Ponzano di Fermo → Architettura

Ponzano di fermo - chiesa di san marco 1

Chiesa di San Marco a Ponzano di Fermo

Chiesa romanica del XII sec.

La romanica chiesa di S. Marco è distante 500 metri dall’abitato di Ponzano.

Reperti archeologici presenti nella chiesa hanno rivelato insediamenti umani risalenti al tardo Impero Romano (300 circa d. C.).

Gli studi effettuati dal Prof. Bonvicini sulla Centuriazione Augustea della Valtenna, hanno portato alla conclusione che “la chiesa di S. Marco, corrispondente alla primitiva S. Maria Matris Domini, è stata costruita all’incrocio del terzo decumano sinistro (a sud di Fermo) col dodicesimo cardine anteriore (ad ovest di Fermo) sulla attuale strada Provinciale Ponzanese”.

   L’incrocio del suddetto decumano col dodicesimo cardine anteriore avveniva nella zona valliva tra il colle di Ponzano ed il poggiolo di San Marco. Lungo il  suddetto cardine si snodava un’altra strada il cui braccio destro scendeva verso l’Ete Vivo ed il braccio sinistro verso il Rio ed il Colle di Torchiaro.

Tre reperti archeologici, presenti nella chiesa, danno validità a queste asserzioni:

-un capitello corinzio;

-un grande sarcofago;

una lapide con iscrizione sepolcrale.

Nell’VIII secolo vi si insediano i monaci di Farfa ed organizzano una Curtis con una chiesa dedicata alla Madre del Signore (Curtis S. Mariae Matris Domini).

Un reperto marmoreo con scritta “Pipini Adriani Papae” (al tempo di Pipino e Papa Adriano) ci porta con la memoria alla seconda metà dell’VIII secolo, nel ricordo del Patto di alleanza sancito tra Carlo Magno, suo figlio Pipino ed il Papa, con la conseguente incoronazione di Pipino Re d’Italia avvenuta il 15 Aprile dell’anno 781.

Successivamente la Curtis S.Mariae Matris Domini è espressamente citata: nel 939, nell’elenco delle Corti dissipate dall’abate Farfense di S. Vittoria Ildebrando; l’11 gennaio 967 e 14 marzo 988  nei Diplomi Imperiali di Ottone I ed Ottone III, tra i beni confermati all’Abazia di Farfa.

Intorno al 1063-1070 i Farfensi abbandonano la Curtis e la chiesa passa sotto la Giurisdizione del Vescovo di Fermo.

Nel periodo successivo alla partenza dei monaci è da far risalire la costruzione della presente struttura della chiesa.

Quella precedente di non grandi dimensioni esistente nell’VIII secolo, dalla seconda metà del secolo XI, viene ingrandita nella forma attuale per servire una popolazione sempre in aumento.

Non più centro di azienda agricola (Curtis), ma organismo per l’assistenza spirituale degli abitanti dei dintorni (Plebs), molti dei quali avendo costruito le loro case sul colle di fronte, avrebbero formato il Castrum S. Mariae Matris Domini.

Nel 1923, durante i lavori di restauro, fu rinvenuta una pietra dedicatoria con figura di Vescovo, scolpito a bassorilievo, con mitra e pastorale, dalmatica fittamente striata, la destra alzata nell’atto di benedire. Misura cm. 58 x 32. attualmente è assegnata, in deposito, al Museo Archeologico di Fermo. L’iscrizione posta in alto sul lato destro dice:

…………..?
DEDICAVIT
DOMINI MA(TRI)
EP.us F.us LI(B)
ERAT (us)

   Il Vescovo Liberato resse la Diocesi Fermana dal 1128 al 1148. E’ da ritenere quindi che in questo arco di tempo, terminati i lavori di costruzione, la chiesa sia stata consacrata alla Madre del Signore. Nel Medioevo e nel Rinascimento molti interessi suscita la chiesa per l’ampiezza territoriale dei suoi possedimenti.

   Nel 1454, la nomina del Pievano passa alla S. Sede la quale, nello spazio di un decennio, interviene con tre Bolle di Papa Pio II.

   Nel 1504 la S.Sede nomina Pievano di S. Marco Mons. Nicolò Bonafede, originario di Monte S. Giusto. Questo Prelato ebbe grande influenza negli affari di Stato sotto i pontificati di AlessandroVI, Pio  III, Giulio II, Leone X, Adriano VI, Clemente VII. Fu Protonotario Apostolico, Governatore di Roma in tempo di Sede Vacante.

   Intorno al 1530 la chiesa comincia a chiamarsi anche “S. Marco” e per tutto il secolo XVI è ricordata come “Ecclesia  S.Mariae Matris Domini sive S. Marci”.

   La nuova denominazione non sorge da documenti ufficiali, bensì dall’uso popolare.

   E’ originata, con fondata probabilità, dallo sviluppo della rinomata Fiera di S. marco, istituita da Papa Paolo III nel 1537, che aveva la durata di dieci giorni: dal 24 aprile al 3 maggio, con l’esenzione di ogni tassa o gabella.

   La scelta della data fu quanto mai felice, sotto molteplici aspetti: rinnovo del bestiame per i lavori estivi, vendita di formaggi ed agnelli, acquisto di maiali per l’ingrasso, di falci per fieno e grano, di ogni sorta di attrezzo agricolo, di stoffe, di sandali e vestiti adatti per l’estate.

   La specializzazione e la fama di questa Fiera fu data soprattutto dal mercato delle carni salate.

   L’afflusso della gente era favorito anche dalla concomitanza di ben quattro feste di precetto; San Marco (25 aprile), Santa Croce (3 maggio) con la processione e la benedizione delle campagne con la preziosa reliquia che il Pievano Rainaldi fece fare il 2 marzo 1437; una o due domeniche.

   Inoltre, nell’uso dei tempi, si celebravano altre due ricorrenze minori, ma molto rispettate dalla popolazione rurale: la seconda benedizione delle Palme nella festa di S. Pietro Martire (28 aprile) e la festa del !° maggio  Calendimaggio, con varie manifestazioni di canti, serenate inneggianti alla primavera, col trapianto in cima ai colli di verdeggianti rami o fusti di pioppi o di arbusti.

   Sisto V, il 1° Settembre 1585, smembra il cospicuo beneficio di 250 ducati d’oro annui, assegnandone 100 al Pievano ed il resto alla nascente dignità del Decanato a decoro del Capitolo della Cattedrale di Fermo.

    Nel 1805 il Card. Brancadoro trasferisce la parrocchia da questa chiesa all’altra della Madonna a Pié del Ponte (attuale Parrocchiale di S. Maria) nell’abitato di Ponzano.

   Dal 17  settembre 1966, dopo oltre un secolo di abbandono, è riaperta al culto.

Il retro della chiesa

Il retro della chiesa

ESTERNO

   La chiesa, ben isolata, domina la visuale per lungo raggio tutt’intorno con la severità dello stile romanico e l’imponenza della torre che la fa rassomigliare ad una fantastica locomotiva.

 Il materiale usato è il mattone. L’asse longitudinale è rivolto ad oriente secondo l’antico canone delle chiese romaniche.

   Il corpo centrale della facciata è dominato dal portale (410×305)ornato con mattoni tortili (sec. XII) e dalla porta destra (260×140) meno ornata, attraverso la quale si accede alla navata destra.

   La facciata in complesso si presenta alquanto irregolare nella armonia compositiva delle linee architettoniche originali, manifestando segni di interventi di ristrutturazione e di restauro.

Gli ingressi

Gli ingressi

IL CAMPANILE

   La facciata è dominata dalla possente mole del campanile (altezza m. 20). Si presenta come ricostruzione e sopraelevazione posteriore, databile agli inizi del 1400.

   E’ diviso da linee orizzontali, quasi piccole cornici, in tre campate sovrapposte.

   La prima, corrispondente allo sviluppo in altezza e larghezza della navata centrale, ha l’aspetto massiccio di un basamento.   Al centro si apre una monofora rotonda, simile ad un rosone, tangente la linea di demarcazione nella parte inferiore.

Il possente campanile

Il possente campanile

 La seconda campata mediana si presenta più agile con uno specchio rientrante, delimitato da due lesene ai lati ed in alto da un cornicione formato da 16 archetti pensili romanico-gotici, risalenti alla ricostruzione del sec. XV.

Nella terza campata ha sede la cella campanaria; vi si apre in ogni lato una grande monofora dalle linee rinascimentali.

 

 

 

LE PARETI ESTERNE E LE ABSIDI

   Lungo la parete destra si notano  le fondamenta che escono a livello del terreno, molto rustiche, con mattoni e pietre calcinati in modo irregolare.

S.Marco-Esterno 3

San Marco parete esterna destra

   Nel mezzo della parete si apre una porta (218×97) come d’uso nelle chiese romaniche.

Le finestre sono tre (200×80), trifore e di pietra arenaria. La prima presenta tracce di ornamento in bassorilievo databili intorno alla metà del secolo XV.

    Le absidi sono tre, di cui la centrale più grande con finestre monofore a doppio strombo allo stato originale. All’abside sinistra si attacca la sacrestia ricostruita nella prima metà del 1800 con il materiale della demolita chiesa di S. Giorgio.

 

La parete sinistra della chiesa non presenta alcunché di particolare se non per l’emergere di fondamenta molto antiche.

INTERNO

   La chiesa ha una lunghezza di m. 24,50 ed una larghezza di m. 11.

   Sono ben visibili lo sviluppo della pianta basilicale, la disposizione delle tre navate separate da colonne e pilastri, il Presbiterio leggermente sopraelevato e l’unico altare che ha per mensa un antico sarcofago di epoca romana.

   Tutto è in purissimo stile romanico.

NAVATA CENTRALE

Misura m. 4,85 in larghezza e m. 20,00 in lunghezza, fino all’arco trionfale. La navata si compone di tre parti ben distinte:

Chiesa di S.Marco-Interno

Chiesa di S.Marco-Interno

-Nella prima campata, dopo l’ingresso, si notano la vòlta di mattoni con vele a crociera e l’arco ogivale che poggia su due pilastri costruiti a ridosso delle colonne quadrangolari. Sopra di essi si sviluppa il campanile quadrangolare. Questi pilastri, per forma, materiale usato e tecnica muraria, si rivelano come costruzione aggiunta in epoca posteriore; vi si scorgono anche affreschi votivi del sec. XV.

-Seguono cinque campate regolari, costituite da otto pilastri quadrangolari e due rotondi, costruiti con muratura di mattoni, sormontati da altrettanti archi centinati a tutto sesto. Le chiavi in ferro poste in corrispondenza dell’imposta degli archi servono per consolidare la statica precaria dei muri esterni delle navate laterali.

-Il tetto, a capriata, è costituito da travi e listelli di legno tinteggiato in marrone scuro. Il corpo della navata centrale è slanciato ed armonico per proporzioni e linee architettoniche.

   Osservando la planimetria della chiesa, si ha immediatamente la percezione visiva che la lunghezza della navata centrale è pari a tre volte il lato del quadrilatero formato da due campate consecutive misurate all’esterno dei pilastri quadrangolari; oppure il triplo della sua lunghezza misurata nel vuoto delle campate.

   L’applicazione della regola del tre, era uno dei canoni costruttivi applicati durante il medioevo.

Sui primi due pilastri che sostengono l’arco gotico, in tempi successivi furono murate due lapidi, riferibili a lavori di restauro riguardanti la chiesa e, in modo particolare, la costruzione del campanile. Di esse, una resta e l’altra è stata trafugata; ora sul lato destro è visibile uno spazio incavato, lasciato vuoto in testimonianza del reato commesso.

Agli inizi di questo secolo fu descritta e pubblicata da Raffaele Fagioli. Era una lapide marmorea con scritta a caratteri gotici, sormontata nel mezzo da una croce latina, del seguente tenore

ANNO – D.NI – MCCCCLII
T.P.E. – D.NI – JOHANNIS
BONASSIS
DE MORISCHO – CANO
NICI – FIRMANI – AC
PLEBIS – ECC. – SCE
M. – PLEBAN – HON – STISM

La quale decifrata e tradotta suona così:
“Nell’anno del Signore 1452, al tempo di Don Giovanni Bonanni da Moresco, Canonico Fermano e Pievano onestissimo della Pieve di S. Maria”.
L’anno ci porta al felice periodo storico, susseguente alla liberazione del Fermano dalla Signoria degli Sforza, durante il quale ovunque furono realizzate opere di restauro e di decorazione nelle chiese della diocesi fermana.

 Sul pilastro di fronte, la seconda lapide, del 1583; ci orienta verso opere di decorazione ed abbellimento  (ornavit), e di trasformazione e costruzione (meliorem formam).

D.O.M.
BRS TORNABONUS DE PETRITULO
PLEBANUS CASTRI PONTIANI
IN MELIOREM FORMAM
HANC ORNAVIT ECCLIAM
M.D.L.XXXIII

Onore a Dio Ottimo Massino, Brancadoro Tornabuoni di Petritoli, Pievano del Castello di Ponzano, restaurò questa chiesa nell’anno 1583 dandole una forma migliore”.

NAVATA DESTRA 

Prima di immetterci nella navata destra, si incontrano (sulla destra): il Fonte di marmo per l’acqua benedetta, composto da tre elementi diversi: un basamento di pietra scura, già basamento di colonna, una colonnina in pietra ed un catino del 1584.
Gli è vicino una pila dell’acqua santa addossata al muro, ricavata da un antico capitello, rinvenuto nei prati circostanti la chiesa, con ornamento di foglie di acanto.

Lungo la navata destra si notano i monconi di muro di quelle che dovevano essere le volte a botte ed a crociera, cadute nel 1915.I n loro sostituzione vi appaiono tiranti in ferro per frenare la spinta verso l’esterno della parete laterale.
La navata è segnata: da sei archi a muro a tutto sesto per quanto è alta la pieve, da tre finestre e dalla porta laterale. Questa è posta al centro della quarta campata entro un arco a tutto sesto, molto più alto di quello esterno; nello spazio tra l’arco interno e quello esterno si vedono quattro file di mattoni a dente di sega che si presentano come un ornamento molto rustico. Sopra detta porta si apre un piccolo rosone che, a modo d’occhio, guarda verso l’esterno.
Nel successivo arco si apre la terza finestra, la quale come le altre, presenta sguanci con davanzali guardanti il basso.
In corrispondenza del primo, del terzo e dell’ultimo arco a muro si notano alcune file di mattoni a spina di pesce.

Viene di seguito la piccola abside destra con una monofora conservata nella forma originale del doppio strombo, delimitata entro un doppio arco a tutto sesto.
La semi-colonna a sinistra, su cui poggia l’arco della campata che si aggancia all’abside, mostra un capitello che conferisce molta originalità all’insieme, da riferirsi al primo periodo dello stile romanico.

IL PRESBITERIO

Chiesa di S.Marco- Sarcofago

Nel mezzo del Presbiterio un sarcofago funge da altare

E’ rialzato di un gradino e profondo m. 4,50.
L’abside rotonda è ingentilita da quattro semi-colonne, sormontate da echino ed abaco, entrambi molto schiacciati, che lasciano vedere decorazioni per ogni semi-colonna.
E’ illuminata da due monofore allo stato originale e da una finestra aperta posteriormente e ristrutturata nel 1717.
Nella vòlta sopra il Presbiterio, delimitata da due archi trionfali, si notano decorazioni e rappresentazioni bibliche, attribuibili al secolo XII. Al centro, entro una mandorla, vi è l’immagine benedicente del Cristo Pantocrator.

Nel mezzo del Presbiterio un sarcofago funge da altare. Mostra una decorazione semplice di gusto pagano risalente al 300 circa d.C.

NAVATA SINISTRA

Presenta le stesse caratteristiche della precedente, però è mancante di finestre.
L’abside sinistra con doppio arco a tutto sesto, presenta una finestra monofora ed è visibile una pittura molto deturpata.
La navata ha due piccole porte che immettono nella sacrestia. La seconda, chiusa da un confessionale, è retta da un architrave molto rustico di pietra arenaria con scritta molto logora. Vi si legge:

Cassia Marci Filia Vera
Joniae Spurii Filiae Matri
Suae Fecit
(Cassia Vera figlia di Marco, fece a sua madre Jonia figlia di Spurio).
Scritta sepolcrale da riferirsi unita al sarcofago.

In fondo alla navata riposa la monumentale campana del 1290 (100×70).
La segnatura a caratteri gotici, posta sulla corona, dice: “Anno Domini MCCLXXXX (1290) – Genuinus me fecit
Quella che corre nella parte inferiore riproduce, pure a caratteri gotici, le iniziali della salutazione angelica: “Ave Maria grazia plena Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus“.

Segue l’altra acquasantiera su cui è scolpita una testa di bue e le lettere ai lati “A L”, indicante probabilmente il committente. Si legge: “Anno Domini MDLXVI”  (1566).

OPERE D’ARTE

All’interno possono essere ammirati pregevoli affreschi votivi probabilmente riconducibili a Pietro Alima; sono riportati sulla prima coppia di colonne e nell’intradosso dei pilastri.

 Nella vòlta sopra il Presbiterio, delimitata da due archi trionfali, si notano decorazioni e rappresentazioni bibliche, attribuibili al secolo XII. Al centro, entro una mandorla, vi è l’immagine benedicente del Cristo Pantocrator. Sono da considerarsi tra le pitture più antiche conservate nelle chiese del Fermano.

Nell’abside sinistra è visibile una pittura molto deturpata; si può intravedere sulla parte destra un leone e la figura di S. Marco con un libro aperto, ove sono leggibili queste poche lettere: “E ……..LUM MEUM AN…..” che riproducono il 2° versetto del Cap.I del Vangelo di S. Marco: “Ecce mitto angelum meum ante te“.

Ferruccio Scoccia