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Lu totu a Falerone

La Festa di San Paolino a Falerone

Un faleronese di qualunque estrazione sociale e di qualunque caratura culturale, quando sente parlare di San Paolino, d’acchito, non ripassa mentalmente le caratteristiche dello stile romanico-gotico o non si mette a disquisire sulla corretta interpretazione della Iscrizione detta di Desiderio. Un faleronese, d’acchito, associa alla antica chiesa rurale la secolare festa del lunedì di Pasqua e, con essa, l’altrettanto secolare jocu de lu totu.

Quella festa e quel gioco possono essere raccontati e vissuti in modi molto diversi.

LA FESTA DEL GIORNO DOPO LA PASQUA

di Carlo Tomassini

Dalle notizie scritte dai preposti del secolo XVIII si viene a sapere che la festa di San Paolino era solennizzata nella chiesa dentro al castello e anche in quella rurale. Il titolo attuale della parrocchia del centro di Falerone (nella chiesa di s. Giovanni) resta di S. Paolino.

La chiesa di San Paolino vista dalla vicina casa colonica

La chiesa di San Paolino vista dalla vicina casa colonica

Nella contrada restò l’usanza di solennizzare la festa della Pasqua e il giorno seguente veniva organizzata una grandiosa processione delle confraternite, “assieme con il devotissimo popolo che numeroso interviene con il clero, i religiosi, il magistrato con tutta magnificenza, anche con il (francescano) Predicatore il quale eruditissimo fa la sua predica in detta chiesa … con l’intervento anche di moltissimi forestieri. E perché gli antichi nelle feste più solenni erano soliti diportarsi agli spettacoli, non si è potuto mai estirpare in quella giornata il tirare archibugiate al gallo o gallinaccio(Inventario del 1727).

(da La cattedrale della Diocesi del Vescovo di Falerone: la chiesa di San Paolino, 2011)

IL LUNEDI’ DOPO PASQUA

di Pompilio Bonvicini

La facciata della chiesa di San Paolino

La facciata della chiesa di San Paolino

Nel pomeriggio del lunedì di Pasqua, detto anche “la seconda festa”, i Faleronesi insieme con i conoscenti e gli amici, venuti pure dai paesi vicini, vanno a fare una scampagnata e una merenda sull’ampia e pianeggiante vetta del colle di san Paolino, chiamato così dall’omonima chiesa romanica. Ivi si consumano uova sode, dai gusci ben colorati; si mangiano ciambelle e calcioni, formati di pasta frolla ripiena di vari formaggi grattugiati. Si intrecciano balli e si combinano fidanzamenti; finchè al tramonto, tra canti e suoni di fisarmoniche, le comitive riprendono la via del ritorno.

Nel secolo scorso (N.d.R.: cioè, nell’Ottocento) la manifestazione di san Paolino era più solenne ma anche più compassata. Ecco come la descrive il De Minicis nel suo manoscritto (pag.25 e seg.): “La mattina del lunedì di Pasqua il Paroco, vestito di cotta, insieme col Magistrato e le tre Compagnie [confraternite] si congregano nella chiesa di san Giovanni; ogni compagnia conduce quattro confratelli ed un crocifero vestiti di sacco, con due figlioli vestiti parimenti dell’uniforme, portanti due piccole insegne ai lati del Crocefisso. Così ordinate le cose, ci s’incammina processionalmente verso san Paolino, recitando il Rosario e cantando le Litanie della Madonna… Si compie il cammino [circa 2 Km.] in silenzio e a piedi. Vicino alla chiesa di san Paolino si riprende il canto delle Litanie e si regola in modo da terminarle entrando in chiesa, ove si dice l’oremus e s’incomincia la Messa cantata. All’evangelio il Predicatore fa la predica al popolo dal pulpito, mentre il celebrante siede in cornu epistolae. Finita la Messa, si va a prendere la refezione nella casa colonica della parocchia di san Paolino. Tutti i paesani vi hanno diritto, e ne intervengono ottanta o novanta circa. Si mangia in piedi: calcioni, ciambelle, ovo lesso, salame, arrosto di agnello e fritto. Sono escluse le donne. Poi si fa la seconda tavola delle persone più ragguardevoli del luogo, cioè il Priore comunale, tutti li sacerdoti e parochi, il Predicatore ed altre persone civili invitate dal sig. Prevosto, e sono circa venti. Si sta a sedere e si mangia: salame e antipasto, minestre, lesso, umido, fritto, arrosto, ciambelle, calcioni, formaggio e frutta. (1)

Lu totu

Lu totu

Il popolo che concorre è molto, anche dei paesi vicini; nell’interno della selva [di pini e querce] vi sono molti giuochi, chiamati “alla fossetta”, facendosi vari buchi in terra, nei quali si tira una boccia. (2) Da quei che sono riscaldati dal vino si producono varie volte dei tumulti e risse, ma vi è presente la forza pubblica per impedirle. Circa le ore 20 si adunano le compagnie col Paroco e ritornano in paese col medesimo ordine con cui son venute, cantando le Litanie; recitando il Te Deum si entra nella chiesa di san Giovanni, ove si dà la benedizione col Sagramento. Li carabinieri restano vicino alla chiesa rurale e licenziano [sul far della notte] li giocatori per evitare ogni rissa e abuso di gioco.

Note del Bonvicini:

1-Si noti che tutto quel vitto proveniva dalla mensa prepositurale di san Paolino ed era distribuito gratis. Tale uso continuava quello romano dei Faleriensi, ricordato dalle iscrizioni latine “decurionibus et plebi urbanae divisionem dedit” (CIL, IX, 5428 e 5429).

2-Le buche sono disposte a quinquonce; ad ognuna di quelle laterali corrisponde una somma pari alla posta, mentre a quella centrale il totale valore delle giocate (donde la frase “jocà a tòtu”); i giocatori vincono la somma spettante alla buca in cui mandano la loro boccia; se il primo tiratore va al centro, totalizza il premio e si ricomincia una nuova partita.

(da Falerone – I luoghi della gente, Andrea Livi Editore, 1998)

TOTU, SAN PAULI’!”

di Ubaldo Santarelli

Il lunedì di Pasqua a Falerone è un giorno speciale. Per lo meno, ricordo che lo era al tempo della mia fanciullezza e della mia giovinezza. Forse, adesso quel lunedì è meno speciale di una volta. E’ sempre la festa a San Paulì, ma anni fa era festa grande. Una festa speciale, appunto.

Letteralmente, il Paese si riversava giù, verso la chiesa di San Paolino, si ritrovava (quasi) tutto negli spazi che si aprivano vicino alla chiesa, intorno ad una grande casa colonica, abitata, allora, da lu contadì de lu prete, e sul bordo di una cava di rena, dismessa già ai miei tempi. Il tutto incorniciato da una gradevole pineta.

Per me erano speciali addirittura i giorni precedenti il lunedì di Pasqua. Vedevo indaffarate le persone della contrada, soprattutto quelle che abitavano più vicino alla zona di San Paolino, destinata ad accogliere li paesà. Le donne si ingegnavano per far sembrare più bella del solito la vecchia chiesa. La famiglia del contadino rendeva il più possibile sgombri e, quindi, più agibili gli spazi intorno alla casa. Alcuni uomini preparavano lu totu.

Questo era un lavoro ambito, che ci si tramandava orgogliosamente di padre in figlio. Non tutti erano capaci di farlo a regola d’arte. Si trattava di realizzare un cerchio, dal diametro di 2/3 metri, che degradava leggermente e omogeneamente verso il centro, dove si apriva una buca non molto fonda, ma tale da accogliere una boccia. Vicino al bordo del cerchio, nella parte interna, si realizzavano quattro buche più piccole di quella centrale, capaci, comunque, di trattenere eventualmente la boccia.

I giocatori al momento de lu cuntu

I giocatori al momento de lu cuntu

Prima di ogni gara, i giocatori, in genere una diecina, si ponevano intorno al cerchio e ciascuno versava la quota di partecipazione per costituire il premio che avrebbe guadagnato il vincitore, cioè colui che fosse riuscito a far entrare la boccia nella buca centrale. Il giocatore, la cui boccia si fosse fermata in una delle quattro buche vicine al bordo del cerchio, avrebbe recuperato la sua quota di gioco versata in precedenza.

Non si creda, però, che fosse facile far entrare la boccia in una delle buche. I giocatori a turno (per stabilirlo all’inizio di ogni gara se vuttava lu cuntu intorno a lu totu), fino a che uno di loro non avesse fatto totu, cioè fino a che non avesse mandato la boccia nella buca centrale, si portavano in una delle tre poste, cioè i punti dai quali dovevano lanciare la boccia. Ogni posta, collocata ad una quarantina di metri da lu totu, aveva le sue difficoltà: una era fissata molto in alto rispetto al cerchio; una era ceca, cioè da essa non si vedeva lu totu; una sembrava più facile perché si trovava sulla stessa quota di altura de lu totu, dal quale, però, era più lontana delle altre.

Giocatori e scommettitori intorno e dentro lu totu

Giocatori e scommettitori intorno e dentro lu totu

L’abilità del giocatore consisteva nel griffare (cioè lanciare in alto) la boccia con la forza calcolata ad occhio, in modo da farla atterrare con la velocità giusta in una delle piccole corsie, levigate come il tappeto di un biliardo, che erano state realizzate intorno al cerchio de lu totu. La boccia lanciata doveva scorrere verso il cerchio senza fermarsi prima e senza oltrepassarlo. Lo scorno maggiore del giocatore si aveva quando la boccia si fermava sul bordo del cerchio, senza arrivarci o andando oltre. Immaginate il moderno giocatore di golf, che cerca di calibrare il colpo con la mazza, ma la pallina rotola beffarda a fianco della buca o fino a un centimetro da essa.

Intorno a lu totu, però, non c’erano solo i giocatori: c’erano anche coloro che gestivano le scommesse, sollecitate tra gli stessi giocatori e tra i numerosi spettatori, che si assiepavano su spalti naturali.

Negli intensi giorni dell’avvicinamento alla grande festa c’era chi scrutava ansiosamente il cielo per capire se il lunedì di Pasqua il tempo sarebbe stato bello. E, se brutte nuvole facevano pensare al peggio, c’era chi si lasciava andare a imprecazioni e a frasi che mi sono rimaste nella memoria. Una in particolare: la pronunciava Pietro, accompagnando le parole con una smorfia di disappunto: “Nazzarè è disppittusu!” diceva per significare che il Padreterno, essendo invidioso della popolarità di cui godeva San Paolino tra i Faleronesi, si adoperava, se non per far annullare la festa, almeno per renderla meno partecipata e meno gioiosa con una spruzzatina di pioggia.

Dunque, il lunedì di Pasqua Falerone si trasferiva nella contrada di San Paolino. La mattina si ascoltava la Messa nell’antica chiesa e poi si andava in avanscoperta nella grande aia della vicina casa colonica, dove già avevano preso posto bancarelle ricche di ogni ben di Dio: allora, in tempi di vacche per lo più magre, era proprio il caso parlare di bancarelle con ogni ben di Dio. Gli uomini si procuravano cartate di porchetta per il pranzo da consumare a casa. Io cercavo subito lu lupinà, che si era posizionato in un angolo con la sua piccola sedia, sulla quale era sistemato il sacco dei lupini, curati con maestria nei giorni precedenti. Con uno dei bicchieri di varia capienza, a seconda della richiesta del cliente, lu lupinà versava i lupini in un cono che, con infallibile e rapida abilità, aveva realizzato con un piccolo rettangolo di carta paglia.

Ero golosissimo di lupini. Era per me un piacevole passatempo pescare i lupini in quel cono. Nessuno può immaginare il mio stupore, misto a disappunto, quando, più tardi, ho letto che anche i Malavoglia del Verga avevano avuto a che fare con i lupini. Ma i loro non assomigliavano per nulla ai miei lupini!

Intanto nella zona totu i giocatori scaldavano i muscoli, indagavano sulla pericolosità degli avversari. Nel pomeriggio ci sarebbe stata l’apoteosi del gioco de lu totu. Subito dopo pranzo, fatta la classica pennechetta, gli spettatori si affrettavano a gremire il bordo dell’aia che si apriva sullo spazio, in basso, dove era stato realizzato lu totu. I giocatori gettavano lu cuntu per stabilire il turno di lancio della boccia. Gli scommettitori invogliavano gli spettatori, garantendo loro, in caso di vincita, tre volte tanto la somma scommessa.

Uno alla volta, i giocatori si recavano lentamente, con fare studiato e spavaldo, alla posta stabilita, da dove griffare la boccia verso lu totu. Ogni giocatore aveva la sua claque. E lui sembrava bearsi degli applausi e degli incitamenti. Ai miei occhi di bambino sembrava un torero che si apprestava a matare il toro al centro dell’Arena. O un cavaliere medioevale che, lancia in resta, si accingeva a misurarsi in un duello. Mancavano solo il getto di fiori e l’omaggio alla dama.

Un giocatore calibra la griffata della boccia

Un giocatore calibra la griffata della boccia

Il più delle volte il lancio della boccia non sortiva i risultati desiderati. E, a seconda della qualità della prova, gli scommettitori riprendevano a vociare e a sollecitare chi ancora esitava ad aderire alla scommessa. Sembrava tutto bello e coinvolgente. Molti anni più tardi, hanno cercato di spiegarmi che non tutto era cristallino: sembra che qualche volta (non sempre!) giocatori e scommettitori si accordassero per taroccare la conta e indirizzare in un certo modo lo svolgersi del turno di lancio della boccia in funzione delle risapute o presunte abilità dei giocatori.

A dire la verità, ancora non ho capito come questo si potesse realizzare. So solo, e bene, che, quando la boccia entrava, fermandocisi, nella buca centrale de lu totu, il giocatore vincitore arrivava dalla posta di lancio con calma olimpica e, con distacco signorile, si metteva in tasca i soldi vinti, naturalmente contati con una occhiata rapida, quasi distratta e disinteressata. Sempre, però, rivolgeva agli spalti un sorridente, sonoro “Totu, san Paulì!

Da lu totu, a Falerone, quando si vuole esultare per la riuscita di un’impresa, che si riteneva difficile, ci si abbandona ad un rilassante “Totu, san Paulì!”.

Basta poco a fare la fortuna di una espressione: a Falerone sono bastati un gioco e un santo al quale si è affezionati. Insomma, “Totu, san Paulì!” sta a dire: “Grazie, san Paulì! Sci ‘n amicu! Sci lu mejo!”. Naturalmente, tra i santi e tra gli uomini. Faleronesi e non!

Ubaldo Santarelli