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Montefortino: Padre Basilio Massari

una vita per la Birmania

(*) = nota   Note a Padre Masilio Massari

Un grande missionario piceno, BASILIO MASSARI (1870 – 1945) (1)

L’uomo discende dalla scimmia, oppure…

Io credo che sia stato Dio a creare l’uomo, ci mancherebbe altro; e che lo abbia creato nel sesto giorno, durato che sia ventiquattr’ore o qualche milione di anni.
E credo che i miei progenitori siano stati Adamo ed Eva, e non una coppia di scimmie, e neanche Lucy(2) e il suo maschio australopithecus, comunque si chiamasse.
Ma apprezzo anche chi sostiene che Dio abbia dato il primo impulso alla vita, e che poi ci sia stato un affinamento della specie: tra scienza e fede ci sono molti margini di accomodamento, nei secoli a venire. Nel frattempo continui pure la diatriba fra creazione ed evoluzione.
A proposito di evoluzione mi viene in mente come, nel linguaggio popolare, questo termine si semplifichi nell’espressione “l’uomo discende dalla scimmia”.
Ma se uno, come è successo a me, apre un libro e casualmente legge che presso certe tribù della Birmania si crede il contrario, e cioè che sia la scimmia a discendere dall’uomo…(3), sfido chiunque a resistere alla curiosità di saperne qualcosa di più.
Fu questa la banale occasione che mi fece incontrare il nome di Basilio Massari, missionario in Birmania nella prima metà del ‘900.
Ricordo di aver raccontato il fatto a un religioso di grande statura culturale, con il segreto intento di farci una risata; ma lui mi rispose seriamente e seccamente: ”È più facile che abbiano ragione quei selvaggi birmani che non i nostri evoluzionisti”, e il discorso finì lì.
Ed anche questa faccenda finisce qui, perché quella è una credenza, tra le tante, strane e meno strane, di tribù all’epoca ancora isolate (non voglio dire “selvagge”). Però è quasi una vergogna venire a conoscenza di un grande personaggio per via di un’ingenua storiella, piuttosto che per la sua opera.
Ma tant’è che ciò accade.

Sull’attività missionaria

B. Massari apparteneva all’Istituto per le Missioni Estere di Milano.
Nei programmi e nelle prospettive delle scuole missionarie, al primo posto si mettono, in genere, la civilizzazione e la conversione dei non cristiani: e questo è motivo di critiche, poiché si vorrebbe che al primo posto si mettessero motivazioni più pratiche, come la lotta alla fame e alla malattia; e mi sembra giusto.
La nostra mentalità è alquanto cambiata in confronto all’affannosa preoccupazione e al sacro fervore per la salvezza delle anime degli “infedeli”; ora la sensibilità primaria è quella di essere uomini veri prima che santi presunti, e di star vicino alle necessità umane di nostri simili, di alleviare le loro sofferenze, di curare le loro malattie, di migliorare il loro tenore di vita, di dar loro anche una dignità; e siamo convinti che il buon Signore non ci condanni per questo.
Ma in presenza di una vera e grande fede (qual si richiede ad un autentico missionario, che per la sua stessa scelta non può che considerare insufficiente una fede senza le opere), la missione vede in prospettiva anche l’affrancamento dei popoli dalla condizione di ignoranza, di miseria, di ingiustizia.
Nel primo ‘900 si cominciò a guardare con occhi diversi (più razionalmente) la missione, e anche questo fu un piccolo, ma importante segno: i “superiori” della propaganda missionaria ritennero necessario togliere “tutto quel vecchio frasario che, puntando su episodi ridicoli e crudeli, sembrava aver di mira più il disprezzo che l’amore per i fratelli infedeli(4)”.

Esempi illuminanti

Daniele Comboni, che moriva qualche anno dopo la nascita del Massari, aveva lasciato il segno con le sue grandi intuizioni e realizzazioni, anche se le sue idee avrebbero dovuto attendere molti e molti decenni, prima di essere (ma lo sono ancora?) comprese appieno: il suo Salvare l’Africa con l’Africa non era uno slogan, ma un “Piano per la rigenerazione dell’Africa”, con la lotta allo sfruttamento e allo schiavismo, con la promozione della cultura e del lavoro, con l’affrancamento dal colonialismo; un progetto al di sopra degli interventi delle singole Nazioni e degli interessamenti dei singoli Ordini religiosi: un’Africa autosufficiente, perla splendente, nigricans margarita(5) e padrona di se stessa.
Al tempo dei conquistadores (‘500), quando la penetrazione in territori appena scoperti era improntata a conquista armata, sfruttamento e sopraffazione, Bartolomeo Las Casas dovette affrontare da solo il colosso spagnolo per proporre, inascoltato, una diversa visione delle cose(6).
Egli riteneva giusto rispettare la libertà e le proprietà degli Indios dell’America centrale, dichiarando perfino che essi erano scusabili dell’uccisione di alcuni missionari, a causa dei massacri perpetrati dai cattolici spagnoli; ripudiava i metodi seguiti dagli altri missionari, le conversioni forzate, i battesimi di massa, sosteneva che gli indigeni avevano pari diritti e pari dignità rispetto agli europei ed avevano ragione ad opporsi alle invasioni. Inoltre, circa le conversioni, predicava che i cristiani dovevano mostrarsi veramente degni di tal nome.
Las Casas fu contrastato e perseguitato, con l’accusa di essere più d’accordo con gli infedeli che con gli Spagnoli.
Rara avis, per non dire unica, di quell’epoca.

Dalla Birmania con (vero) amore

Basilio Massari si trovò ad operare nel sud-est asiatico, nella difficile terra di Birmania(7), per oltre un quarantennio.
Anch’egli, già nei primi anni di permanenza, sentì il bisogno di assolvere a un dovere non solo caritativo ma anche umanitario; infatti si premurò subito, cosa non comune, di conoscere e studiare l’ambiente socio-culturale della regione: e lo fece in maniera tanto sistematica, che le sue osservazioni sui modi di vivere, usi, costumi, credenze, formarono un libro che diede alle stampe in Italia nel 1914, per farne omaggio ai benefattori della sua missione e per ricavarne dei proventi per la stessa.
Non un libro autocelebrativo, quindi, malgrado il titolo Quindici anni di apostolato. Vi sono presenti notazioni storiche, politiche, religiose, nonché osservazioni sulla flora, sulla fauna, sulla meteorologia, sull’economia. Ma soprattutto vi vengono descritte, nelle loro peculiarità, tutte le tribù, con le loro caratteristiche e le loro caratterizzazioni, dall’abbigliamento alle superstizioni(8), dall’indole ai tratti somatici.

Cariane Rosse

Cariane Rosse

Qualche curiosità
Gli Shan (Keng-Tung), sia uomini che donne, hanno una gentilezza tutta propria ed anche in mezzo alla confusione di un bazaar non alzano mai la voce.
Le ossa di gallina sono il dizionario, il vade-mecum del Cariano Rosso: egli le consulta per sapere dove convenga piantare il villaggio, se gli convenga sposare una data ragazza e quale giorno fissare, quando è il caso di seminare e di raccogliere, se una malattia è mortale o no, quale direzione tenere in un viaggio e così via; “Insomma il Cariano Rosso non muove un dito senza prima interrogare le galline”.
Se c’è un ospite in un villaggio Lattà, tutte le famiglie del villaggio gli portano da mangiare, “ed il povero malcapitato deve rassegnarsi a mangiare da tutti i piatti”;
I Wa selvaggi indossano una striscia di cotone larga tre dita: questa, passata fra le gambe, è condotta intorno ai lombi; il resto del corpo è nudo. E se la veste delle donne Kaw a stento arriva quattro dita sopra il ginocchio, le donne Wa indossano una sottana “spaventosamente corta” e talvolta… gli ornamenti suppliscono alla mancanza di vesti.
Queste sono solo alcune curiosità, tra le tante situazioni serie, drammatiche ed anche crudeli, nelle quali ci si può imbattere; i succitati Lattà, ad esempio, conosciuti soprattutto per la loro generosa ospitalità, non solo puniscono l’adulterio con la morte ma, sospettando che i settimini siano frutto del tradimento, se la madre muore sono seppelliti vivi insieme con lei.

I Prè
tribù dei PrèSulla tribù dei Prè l’autore opera uno studio sistematico, ammirandone la saggezza (espressa ancora in forma gnomica), analizzandone le abitudini di vita, dalla nascita alla morte, e seguendoli fin nelle credenze dell’aldilà, dall’origine del mondo alla destinazione finale. Uno studio antropologico, insomma.
Ci limitiamo a riferire una loro particolare usanza, un po’ strana per noi, ma estremamente gentile vista dalla loro parte: “Quando il bambino sa appena balbettare due parole, i genitori già pensano a procurargli la sposa. Il contratto vien fatto di comune accordo coi parenti d’ambo le parti, che in seguito si stringono in amicizia. Nessuno perciò mangia il frutto del campo, le carni degli animali uccisi, il frutto della pesca o della caccia senza prima averli condivisi con i futuri parenti”.
In casa, alla donna è attribuita un’importanza basilare:
Chi perde la donna piange pel lutto in casa:
si resta senza maiale e senza galline,
si resta senza acqua e senza legna,
si resta senza fuoco e senza coperta,
si resta senza calzoni e senza giacca.
E la mamma chiama il figliolo defunto:
Sei là un pulcino senza madre
Sei là un uccello senza nido.
Senti il gallo? Credi la mamma che ti chiama.
Senti l’uccello? Credi il fratello che risponde…
Nessun altro Cariano piange, nessun altro è sensibile come il Prè, malgrado la sua indole chiassosa e vendicativa..
Altre pillole di antica saggezza:
Il far male produce tutti i malanni
Se vuoi salire la scala, sappila salire
Se entri nella casa altrui, vedi bene di non macchiarti
Non è bello due cani bisticciarsi
Senza madre è assomigliarsi alla foglia senz’albero
Senza padre è assomigliarsi al campo senza coltura.

Apostolato eroico: mons. Tornatore

Potrebbe sembrare un mondo ancora felicemente primitivo, quello dei cosiddetti selvaggi; sembra una visione idilliaca, colta in una situazione ottimale e idealizzata, che neanche avrebbe bisogno di un missionario. Ma i problemi quotidiani sono tanti e di tale gravità, che sarebbe veramente un peccato (mortale) lasciare in abbandono quei poveri cristi, o poveri diavoli che fossero.
In certe condizioni, il non intervento non significa rispetto ma menefreghismo, significa semplicemente dire “arrangiatevi, che volete farci, la Natura (o Dio) ha voluto così. Rivolgetevi ai vostri dei, ai vostri spiriti, ai vostri stregoni, agli ossi delle vostre galline”.
E non ci riferiamo alle sole superstizioni, bensì alla fame, alla miseria, alle catastrofi naturali, alla piaga delle malattie e alle piaghe della lebbra. È qui che il missionario diventa apostolo ed eroe, e non disgiunge la cura delle anime dalla cura dei corpi.
In questa gara, Basilio Massari ha davanti agli occhi, come modello, la nobile figura di mons. Rocco Tornatore di Mondovì, il cui zelo nel curare le anime era pari allo zelo che usava per curare i mali del corpo: e questo “nella più completa oscurità, senza che nessuno possa mai conoscere la sua dedizione e le sue sofferenze per estendere il regno di Dio in quelle contrade e nel suo esercizio continuo di carità corporale”.
Chi potrà mai raccontare quanto ha fatto nei tre anni della carestia durata dal 1873 al 1876, con una quarantina di villaggi cristiani da amministrare quasi da solo! Egli cercava l’anima ed il corpo del povero lebbroso, del coleroso, del vaioloso come la cosa più naturale del mondo…; gli atti più grandi li compiva colla semplicità dell’uomo pel quale l’eroismo è virtù abituale…
Un vero vanto per il giovane Massari quello di aver collaborato con l’ormai vecchio mons. Tornatore, suo maestro e missionario per quarant’anni, di avergli amministrato l’estrema unzione e di averne raccolto l’ultimo respiro.
Certo, il fine ultimo dei missionari era quello di assicurare a più persone possibili la salvezza dell’anima, e per questo fine ci si poteva trovare anche in concorrenza con rappresentanti di altre religioni: ma se il papa Leone XIII chiamò il Tornatore l’Eroe della Birmania, fu soprattutto perché a motivo del suo comportamento “fu stimato, ammirato ed amato da cattolici, protestanti e pagani”(9).
Crediamo che questo sia stato, e sia, il più bel riconoscimento che si possa dare ad un vero missionario.

I rapporti con la nostra diocesi

Attraverso il Bollettino La Diocesi di Sisto V e in seguito il Foglietto Diocesano di Montalto e Ripatransone, Basilio Massari cerca di avvicinare i lettori, gli amici e i sacerdoti alle missioni; e così tiene informati con le molte sue lettere i buoni cristiani delle due diocesi sulla situazione delle terre in cui opera.
Il buon vescovo Luigi Ferri lo raccomanda sempre alla pietà popolare, affinché sia generosa nel sostenerlo, dando egli stesso per primo l’esempio.
Veramente, la popolazione delle nostre diocesi era di per sé molto sensibile alla causa missionaria, certamente anche a motivo del fascino suscitato dalla mistica figura di Maria Assunta Pallotta di Force, morta giovanissima nel 1906 in Cina ed ora santa(10): per alcuni anni, quindi, due nostri condiocesani operarono contemporaneamente con somma dedizione nell’Asia estrema.
Non so se i due si siano mai conosciuti, ma i nostri fedeli ne avevano buona conoscenza, di persona o per fama, e partecipavano sempre con generosità sia alle varie “Giornate missionarie” sia agli appelli, alle gare, alle iniziative proposte(11); altrettanta sensibilità dimostravano le Commissioni diocesane e l’Unione Missionaria del Clero, tanto che don Giacomo Scalabroni, allora direttore delle Opere Pontificie Missionarie in Montalto, poteva annunciare che nel 1928 la diocesi aveva meritato il primo posto fra tutte le diocesi d’Italia per lo slancio dei fedeli nell’annuale contributo(12). A queste offerte per le Missioni in generale si aggiungevano quelle specifiche per il Padre Massari, particolarmente inviate dai suoi amici personali, dagli ex compagni del Seminario di Montalto(13) ed anche dai parroci e da privati delle due diocesi, sempre stimolati dal vescovo Ferri.
Ma era una goccia d’acqua in un oceano!

Iadò

Iadò, il villaggio cui P. Basilio fa capo, è una piccola oasi: c’è la chiesa con annesso orfanotrofio, realizzati con “la carità” di don Giacomo Agasucci, parroco di Montedinove; c’è una scuola, maschile e femminile, dove oltre all’istruzione religiosa e scientifica si formano i catechisti, si insegna musica vocale e strumentale con la banda, ed anche arte drammatica. Gli indigeni sono molto portati alle arti, utilizzate anche come svago.
E pensare che fino a poco prima anche i catecumeni “avevano la testa più nella guerra e nelle liti che nella religione”: perfino in chiesa andavano con i fucili carichi, di notte alcuni dormivano con le armi sotto la testa ed altri vegliavano, scaricando di tanto in tanto il fucile per avvertire della loro presenza…
Ma ora è diverso, ed anche l’autorità è più tollerante(14).

La festa cattolica dei monti

Ogni anno sulla cima di un monte si svolge una festa particolarissima, alla quale partecipano cattolici, protestanti e svariate tribù, che parlano lingue diverse l’una dall’altra. Si calcola in genere la presenza di diecimila persone.
La festa dura tre giorni, e Padre Massari ne è un entusiasta animatore; si svolgono cerimonie religiose, la banda suona inni occidentali e religiosi, mentre ogni tribù canta le sue canzoni e suona le sue musiche attorno a mille e mille falò notturni. E pensare che nel passato queste tribù erano in continua lotta fra di loro.
Naturalmente, nell’occasione si distribuisce cibo a tutti, e tutti i distretti e villaggi partecipanti concorrono nel portare capi di bestiame ed altre cibarie.
Una specie di rimpatriata generale, dal carattere socio-religioso e ricreativo, che negli anni ha contribuito a creare simpatia verso i cattolici(15).

Momenti di gioia…

In giro per i villaggi, però, oltre alla fatica, si possono incontrare pericoli di ogni genere, ma si possono avere anche momenti di gioia.
Una bella giornata. Alle cinque del mattino il missionario è in piedi per le incombenze liturgiche, la Messa, la Comunione e tutto ciò che occorre per l’assistenza religiosa.
Poi, “soddisfatto lo spirito dei suoi figli, è costretto ad accontentare tutti circa le infermità corporali. Alla sua venuta paiono tutti ammalati” e mostrano di avere i più strani malanni: a chi duole il fegato, a chi la bocca, a chi la gamba, chi chiede un purgante… “un purgante, se non ti fa bene, male non ti farà… ma egli non è contento, e con un segno molto comico stende la mano per un sigaro”. “Contentatili tutti con le medicine -anche i non bisognosi- e salutatili tutti, mi avvio per un altro villaggio(16)”.
E lo fa certo con un sorriso, pieno di fiducia nella divina Provvidenza: “Come non spererò se tutto, tutto mi porta a sperare, se questa virtù rende leggiero ogni penoso fardello?(17)
E su e giù, con rinnovata vigoria, per sentieri scoscesi e per ardue ascese, per monti e foreste, dove le distanze si misurano a giorni di cammino e dove non è improbabile incontrare il predone o la tigre.

… “Ma evvi anche la nota triste”

Per qualche gioia tante tristezze, come si può immaginare; riflette il P. Basilio, come per anticipare qualche nostra sensazione: A considerarla nel fervore della poesia e sotto l’impeto dell’entusiasmo, la vita del missionario può sembrare talvolta seminata di rose…; eh sì, ma poi, magari, ti arriva all’improvviso un disastro che distrugge tutto il tuo operato, come nell’aprile del 1930, quando Iadò va in fiamme. Un villaggio distrutto, morte, desolazione e disperazione.
La casa del missionario diventa rifugio per tutti, mentre vecchi, bambini e ammalati non possono che sperare in lui: i vicini non intervengono, poiché la superstizione imperante ammonisce che in tal caso attirerebbero la disgrazia sui loro villaggi.
Il povero missionario ha un bel dire di avere pazienza sull’esempio del Santo Giobbe, quando essi gli mostrano la pancia vuota, cosicché non può che distribuire tutto quello che ha: “i miei cenci, sale, riso e quel poco denaro…, e per tanta miseria mi nascondo e piango, ma questo non giova a sollevarli nella loro nudità, nel loro ventre vuoto…”(18).
Inoltre, accade spesso che per mesi il missionario si trovi attorniato da torme di bisognosi a causa di carestie, e… “il cuore non mi regge a narrare i vari episodi, a descrivere le facce macilente come scheletri”: allora è costretto a distribuire ai più affamati tutte le riserve, togliendole a coloro cui erano destinate, cioè agli orfanelli e orfanelle della sua scuola, in certo senso dei… privilegiati! Ma intanto questi ultimi vengono rimandati a casa digiuni(19).
Scelte dolorose ma obbligate.

Miracolo in “lebbroseria”

È il febbraio del 1940; Padre Massari ha 70 anni, di cui 42 trascorsi in Missione. È stanco, si sente vecchio, ha perso il piglio del combattente.
Capisce che è giunto il momento del meritato riposo e quindi decide di trasferirsi in un… accogliente villaggetto di capanne di bambù, dove vivono, segregati, decine di lebbrosi, scacciati e fuggiti dalle più svariate zone della vasta regione.
Con un gesto di ultima e suprema donazione, va a trascorrere là i suoi ultimi tempi, a Loilem, dove potrà sentirsi ancora un po’ utile, potrà ancora lenire qualche dolore.
Nel darne notizia, l’articolista del Foglietto(20) commenta la decisione così: dopo 42 anni di missione, infiammato di sempre maggiore zelo, si è deciso di coronare il suo eroismo col seppellirsi, ancora vivo, tra i lebbrosi, in una di quelle plaghe di segregazione, che hanno visto le meraviglie dei martiri e dei santi.
Dalla sua relativa lettera, il Massari sembra abbia ritrovato nuovi entusiasmi, almeno da come descrive la sua prima domenica in lebbroseria: qui i malati, usciti dalle capanne, parteciparono alla Messa e vollero dimostrargli, così come potevano, la loro gioia per la sua presenza. Poi, a seconda di come permettevano i loro corpi variamente mutili, organizzarono addirittura “un teatrino” in suo onore: quasi tutti vollero rappresentare chi con canti, chi con suoni di vari strumenti di bambù da loro stessi preparati, chi con sgambetti e chi danzando. Furono improvvisati discorsi in varie lingue, inneggiando alle Suore che da un anno e mezzo prodigano loro cure materne...; ed uno, su musica da lui composta, cantò una specie di sceneggiata, paragonando la suora ad un serpente: ma mentre questo dà la morte con il veleno, la suora trafigge sì con la sua siringa, ma per portare sollievo.
Insomma, una vera festa.
Beh, se questo non è miracolo…!

Nel resto del mondo impazza la 2ª guerra mondiale

Padre Massari è a Loilem dal 1940; nel villaggio ci sono 20 capanne in cui alloggiano 150 lebbrosi, mentre altri arrivano in continuazione anche da altre regioni, attraverso le foreste. Servirebbero, al momento, almeno cento capanne, e più strumenti, e più medicinali…; dall’Italia martoriata dalla guerra è impossibile sperare aiuti(21); si rivolge allora, con l’ultimo appello e con l’ultima lettera, a due suoi familiari residenti negli Stati Uniti(22).
Pensate un po’: a Loilem un vecchio missionario e due suore lottano per prolungare di qualche giorno o di qualche ora la vita di un centinaio di moribondi. Nel resto del mondo si lotta per abbreviare la vita di milioni di giovani.
Contraddizioni della storia.
Chissà se il Massari e le due suore di Loilem abbiano conosciuto tutta la verità circa i bombardamenti, i campi di sterminio, le bombe atomiche, le mire per una futura spartizione del mondo.
Chissà se il Massari e le due suore di Loilem abbiano dubitato, per un attimo, di avere sbagliato tutto, e che la presenza missionaria fosse più indispensabile nei palazzi governativi delle grandi capitali del mondo.

Tutto per tutti

Il beato Paolo Manna, una delle “glorie” della vita e dell’organizzazione missionaria, tra le molte pagine dedicate alla salvezza delle anime scrive anche:
(Il Missionario) maestro di lettura, di scrittura, d’aritmetica, cerca d’illuminare quegli oscuri cervelli; catechista, egli ripete ai fanciulli, agli adulti, ai vecchi, le idee religiose e le formole che le esprimono; prete, battezza, predica, unisce in matrimonio, assolve, sacrifica; medico, farmacista, infermiere, egli visita ed assiste ai malati, compone i rimedi e li applica, costruisce feretri e seppellisce i morti; avvocato, difende i piccoli contro i grandi, gli stranieri dai colpi degli indigeni, gl’indigeni contro lo sfruttamento degli stranieri; giudice e pacificatore, riconcilia i nemici, impedisce l’effusione del sangue; falegname, zappatore, muratore, operaio, architetto, ingegnere, egli fabbrica case, scuole, chiese, città, traccia strade; egli asciuga le paludi, abbatte gli alberi che producono la malaria, pianta quelli che la tengon lontana, semina e miete, dissoda le foreste e fa fiorire i deserti. Così egli fa tutte le parti, rende tutti i servigi(23).

Il Missionario, ALLA FINE

Questi sono concetti e progetti presenti anche nell’opera di padre Basilio, il quale afferma che il missionario “…nulla ha dovuto sdegnare: è stato medico, avvocato, maestro, artista, agricoltore, cuoco, falegname, fabbro-ferraio… e chi più ne ha più ne metta. Solo così potrà essere fruttuoso il suo apostolato, potrà essere un giorno vero padre dei suoi cristiani, e la sua messe sarà allora ricca e preziosa”(24).
Inoltre è da tener conto che per il suo sacrificio continuo, il missionario … non esige né oro né perle, né avorio, né pellicce: ciò che egli dà, egli lo dà gratuitamente…
…così si spende tutta la vita del missionario, fino a tanto che non cadrà esausto sul solco ch’egli ha scavato nel Campo del Signore, cadrà martire dell’apostolato, martire d’una dedizione di sé stesso in tutti gli istanti, e che ha consunto il suo corpo fino alle midolla; martire delle febbri che lo hanno consumato, che l’han bruciato a fuoco lento; martire di tutte le privazioni, di tutti i sacrifici dei quali può esser capace una esistenza umana, e, forse, martire nel senso letterale della parola, martire fino all’effusione del sangue(25).

Padre Massari, la sua fine e il suo fine.
È morto, povero tra i più poveri, assistendo i suoi lebbrosi.
Certamente non gli è stato chiesto
quanti infedeli avesse convertiti
ma quanti ne avesse aiutati.
Ha potuto rispondere!

Un attimo di silenzio, ogni altra parola è in sovrappiù.
Non un Requiem, ma un Te Deum:
Te Martyrum candidatus laudat exercitus(26).

Banda musicale birmana

Banda musicale birmana

Padre Domenico Pedrotti riferisce di aver sentito raccontare da gente pagana che per alcune notti dopo la sepoltura si sentivano concerti soavi e misteriosi dalla parte dov’era la tomba del P. Massari(27).
Forse si tratta di un gentile e riconoscente “omaggio” postumo, che si colora di sacralità proprio perché proveniente “da gente pagana”. Oltre non si può andare.

Franco Regi

Da “Personaggi Piceni” vol. II di Antonio Giannetti Franco Regi e Settimio Virgili