Ponzano di Fermo → Architettura

mulino ponzano oggetto di restauro

Mulino ad acqua di Ponzano di Fermo

L’ultimo mugnaio per l’ultimo mulino

Degli otto mulini ad acqua alimentati nel tempo dal fiume Ete Vivo, quello di Ponzano di Fermo, sulla sponda destra del fiume, in via Mulino, è il solo della valle ancora attivo, anche se le sue due coppie di macine sono attualmente mosse dall’energia elettrica. La famiglia Strovegli è da diverse generazioni proprietaria di questo mulino, riacquistato dopo l’ultima guerra, dopo che, per un breve periodo, aveva cambiato proprietario, mentre, nel frattempo, l famiglia aveva preso in affitto quello del notaio Amici, a Monsampietro.

Questo mulino, nell’800 il più importante nella valle, dopo molte controversie giuridiche era stato ricostruito e adattato ai tempi da un conte fermano. La sua importanza derivava da due fattori fondamentali per il funzionamento di un mulino ad acqua. La capacità dell’invaso e la possibilità di sfruttare una “caduta” di ben otto metri. Da fonti storiche risalenti all’epoca farfense, risulta che servisse “ i terrazzani”, cioè i residenti dentro la cerchia delle mura dei castelli. E ora ho capito perché mio padre, ogni volta che vi passava in prossimità, diceva “Quistu è lu mujjì de Struiglia”, sottolineando, pur con semplici parole, che questo mulino godeva di considerazione nel territorio ed era gestito da una famiglia di bravissimi mugnai.

Franco Giampieri

 

Signor Nello Strovegli, in arte Struja

Signor Nello Strovegli, in arte Struija

Il mulino di Ponzano ci riporta alla memoria un articolo pubblicato nel lontano ormai anno 2000, una intervista a chi può ben dire di aver vissuto la storia di questo luogo e reclamare il diritto di raccontarla.

STRUIJA, il mugnaio di Ponzano

E’ veramente un personaggio straordinario, il signor Nello, di quelli che sembrano usciti da una favola, di quelle inventate apposta per creare personaggi che, altrimenti, non sarebbe possibile trovare nella realtà.
A vederlo con il suo camicione verde tutto infarinato mentre si aggira fra i sacchi ricolmi di farina di ogni genere per servire i clienti che più o meno disciplinatamente fanno la fila, vi si chiede: ma quanti anni avrà?
Si perché con la sua figuretta. minuta ed un po’ incurvata, egli lascia intuire un carico di anni non indifferente; ma al vederlo lavorare, con molta pacatezza ma anche senza un momento di sosta, ad azionare le macine ed a riempire i sacchi, ricevere e congedare clienti, sorge il dubbio di trovarsi di fronte ad un uomo ancora in età da lavoro ma che si porti maluccio i suoi anni.
La curiosità ci vince ma, per non puntare diritti al nocciolo della questione, buttiamo lì una domanda:”Da quanti anni fate questo lavoro signor Nello?”.

mulino di Ponzano oggetto di restauro

mulino di Ponzano oggetto di restauro

Io lavoro qui dentro dal 1924, in pratica da quando mio padre Angelo acquistò questo mulino, il mulino di Ponzano di Fermo”.
Il calcolo, specie ora che siamo alla cifra tonda del 2000, è immediato: 2000-1924 fa 76. Cioè il Signor Nello esercita la sua professione da 76 anni, senza mai cambiarla: se non è impresa da guinness dei primati! ….
Urge approfondire la conoscenza del nostro eroe. Veniamo così a sapere che Nello, di cognome Strovegli, è nato a Fermo, in contrada San Girolamo, il 14 aprile del 1913. Gli anni, perciò, che stanno appoggiati sulle sue spalle (non diciamo pesano perché egli se li porta avanti e indietro con estrema disinvoltura) sono ben 87 ed egli fa il mugnaio da quando aveva 11 anni.
Nei suoi 76 anni di attività, il signor Nello ha visto cambiare radicalmente abitudini, costumi e modi di vita della società contadina. Con la sua mente lucidissima e la sua attentissima e vivace memoria, egli costituisce un perfetto anello di collegamento fra un passato, di cui quasi più nessuno conserva la memoria, ed il presente.
A quei tempi, ai tempi cioè della mia giovinezza e per molto tempo dopo ancora, -racconta il signor Nello - i mulini funzionavano ad acqua. Ogni Comune, anche il più piccolo, aveva il suo; ma i comuni maggiori ne avevano più di uno. Fermo, ad esempio, ne aveva due nella vallata dell’Ete Vivo e cinque o sei in quella del fiume Tenna. Nessun comune avrebbe mai rinunciato ad avere il suo mulino per mandare i suoi contadini a macinare in quello di un comune limitrofo.
La società di allora, parlo di prima della seconda guerra mondiale, era quasi tutta contadina, perciò il mulino rappresentava una necessità vitale per tutti, uomini ma anche animali domestici.
Nella zona del fermano, i comuni più fortunati, quelli che avevano il loro territorio ricadente, tutto o in parte, nelle valli del fiume Aso o Tenna, godevano di acqua abbondante e garantita tutto l’anno. Un canale derivato dal fiume prelevava una certa quantità d’acqua e la convogliava verso il mulino e questa, mediante una caduta creata artificialmente, muoveva le pale della grande ruota la quale, a sua volta, azionava la pesante mola di granito. Si tratta di materiale di grandissima resistenza all’usura; basti pensare che delle due macine che sono in questo mulino, quella per il grano l’abbiamo trovata quando siamo venuti, nel 1924, ed ha ancora uno spessore di una ventina di centimetri; l’altra l’abbiamo comperata noi nello stesso anno e durerà per altri cento anni ancora.

bocche di scarico

bocche di scarico

L’acqua del canale, esaurito il suo compito, senza essere stata minimamente consumata né inquinata, se ne tornava al fiume.
Tuttavia, anche i comuni che non avevano la fortuna di avere uno dei due fiumi nel loro territorio, riuscivano a far funzionare il oro mulino con quello che il convento (cioè la natura) passava. Il nostro, ad esempio, funzionava con l’acqua dell’Ete che corre a meno di cento metri da qui. Nessun problema in autunno, inverno e primavera, quando la portata del torrente era sufficiente. D’estate, purtroppo, esso si riduce ad un rigagnolo, insufficiente ai fabbisogni agricoli. Per questo il nostro mulino era dotato di un motore a scoppio che veniva messo in azione nei periodi di magra. Le cose andarono così fino al 1978, quando esso venne elettrificato. Da allora il canale che portava l’acqua dell’Ete cessò di funzionare e, con gli anni, il suo letto si è riempito di vegetazione.
Anche i corsi d’acqua più modesti, quelli che oggi sono soltanto segni sulla carta geografica e che non svolgono più alcun compito, a quel tempo avevano la loro grande importanza. Prendiamo ad esempio l’Indaco, un torrentello affluente dell’Aso, dotato di acqua perenne ma che d’estate ha una portata tale da essere scavalcato con un passo senza bagnarsi le scarpe. Ebbene, anche questo piccolo bravo torrente, si rendeva utile e faceva funzionare i mulini di due comuni: Monte Rinaldo e Sant’Elpidio Morico.
Alcuni mulini facevano fronte a queste periodiche mancanze d’acqua con dei bacini artificiali a monte che costituivano delle riserve da utilizzare al bisogno.
La macinatura, a differenza della vendemmia, della mietitura, della raccolta delle olive, ecc, che avvenivano in periodi ben precisi e delimitati nel tempo, durava tutto l’anno, anche perché non c’era soltanto il grano da macinare ma tanti altri prodotti come il granturco da polenta. Molto del macinato era destinato all’alimentazione dei maiali: gli scarti del grano, la favetta, le pannocchie di granturco più rovinate o attaccate da qualche malattia dei vegetali, che venivano macinate con tutto il tutero.
Il lavoro del mulino durava perciò tutto l’anno. In inverno si aveva un certo rallentamento nell’attività, dovuto soltanto al peggioramento della viabilità. Le strade, infatti, non erano asfaltate, ma in terra battuta e su di esse i contadini si muovevano con i loro pesanti carri agricoli trainati da buoi. D’inverno e nei periodi piovosi in genere, queste strade si trasformavano in pantani di fango e le ruote dei carri affondavano creando profondi solchi. I contadini preferivano perciò starsene a casa e attendere tempi migliori usando l’accortezza di fare sufficiente provvista di farina prima della cattiva stagione. Tutti i contadini avevano bisogno di recarsi al mulino. Tutto, infatti, a quei tempi,veniva fatto in casa: il pane, la pasta, la polenta, i dolci tradizionali… Perciò ogni famiglia doveva avere la sua brava riserva di farina dalla quale la massaia (o “vergara” come veniva chiamata, un termine di rispetto per le funzioni di questa donna, che aveva le mansioni di capo nei confronti delle altre donne di casa e di amministratrice del bilancio familiare) attingeva ogni giorno, con parsimonia, per tutti i giorni dell’anno.
Ogni giorno, fin dal mattino, si creavano file di carri in attesa, davanti ak nostro mulino. Il turno per macinare seguiva un principio elementare ed inderogabile, tanto che con il tempo divenne un proverbio di uso comune: “Chi prima arriva, macina”.
Ogni contadino perciò si disponeva in disciplinata attesa che venissero serviti coloro che erano arrivati prima di lui. Quando era evidente che l’attesa sarebbe stata troppo lunga, essi lasciavano il loro carro con tutto il carico sopra, a “tenere il posto”, per tornare l’indomani, o quando era prevedibile che sarebbe toccato a loro. Il pericolo che qualcuno avrebbe potuto profittare dell’abbandono del carico per appropriarsene, non veniva neppure preso in considerazione: la fiducia nasceva dalla massima onestà che era alla base del comportamento di tutti; ognuno avrebbe preferito la morte piuttosto che affrontare la vergogna – davanti agli altri, ma soprattutto davanti allo specchio, cioè alla propria coscienza – di essere chiamato ladro.
Una volta, giungendo ad avviare il mulino, trovai ben 22 carri che stavano aspettando. Il lavoro del mugnaio veniva compensato non con denaro, ma con una percentuale del 4% sul prodotto macinato, che poi egli poteva rivendere per proprio conto e affrontare spese di conduzione del mulino e quelle di sostentamento della propria famiglia”.
Qui finisce l’affascinante resoconto del signor Nello che deve essere immaginato raccontato nel suo stretto dialetto e che ci ha fatto rivivere, in presa diretta quegli anni che quasi più nessuno conosce.
L’attività del mulino da lui condotto non si può certo dire ridotta, rispetto ai tempi della sua giovinezza. Ogni giorno ed in ogni momento, sul piazzale antistante, c’è gente in attesa.
Non sono più. È vero, carri agricoli attaccati ai buoi che ingannano l’attesa in un eterno incessante ruminìo. Sono quasi sempre automobili: del contadino che chiede di che alimentare i propri animali, ma soprattutto di cittadini lustri e puiti che vengono a comprare qualche chilo di genuina farina di granturco per farsi una bella polenta di quelle di una volta.
Ne vengono abbastanza da tenere in attività dalla mattina alla sera il giovanotto protagonista della nostra intervista. Perché ci sia ancora tanto lavoro, nel mulino di Ponzano, nonostante l’economia si svolga oggi tutta a livello industriale, è facilmente intuibile: di mulini come quello del signor Nello non ce ne sono più uno ogni comune, ma al massimo uno ogni vallata. Ma soprattutto di personaggi come il Signor Nello, ne esistono uno…… ogni pianeta.

Valido Capodarca