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L’antichissima Quercia di Rubbiano, in abito estivo

Roverella, un gigante a Montefortino

Quercus pubescens – Località Rubbiano (prima di tre)
Circonferenza m. 6,05
Altezza m. 18
Chioma m. 16
Età anni 500 circa

Anche se attualmente è ben nota al personale della competente stazione forestale di Montefortino, anche questa pianta era sfuggita, a suo tempo, alle segnalazioni richieste dalla Direzione Generale Economia Montana e Foreste relative agli alberi monumentali. Eppure, pur con tutte le dovute riserve, si tratta di una delle sole quattro querce che, nelle Marche, superano i 6 metri di circonferenza di fusto.

Lo strano fusto della Quercia di Rubbiano. Si noti il poderoso apparato radicale.

Lo strano fusto della Quercia di Rubbiano. Si noti il poderoso apparato radicale.

Lo stranissimo esemplare di Quercia è radicato ai piedi dell’abitato di Rubbiano, l’ultimo paesino che il turista incontra prima di inoltrarsi nelle Gole dell’Infernaccio. Esso è radicato su una sorta di falsopiano, ai margini di terreni coltivati, prima che ricominci il ripido pendio che si concluderà solo sul letto del Tenna.
L’età straordinaria che osiamo attribuire alla Quercia, scaturisce soltanto dall’osservazione della posizione assurda sulla quale è radicata. Praticamente, la pianta appoggia sulla roccia, e con le radici sembra volerla fagocitare. Grossi massi, anzi, sono stati già per metà ingoiati dal legno dell’apparato radicale, la cui parte scoperta sfiora i sette metri di diametro.
Che l’età debba essere straordinaria, forse ancora al di là di quella, già eccezionale, che le abbiamo attribuito, ci viene prospettato da una constatazione del suo proprietario, Gilberto Cesari.
In montagna, a quote simili a quella di Rubbiano, la fase vegetativa di una pianta dura molto meno che in pianura; essa germoglia almeno un mese più tardi, e perde le foglie prima delle sue simili. Per conseguenza, gli anelli di crescita debbono essere molto sottili e, in un fusto di quella portata, ce ne devono essere veramente tanti.
I 6 metri di circonferenza del fusto, in realtà, hanno bisogno di una qualche spiegazione, in quanto la pianta presenta sezioni di tronco molto diverse, man mano che esso volge verso l’alto.
La misura di oltre 6 metri è quella che si ottiene facendo il giro del tronco, appena sopra quell’enorme dilatazione che si può riferire all’apparato radicale.
Subito sopra, ad appena un metro dall’inizio del fusto, c’è la sezione di un ramo tagliato. Escludendo questo ex – ramo e rilevando la circonferenza al di sopra di esso, questa scende a m. 5,40 (una misura, comunque, di grandissimo rilievo).
Il fusto resta di tali dimensioni per un paio di metri, ed ecco altre due o tre cicatrici di altri rami tagliati. Al di sopra di queste, la circonferenza scende attorno ai quattro metri.
Si potrebbe quasi dire che la pianta non abbia mai posseduto un fusto unico vero e proprio, così come si è soliti concepirlo ma che questo, nato enorme, si sia poi man mano consumato lungo il tragitto, cedendo una parte del proprio spessore ai vari rami.
Nella scoperta delle vicende biografiche della quercia, sono di molto aiuto anche le parole e i ricordi dell’82enne Francesco Cesari, nato a vissuto sul posto: non solo il signor Francesco, ma anche suo padre, ricordavano quel fusto sempre del medesimo spessore.
Il suo racconto, inoltre, fa anche piena luce sul perché di una chioma così ridotta e sproporzionata allo spessore del fusto. Il padre del signor Cesari era solito raccontare che un proprietario, appartenente a una generazione ancor precedente la sua, aveva fatto recidere tutta la chioma, per farne legna da ardere. Facendo un calcolo abbastanza probabile sulle età degli attori e dei testimoni, si può localizzare l’episodio attorno ai 150 anni or sono. La chioma attuale, pertanto, conterebbe appena un secolo e mezzo.

Il suo attuale proprietario lo acquistò una trentina di anni fa, ma si mostra ben orgoglioso della creatura in suo possesso, e ben intenzionato a non tagliarla mai. D’altronde, come egli stesso spiega, a causa della sua conformazione la pianta non avrebbe alcun valore commerciale: non se ne potrebbero ricavare tavole, visto che non esistono tratti rettilinei di una certa lunghezza.

L’antichissima Quercia di Rubbiano, in abito estivo

L’antichissima Quercia di Rubbiano, in abito estivo

Anche come legna da ardere, essa sarebbe difficile da utilizzare, essendo il suo legno disseminato di nodi che renderebbero molto difficoltoso ridurlo in ciocchi.

Lo stesso Gilberto ci fornisce alcune delucidazioni su ciò che appare al primo sguardo. In primo luogo, a proposito della grande cicatrice che ora va rimarginando, egli spiega che, alcuni anni fa, lì c’era un ramo di non grandi dimensioni, sicuramente di spessore molto inferiore a quanto la cicatrice lasci supporre. esso era morto per l’attacco del vischio, pianta parassita che, come si sa, ha una particolare predilezione per la grandi e vecchie querce.

Sulla parte morta, si era insediata una colonia di formiche che stavano aumentando il danno, sì che egli si vide costretto ad eliminare gli insetti e a bonificare la parte di legno marcia.

La pianta, attualmente, non dovrebbe correre rischi da parte dell’uomo, che non potrebbe essere allettato da alcuna prospettiva di guadagno. Anzi, l’attività umana si sta, in questo momento, rivelando salutare per la pianta. Il ripiano sopra la Quercia, è stato ceduto dal Cesari a un nuovo proprietario, che lo ha utilizzato per seminativo. A causa della lieve pendenza del terreno, la Quercia riceve di riflesso i benefici delle concimazioni che egli dedica al suo grano.

Montefortino, in questa speciale e particolare classifica di alberi monumentali è l’unico ad inserirsi con un tris eccezionale.
A distanza di rispetto dal gigante di Rubbiano abbiamo:

La Cerquabella di Colle della Rossa

La Cerquabella di Colle della Rossa in veste invernale

La “Cerquabella”, Quercus pubescens – Località Colle della Rossa

Circonferenza m. 4,68
Altezza m. 18
Chioma m. 21
Età anni 400 circa

 Un nome un po’ inflazionato, quello di Cerquabella, sempre riferito, tuttavia, ad alberi ben degni di detenerlo. A questo punto, possiamo fare un inventario delle querce italiane che recano, o hanno recato, questo nome.
Per quasi tutti, anche i più profani, ed anche a grande distanza dal suo territorio, la vera Cerquabella era quella di Piane di Montegiorgio.
Se si domandasse, per contro, a un abitante della provincia di Rieti, questi direbbe che con tale nome è conosciuta una bellissima quercia, di circa 6 metri di circonferenza, che si nasconde fra i boschi di Marcetelli, attorno al Lago del Salto.

La Querciabella di Colle della Rossa, in veste estiva

La Querciabella di Colle della Rossa, in veste estiva

In Umbria, vi risponderebbero che questo è il nome di una grande quercia solitaria nelle campagne di Quadro (TR), dotata in passato di chioma molto ampia, che purtroppo alcuni anni fa è stata drasticamente mutilata da una tromba d’aria.
Fra le montagne dell’Abruzzo, nella valle del Liri, lo stesso nome reca una bellissima pianta in località Pachetta.
A Trebbio della Sconfitta, vicino Pesaro, vi direbbero invece che un grandioso albero con questo nome ha dato il nome a via di Quercia Bella; poi l’albero è scomparso, lasciando un erede più piccolo, oggi sparito anch’esso.
Per gli abitanti di Montottone, Cerquabella è quella, nelle vicinanze del paese, di proprietà della famiglia Ruggeri.
Quassù, nel cuore dei Monti Sibillini, a Vetice, frazione di Montefortino posta nei pressi della confluenza dell’Ambro con il Tenna, la Cerquabella è quella radicata a Colle della Rossa, di proprietà, da molte generazioni, della famiglia Pascucci.
Difficilmente può capitare di incontrarla per combinazione. Per raggiungerla, occorre proprio recarsi presso di essa di proposito, essendo la strada di accesso lontana dalle normali grandi arterie di scorrimento. Tuttavia, l’itinerario non è impegnativo.
Da Montefortino, si imbocca la strada che conduce al Santuario della Madonna dell’Ambro che si lascia, tuttavia, al primo bivio a sinistra, che reca una sola indicazione: Vetice. Si va avanti su questa nuova strada, anch’essa asfaltata e, dopo meno di un chilometro, si imbocca ancora la prima strada a sinistra, questa volta a fondo ghiaioso di un bel colore rossastro, il colore delle rocce delle montagne circostanti, in particolare del Castel Manardo.
Si prosegue su un fondo non del tutto agevole, si incontrano alcune case lungo l’itinerario e, dopo aver percorso 1,3 chilometri dall’imbocco della stessa strada ghiaiosa, ci si ferma a ridosso di un paio di case. La grande Quercia è ben visibile, in basso, pochi metri sotto di esse, all’interno di un recinto.
Stando a quanto racconta la famiglia Pascucci, in particolare il giovane Franco, già il bisnonno degli attuali proprietari soleva raccontare che la pianta, ai suoi tempi, era di queste dimensioni. D’altra parte, è sufficiente osservare la natura del suolo su cui essa è abbarbicata, per comprendere che, per raggiungere le sue ragguardevoli dimensioni essa ha dovuto impiegare non pochi secoli. Tutto attorno è roccia affiorante, e gli alberi devono ingegnarsi con tutte le risorse che la natura fornisce loro, per andare a infilare le loro radici fra le fessure. Anche il prato sottostante la Quercia è roccia, appena ricoperta da uno strato di erba. Là i Pascucci evitano con cura di operare con aratri o altri attrezzi agricoli, che altro effetto non avrebbero se non di triturare le radici.
Un qualche aiuto, nel raggiungimento delle sue non comuni misure nonostante il terreno così “impossibile”, deve essere pervenuto alla pianta da ciò che per decenni è stato il modesto recinto oggi visibile sotto la sua chioma: esso era infatti un letamaio, e si sa bene quale efficace nutrimento sia per una pianta il concime animale.
La Cerquabella, nel corso della sua vita, ha sempre ben saputo ripagare i suoi proprietari delle loro cure e attenzioni, producendo due o tre quintali di ghiande l’anno, di grandi dimensioni anch’esse, utilissime per l’allevamento dei maiali. Essa è stata inoltre teatro e compagna di giochi dei bambini di tutte le generazioni della famiglia.

Il fusto della Cerquabella, sembra scaturire direttamente dalla roccia.

Il fusto della Cerquabella, sembra scaturire direttamente dalla roccia.

Lo stesso Franco racconta di quando, sui rami della Quercia, aveva allestito una capanna dove si recava a giocare, nonostante le sgridate del nonno che lo metteva in guardia dal pericolo di gravi cadute.
Su un lungo ramo, era stata appesa un’altalena di funi che, un giorno, si spezzarono proprio mentre egli si stava dondolando con energia, mandandolo a cadere a una decina di metri verso la parte in discesa.

L’apparato radicale della Quercia, ampiamente allo scoperto per la mancanza di terreno di copertura, presenta una simpatica curiosità sul lato a valle, nella direzione del prato: lì si è formato una sorta di sedile, anatomicamente conformato, che permetterebbe anche di accudire al pascolo degli animali stando comodamente seduti.
Lo stato di salute della Cerquabella di Colle della Rossa è eccellente. Probabilmente, il suo allenamento alla lotta per la sopravvivenza l’ha temprata contro le malattie e contro le avversità atmosferiche, sì che si possa stare assolutamente tranquilli che il suo nome non andrà, almeno per il secolo corrente, ad aggiungersi alla schiera della sue omonime sparite.

Completa il tris di campioni:

Il Fusto, alto e imponente, del grande Cerro di Cerretana

Il Fusto, alto e imponente, del grande Cerro di Cerretana

Roverella, Quercus pubescens – Località Cerretana

Circonferenza m 4,40
Altezza m.  25
Chioma m.  20
Età anni  120
Lungo la strada provinciale che da Montefortino conduce a Montemonaco, lungo la dorsale che separa il bacino dell’Aso da quello del Vetremastro, affluente del Tenna, un’indicazione stradale invia verso un minuscolo gruppo di case: Cerretana.
Il toponimo indica chiaramente da quale tipologia di alberi discenda il nome della frazioncina: il cerro. Tuttavia, tutte la querce che sono distribuite in ordine sparso a fianco dell’unica strada del paese, sono roverelle. Di un’unica quercia, la più grande, qualcuno vorrebbe si trattasse di un cerro, forse ultimo relitto di quelle che qualche secolo fa diedero origine al nome della località, ma l’affermazione non è condivisibile: le caratteristiche della pianta sono quelle, tipiche, della roverella.
Secondo quanto asserisce uno dei suoi proprietari, Quinto Vallesi, la pianta non dovrebbe essere eccessivamente vecchia. La famiglia ne è proprietaria dal 1985, ma essendo residente sul posto da molto tempo prima, i suoi componenti più anziani la ricordano di dimensioni sensibilmente inferiori.
Le altre querce che ora costeggiano la strada, che oggi sono alberi di notevole mole, alcune decine di anni fa erano dei quercioli appena nati. Oggi sono dei veri flagelli, al momento della caduta della foglie, che vanno a depositarsi ovunque, penetrando nelle stalle e perfino nelle case, con conseguente necessità di provvedere alla loro rimozione. Le foglie della grande Quercia, invece, non destano soverchie apprensioni. Provenendo da un’altezza maggiore, se ne vanno a cadere più lontano, in mezzo ai campi, costituendo fertile humus.
Delle grande Quercia, è stata sempre apprezzata la produzione di ghiande, che vengono ancora raccolte dai contadini per l’alimentazione dei maiali. Tuttavia – precisa il signor Quinto – queste vengono date solo agli animali che hanno raggiunto una certa stazza, potendo essere dannose se date ai maialini più teneri. Quelle che non finiscono nella pancia dei maiali, ci pensano le pecore a farle sparire.(Questo è vero: abbiamo provato a raccogliere qualche ghianda e soprattutto qualche cupola, per accertare la possibile appartenenza d