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Storia di Montefalcone Appennino

Castrum Montis Falconi

Di Gabriele NEPI

A 45 Km. Dalla statale adriatica, allacciato alla strada di Comunanza per la Salaria, questo lindo ed è austero paesino del contrafforte appenninico costituisce, non solo per la sua posizione, ma assai di più per la sua struttura geologica, alpestre ed insieme marina, una delle attrattive più singolari del paesaggio marchigiano. Aereo, appuntato sopra un’ardita guglia calcarea, che strapiomba su dolci valli irrigue fra l’Aso e il fiume Tenna, quasi in un delirio di luci e trasparenze, in contrasto con i boschi di castagni, roveri, faggi, lecci, pini ed abeti che si estendono sul dorsale del monte sovrastante.
La sua visuale spazia dal Monte Conero al litorale d’Abruzzo e, via via, per le valli, i poggi gemmati di paesi nella soave geometria arativa dei campi marchigiani cara a Piero della Francesca, tocca a ponente la catena dei Sibillini, a sud la Maiella e le giogaie del Gran Sasso: più prossimo, solitario, quasi di vetro azzurro, il monte dell’Ascensione, caro alla devozione contadina, coi suoi netti scogli dentati, che Dante, a somiglianza di quelli del Catria, avrebbe chiamato “gibbi”.
Il Prof. Desoney belga afferma che “ chi non ha visto Montefalcone non ha visto il Paradiso” (1).
Un semicerchio di mura dell’antica fortificazione medievale, cinge Montefalcone a est, annodandosi attorno alla severa mole del castello delle XII secolo, la cui torre, svelto parallelepipedo, nella medesima fattura di quella dei Matteucci a Fermo, svetta sopra l’abisso verde, tra i nidi dei falconi e degli astori.
È storia, che qui il tiranno Rinaldo da Monte verde si asserragliò in una disperata difesa contro i soldati fermani e che infine, tradito, preso e quindi decapitato nella piazza di San Martino a Fermo (2).
Oltre il castello, Montefalcone vanta due belle chiese: quella di San Pietro del XIV secolo e Santa Maria delle Scalelle, sita quest’ultima a ridosso dell’acrocoro roccioso, sul cui pendio boreale l’Amministrazione comunale opera da qualche anno un intenso rimboschimento, di più che centomila pini. Sotto questa chiesina, un secolo fa fu aperto il monte mediante un traforo per la via d’accesso occidentale, dal fiume Tenna.
Se una delle caratteristiche del paesaggio marchigiano è la sua rude grazia, qui, a ridosso dell’Appennino, a 760 m. di altitudine, in questo paesino di montagna esso tocca forse una delle sue manifestazioni più alte. Abbondano i giardini. Al limite d’ogni casupola, arroccata sullo spalto, c’è un’aiuola fiorita. Ogni balcone, ogni finestra è colorata di begonie, bei fiori enormi, rossi sanguigni, turchini, gialli. I viali e le stradine che si inerpicano sul monte, dall’esedra del Crocifisso Tirolese alla Cappella degli Orsini, odorano in giugno di tigli e il dorsale rupestre nelle radure prative è un solo aroma, un solo fiore, cilestrino, di menta. Più oltre, inizia il bosco, di maggio pieno di fragole, che si estende dal punto trigonometrico quota 912 fino all’estremo spalto settentrionale del monte, al Comune di Smerillo, altra gemma di questi luoghi, con i suoi ruderi del castello dei signori di Monte Passillo che passato poi alla contessa Matilde di Canossa fu da costei donato alla Chiesa.
Questo bosco è reso sacro dalle memorie francescane. Nel convento di Luogo di Sasso, infatti, si vuole che abbia dimorato il beato Matteo da Bascio, fondatore dell’Ordine dei Frati Minori, e perfino San Francesco e San Bernardino, ai quali nomi sono dedicate due fonti di purissima sorgiva (3). La chiesa annessa al convento conserva due pregevoli opere di un Trittico dell’Alamanno, che fu allievo del Crivelli, e un Crocifisso ligneo del ‘400, dalla mirabile struttura anatomica, dolcissima la compostezza del volto reclino, cereo, e tuttavia pieno di luce, nella venustà del primo Risorgimento, il corpo di Cristo (4).
Ma la particolarità eccezionale, forse unica, di questo paesaggio, è geologica. Su ogni cosa, ogni dirupo, fenditura, crinale, là dove l’erosione del vento delle piogge scalza il substrato, emergono alla luce, come un sogno, o un incubo millenario, banchi di conchiglie fossili, isole madreporiche e coralline. Luccicano nel sole, vitree. Paiono brillanti. Dalle più minuscole alle più grandi, talune enormi, si accavallano in volumi calcinati tra l’una e l’altra colata di fango o nello spessore della sabbia, nella remota convulsione dell’Appennino, che emerse dal fondale del mare, li affondò, riemerse, in uno spaventoso cataclisma all’alba della penisola italica.
Si va per questi boschi, nel profumo dei tigli o dei castagni in fiore, con la sensazione alterna, quasi ossessiva, di questa arcaica conflagrazione marina e terrestri, e l’antitesi stordisce, tra il mistero subacqueo tragicamente violato, dei murici, dei nautili, delle alghe, degli anemoni, delle miriadi di valve travolte, tutta la fauna e la flora dell’abisso morto e silenzioso, pietrificato dai millenni; e il mormorio fresco, aggressivo degli alberi.
Nessuna plaga italiana presenta, così scoperto e denudato, quasi simbolicamente ed in misura così gigantesca, il violento trauma della nostra alba peninsulare. Sembra di vivere in una duplice vita: di creature alpestri e marine. E forse la mitezza o mansuetudine, proverbiale degli indigeni, ma che è di tutti i marchigiani, che cela nel suo fondo una rudezza ed una scabrosità senza l’uguale, nasce da questa natura antitetica geologicamente messa a nudo: che pone sotto gli occhi, in un contatto perenne, senza l’ausilio di nessun libro, e il maggiore, per dirla col Galilei, la realtà e la verità stessa del mondo.
La rocca di Montefalcone, una delle più importanti dello Stato fermano, era tenuta in grande cura da Fermo (5) e nei suoi Statuti stabilisce particolari attenzioni a tale rocca di cui andavano fieri i Farfensi.
A Farfa è legata alla storia, il sorgere ed il primo affermarsi di questo munito castello (6). Il Chronicon Farfense parla spesso di Montefalcone come pure la Destructio dell’Abate Ugo (7).
Nell’anno 967 l’imperatore Ottone I conferma Montefalcone all’Abbazia di Farfa e Ottone II nel 998 ed Enrico IV nel 1084 seguito poi da Enrico V nel 1118 ripetono tale conferma (8).
A proposito di Farfensi che il 20 giugno 934 vennero su Matenano portando il corpo di Santa Vittoria sul colle Matenano al sicuro delle invasioni saracene, c’è da ricordare che una parte dei monaci che vennero dalla Sabina sono sistemati proprio a Montefalcone dove nel secolo XII fioriva una scuola di notevole livello culturale. Lo si desume da un documento trascritto da Feliciangeli. (9)
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1 A. Vittori, Montemonaco, Firenze, 1936.
2 G.Nepi, Storia di Monturano, Macerata, 1989.
3 Idem, Cenni storici di Smerillo, Fermo, 1970.
G.Nepi – G. Settimi, Storia di Santa Vittoria in Matenano
Matteo da Bascio dal luogo del borgo natìo Bascio (Carpegna) 1495 c. Morì a Venezia nel 1552. Ordinato sacerdote nel 1520, dimorò poi nel convento di Montefalcone Appennino, ma nel gennaio 1525 qui spuntò l’idea cappuccina e se ne allontanò per recarsi a Roma per implorare da papa Clemente VII di poter imitare perfettamente San Francesco nel modo di vestire, nella più vera povertà e nella predicazione evangelica. Subì varie traversie persecuzioni, ma fu aiutato è protetto da Caterina Cibo duchessa di Camerino. È il fondatore dei Cappuccini; l’idea di tale fondazione l’ebbe appunto a Luogo di Sasso, territorio di Montefalcone Appennino.
4 P.Zampetti, La pittura nelle Marche, Ancona, 1987.
5 Arch. di Stato Fermo, pergamena n. 1792; AD 1214.
G. di Catino, Chronicon farfense, vol.I, pagg. 135-136.
Arch di Stato Fermo, perg. 1794; AD 1306.
6 Arch. di Sato Fermo, perg. 1792; AD 1214.
7 G. di Catino Chronicon farfense, Vol.I “Curtem quae Montis Falconis dicitur in Firmano Comitatu posita in integrum dato pretio Norite comparavit quae magnam utilitatem usque hodie eidem praestat monasterio “ (Destructio, pag,35).
8 G. di Catino, Chronicon, op.cit , vol.II, pagg-7-177.
9 R.Foglietti, Le Marche dal 586 al 1230, Macerata 1907.
In un contenzioso sorto tra l’Abbazia di Farfa e la città di Fermo sul possesso del castello di Montefalcone, tale Mainardo novantaciqnuenne “ Interrogatus si vidit eos possidere dictum castrum Montis Falconis cum fortilitiis, dicit quod sic, quia erat et fuit ibi”. Trascrizione d’un rotolo membranaceo contenente un esame testimoniale circa i diritti della Abbazia di Farfa sul Montefalcone, in Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria, vol.II, Roma, 1888, p. 326-327. Sull’argomento cfr F. Allevi, I Benedettini nel Piceno, p. 102.