. Il velario giallo è un chiaro rimando simbolico alla tenda di Serse, che i Greci conquistarono nella battaglia di Salamina e che poi distesero, come velario, sul primo teatro costruito sull’acropoli ateniese dopo la vittoria sui Persiani. Le scene allegoriche si svolgono attorno a dei monumenti in marmo, decorati con una conchiglia in pietra affiancata da cornucopie in bronzo facenti da cornice a troni in bronzo. Fino qui
Ogni monumento è contrassegnato da un motto del latinista Giuseppe Albini (Bologna, 1863 † 1933): Agito di sublimi affanni l’anima (la Tragedia); Riverbero la vita come un’iride (la Commedia); S’apre di sogni il ciel sopra il mio pelago (la Musica) e, Come te le grazie sorridendo volano (la Danza). Le quattro raffigurazioni sono scandite da basamenti marmorei reggenti le erme in bronzo dei poeti greci che hanno cantato i temi svolti in ognuno dei quattro ambiti: Sofocle per la Tragedia, Aristofane per la Commedia, Alceo per la Musica e Pindaro per la Danza.

La Tragedia
La Tragedia è raffigurata nel primo settore, quello sopra il boccascena. Il racconto inizia con il sacrificio del capro durante le feste dionisiache nelle quali ebbe origine la Tragedia. la Colpa è l’amazzone discinta sul cavallo semimpennato le cui briglie sono tenute dalla seducente Lusinga; sulla destra, la fuga di Caino, protagonista del primo dramma umano con l’uccisione del fratello Abele, inseguito dalle Erinni vendicatrici. Questa parte dell’affresco è lacunosa a causa dello sfondamento della volta, poi riparata negli ultimi restauri.

La Commedia
Il secondo quadrante, a sinistra della Tragedia, racconta la nascita della Commedia, originata nei riti dionisiaci dall’euforia della festa della vendemmia rappresentata a sinistra del monumento centrale. Sulla destra, la Verità, nelle forme di una bionda fanciulla seminuda, regge uno specchio nel quale sembrano riflettersi le miserie della Vanità (donna ingioiellata), dell’Avarizia (uomo con scrigno), dell’Invidia (vecchia con fiaccola) e della Lussuria (donna nuda sdraiata).

 

A sinistra, La volta dipinta con in basso l’Allegoria della Tragedia.
A destra, l’Allegoria della Commedia.

La Musica
L’allegoria della Musica è raffigurata nel settore sopra l’ingresso alla platea. Essa è una delle più complesse. A sinistra, Iubal, figlio di Lamec e Ada e padre di tutti quelli che suonano la cetra e il flauto (Gen. 4:20), costruisce la prima cetra con un teschio di bue; gli è vicino un giovane guerriero nudo accucciato con una lancia in mano vicino ad un leone acquattato ai piedi di alcuni guerrieri, uno dei quali regge tra le mani la statua della dea Atena. Sul monumento centrale si legge la scritta: S’APRE DI SOGNI IL CIEL SOPRA I MIO PELAGO. Sulla destra, Orfeo è trasportato dai delfini, incantati dal suono della sua lira, mentre Canto, uno degli argonauti, legge un cartiglio e Tibicina, la suonatrice prediletta dell’Ellade, avanza leggiadra. Chiude la scena allegorica Pitagora nell’atto di tracciare con un compasso su una tavoletta una complessa figura geometrica, riferita forse alla misurazione del tempo e alla legge di propagazione dei suoni. L’idea è quella di rappresentare il concetto greco della Musica, considerata linfa per lo spirito e sostegno per la forza nazionale in difesa della patria.

L’Allegoria della Musica.
La Danza
La quarta allegoria, la Danza, è raffigurata a destra del palcoscenico. Dall’erma di Pindaro incedono con una danza guerresca due guerrieri, i Coribanti, sacerdoti di Cibele. Alla loro destra, un gruppo di tre giovani e tre fanciulle, nudi e inghirlandati di rose danzano attorno ad una zampillante fontana. È la danza nuziale dell’Imeneo fatta intorno alla Fontana dell’Ippocrene. La rappresentazione è completata dalla celebre Danza dei veli di Salomè, fatta davanti ad una schiava di colore inginocchiata a terra accanto ad un vaso sulla cui superficie si legge la firma del pittore e la data “1912”.

L’Allegoria della Danza con il cielo stellato e i simboli zodiacali.

Nota critica
Nonostante la complessità iconografica e le allegorie di non facile lettura, il pittore è comunque riuscito a tradurre le tematiche mitologiche in un racconto fresco, lieve, connotato da una semplicità narrativa di fondo. Il sapiente impianto prospettico è realizzato, come insegnano i maestri del passato, tenendo conto delle distorsioni ottiche e dei molteplici punti di vista da sotto in su. Allo stesso modo, il cromatismo è studiato in funzione dell’illuminazione artificiale.
Ogni scena è animata da un senso armonioso del movimento nel quale le singole figure si legano le une alle altre come le note musicali di uno spartito. Il gioco delle simmetrie, delle rispondenze e dei rimandi, impreziosisce la decorazione nel suo insieme creando un piacevole ritmo narrativo che la rende leggera e accattivante.
A uno sguardo ravvicinato non può sfuggire la plasticità dei nudi, delineati con un tratto nitido e sicuro, la fluidità dei panneggi colorati nonché l’uso per alcuni particolari, come ad esempio le citate lampadine-stelle, di una polimatericità, tipica del Liberty, al fine di renderle più reali possibile.

Foto 33 e 34 In alto, a sinistra, particolare della Danza, con la firma “S. Nardi” e la data “1912” scritte sulla pancia del vaso appoggiato alla scala; al centro, la facciata ottocentesca del Teatro Comunale.
Foto 35 A destra, l’interno del Teatro con la platea, le tre filei di palchi e parte della volta decorata da Sigismondo Nardi, dopo il restauro degli anni Novanta.

Vittorio Fabris

Dello stesso autore “Sigismondo Nardi: un pittore marchigiano in Trentino” di Devid Valle e Vittorio Fabris.