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Tela di M.Barberis (datata 1904), Il ballo co la 'nzegna

La Contesa de la ‘Nzegna di Falerone

Tela di M.Barberis (datata 1904), Il ballo co la ‘nzegna
“Festa paesana iniziata nel 1980, che vede la contesa tra le contrade del paese per aggiudicarsi la ‘Nzegna, un’antica bandiera ritrovata nella sagrestia della Chiesa di San Fortunato”

Alfiere con la 'Nzegna

Alfiere con la ‘Nzegna

Dal 1980, nella settimana che porta alla seconda domenica di agosto, a Falerone si svolge la Contesa de la ‘Nzegna (altrimenti chiamata Festa de la ‘Nzegna), in cui si sfidano le agguerritissime contrade del paese. Il premio ambito della vittoria è custodire per un anno l’antica bandiera (la ‘nzegna, appunto) di colore rosso, che nell’ovale centrale porta raffigurati, da un lato, il patrono San Fortunato e, dall’altro, un paio di buoi che arano un campo: una ‘nzegna, insomma, che sintetizza la millenaria storia della comunità locale.

 

 

 

Adunata dei carri inizi '900

Adunata dei carri inizi ‘900

La nascita della Contesa

Far nascere la Contesa è stata una grande decisione, di cui va riconosciuto il merito a chi l’ha voluta. Prima di tutto a Massimo Mezzanotte, noto commediografo, pittore e poeta faleronese, scomparso nel 2009. Questi (me lo ha raccontato nel 2007), mentre nel 1976 stava raccogliendo notizie sulla figura dell’Abbatacciu, che sarebbe stato il protagonista di una delle sue commedie più famose, scorrendo il manoscritto del Parroco di Falerone nella metà dell’’800, Don Angelo De Minicis, s’imbattè in un ballo co la ‘nzegna, allora per lui del tutto misterioso. Volle sapere di che cosa si trattasse: cominciò a interrogare gli anziani del paese e, a poco a poco, gli si disegnò davanti un quadro stupefacente. Scoprì che i contadini di tanti anni prima realizzavano sui carri enormi covoni di grano, facendo a gara per chi lo costruiva più alto e più bello. Il grano utilizzato era poi offerto in dono al Patrono S.Fortunato, con l’accompagno del suono degli organetti e dei balli popolari. Il ballo più seguito e apprezzato dalla popolazione era proprio il ballo co la ‘nzegna: una gara, insieme, di forza e di abilità tra i giovani contadini faleronesi, i quali dovevano far passare sotto le gambe, alzate alternativamente, l’asta di una bandiera molto grande e pesante che non doveva mai toccare terra.
Ma dov’era quella bandiera di cui parlavano gli anziani? M.Mezzanotte la scovò in un armadio della vecchia sacrestia della chiesa di S.Francesco: era un pesante drappo rosso con al centro le immagini del Santo e dei buoi. Era la ‘nzegna! Fu ripulita, sistemata, “rinfrescata”: è ora la ‘nzegna della Contesa di Falerone.
E quando nel 1980 Massimo Mezzanotte, che aveva elaborato in modo creativo quanto aveva scoperto su carri e ballo, propose per l’estate faleronese la manifestazione, battezzata Contesa de la ‘Nzegna, al sindaco Remo De Minicis e al suo vice Luciano Fagiani, questi l’accolsero con entusiasmo, cogliendo e apprezzando appieno la valenza culturale e storica della proposta. Subito l’amministrazione si adoperò perché il progetto si realizzasse.

Le peculiarità della Contesa
La Contesa faleronese vanta alcune caratteristiche che la rendono sicuramente unica nel panorama delle manifestazioni estive italiane.
La sua prima grande peculiarità è la globalità di riferimento, nel senso che essa non vuole riproporre un singolo grande fatto storico, ma si ricollega al generale contesto ludico-rituale-propiziatorio, cioè a tutto il mondo di riti, di feste, di cultura che è stata la civiltà contadina di Falerone nel corso dei secoli fino a qualche decina di anni fa.
Per tale motivo nella Contesa non ci si ripete mai: l’originalità è naturale, perché è difficile esaurire il repertorio di spunti che si rifà ad un contesto ampio di civiltà e non ad un singolo episodio, intorno a cui girare e rigirare.
La Contesa, inoltre, forse sola tra le tante manifestazioni estive, può vantare la speciale globalità di partecipazione: alla realizzazione di essa, infatti, partecipa attivamente la collettività delle singole contrade. I contradaioli non si accontentano di assistere alle evoluzioni e alle performance di “attori” assoldati all’esterno; tra essi, in più, non c’è la corsa ad apparire nella propria individualità. E’ tutta la comunità che è “attrice”, nella sua globalità, perché è globale, cioè di tutti, la memoria, l’identità che si vuole rivitalizzare e riassaporare.
Per tutto questo la Contesa è una manifestazione complessa, non si esaurisce, cioè, in un solo episodio di festa, ma si dipana in più momenti, tutti importanti, che, però, non si prefiggono di ricostruire in modo rigorosamente filologico eventi del passato, seguendone la successione cronologica e le realizzazioni concrete di un tempo. L’importante per manifestazioni come la Contesa è rispettare il “clima” e la “sostanza” di una civiltà, riproponendone fenomeni, azioni, gesti, parole emozioni, sentimenti…, cioè lo spessore socio-culturale.
Il fascino particolare della Contesa, tuttavia, deriva anche dal fatto che i contradaioli non usano costumi e strumenti realizzati per l’occasione, magari pagandoli profumatamente, ma tirano fuori dalle soffitte e dalle cantine i vestiti e gli oggetti autentici che i Faleronesi hanno usato nello scorrere del tempo, passandoli di generazione in generazione, nelle fatiche dei campi o nei momenti di festa.

I momenti più significativi della Contesa
Nel quadro della complessità della Contesa il ballo co la ‘nzegna, le “veglie” e i carri agricoli votivi meritano illustrazioni particolari.

 Predella della pala dipinta da  D.Malpiedi, nel 1610

Predella della pala dipinta da D.Malpiedi, nel 1610

Il ballo co la ‘nzegna

Il ballo co la ‘nzegna si svolgeva il primo giugno, festa di San Fortunato, dopo il mezzodì, dopo che alla mattina i contadini avevano assistito alla Messa detta dei bifolchi, preannunciata il 31 maggio dal suono festoso e ininterrotto per un’ora della campana chiamata la codetta.
Luigi Mannocchi ne Il Piceno nelle tradizioni e nella prima letteratura (ristampato nel 1982 a cura di Antonio ed Eugenio De Signoribus), per spiegare l’origine della “buffa costumanza” del ballo co la ‘nzegna, muove dalla parte inferiore del quadro di Domenico Malpiedi (1610, ora posto nella chiesa di San Francesco, sulla destra, all’imbocco dell’abside, proprio sopra l’altare di San Fortunato), nella quale è rappresentata una scena che ha sullo sfondo Falerone circondato dalle fiamme e in primo piano alcuni soldati che ballano attorno una bandiera, al cui centro campeggia la figura di uno scorpione. Lo studioso, sviluppando argomentazioni di carattere storico, conclude: “Considerato che il Cristianesimo nel lento ma efficace processo di sostituire i simulacri della nuova fede agli idoli pagani credette espediente di ricorrere ad una certa omonimia, perché i pagani, senza avvedersene, subissero il cambio, […] io sono d’accordo che il ballo per San Fortunato procede da quello della dea Fortuna e che magari abbia dato occasione alla cerimonia qualche avvenimento cui si ebbe mira e che essa favorì.”
Questo avvenimento è quello che tutti i Faleronesi conoscono e che costituisce una pia tradizione: nel sec.VI d.C., nel periodo degli scontri tra Goti e Bizantini nel Piceno, Falerone apparve circondato da fiamme a due eserciti che attendevano il momento per sferrare, ciascuno prima dell’altro, l’attacco decisivo contro il paese. Ognuna delle orde- racconta l’ex parroco Don Silvio Catalini nel volumetto “La Contesa de la ‘nzegna”, stampato dalla Contrada di San Paolino nel 1983- “aveva pensato indispettita di essere stata preceduta dall’altra e, quindi, aveva levato le tende; il paese invece era integro e salvo, avvolto da fiamme che San Fortunato aveva fatto miracolosamente apparire per salvare i suoi devoti. Ecco allora lo scampanio di esultanza, il raccogliersi nel castello di tutta la popolazione in festa, che viene con le bestie accompagnate dal bubulcus, lo sventolio delle insegne e i balli conseguenti in piazza…” La festa si stabilizzò il primo giugno in onore di San Fortunato, proclamato, naturalmente, Patrono del paese.
Oggi il ballo si esegue, nella settimana che precede la seconda domenica di agosto, con una coreografia immaginata dalla pittrice Raffaela Cotini. Seguendo movimenti codificati, il rappresentante di ogni contrada, a turno, si porta nello spazio delimitato da un cerchio e, dopo aver fatto spiegare interamente il drappo in parallelo al terreno, fa passare l’asta della ‘nzegna sotto le gambe sollevate alternativamente e velocemente in modo che il drappo non tocchi terra. Vince chi balla più a lungo e incappa il meno possibile nelle penalità previste.

Particolare di una Veglia della Contrada San Paolino

Particolare di una Veglia della Contrada San Paolino

Le veglie
Per la geniale idea di Massimo Mezzanotte di riservare due serate (il venerdì e il sabato precedenti la seconda domenica di agosto) alle cosiddette “veglie”, la Contesa è, se possibile ancora di più, un unicum inimitabile nell’insieme delle iniziative culturali e folkloristiche che ogni anno fioriscono in Italia.
Il termine “veglie”, però, è del tutto improprio per indicare il segmento, a mio parere, culturalmente più suggestivo e più sostanzioso della Contesa. Per definirlo meglio, sarebbe più appropriato utilizzare l’espressione “scene tipiche del passato”. Nella Contesa di oggi, infatti, per “veglie” non si intende quello che le veglie erano una volta, cioè il radunarsi di molte persone, soprattutto in inverno, nella stalla di un vicinato, al caldo accanto alle mucche, per attendere a svariati lavori: treccia, maglia, canestre, sedie da impagliare… Per dedicarsi anche a chiacchiere, maldicenze, scontafavole… Le veglie, all’interno della Contesa di oggi, sono un vero e proprio teatro povero, realizzato negli spazi affascinanti del Centro storico, che si animano di situazioni, personaggi, eventi, problemi, diatribe, modi di dire, occasioni di festa, motivi di pena del mondo contadino faleronese. Ogni contrada propone un momento scenico diverso da quello delle altre. E ogni anno sceglie un argomento nuovo!

Particolare di una Veglia della Contrada Lu Paese

Particolare di una Veglia della Contrada Lu Paese

Agenti attivi delle “veglie” sono unicamente i contradaioli: le pensano, le organizzano, le animano nella rappresentazioni. Essi parlano il dialetto con i suoi modi di dire, hanno vissuto dall’interno o dagli immediati dintorni la vita contadina, hanno conosciuto, sia pure indirettamente, le persone di quella vita, ne hanno capito i problemi, le pene, le gioie… Le “veglie”, insomma, nascono nel contesto socioculturale di Falerone e vivono solo in quell’atmosfera. Non si possono mortificare in scenette, più o meno brillanti, buone per ogni palcoscenico o replicabili in altri contesti. 
Negli ultimi anni nel modo di intendere e di realizzare le “veglie” all’interno della Contesa si sono sviluppate due correnti di pensiero: ci sono coloro (tra questi io) che ritengono fondamentale attenersi rigorosamente allo spirito originario descritto sopra, cercando contenuti che facciano rivivere in modo non contraffatto tutta intera la storia della Falerone di qualche tempo fa, per meglio valutare l’oggi; e coloro che pensano sia più al passo con la mentalità del presente spettacolarizzare la rappresentazione, privilegiando l’apparato scenico sui contenuti, che inevitabilmente, così, rimangono come relegati in secondo piano.
Personalmente ricordo come migliore complimento espresso su una “veglia” incentrata sul tema della disdetta (disgrazia inesorabilmente incombente sui contadini fino ai primi 50 anni del ‘900) il commento del Prof.Sergio Anselmi, il quale l’aveva appena visionata come componente della Giuria: “Questo è un piccolo trattato di sociologia!

Particolare di una Veglia della Contrada Lu Paese

Particolare del carro della Contrada Madonna del Molino, vincitrice della Contesa 2014

Sfilata dei carri agricoli votivi
Il pomeriggio della seconda domenica di agosto è destinato alla sfilata dei carri agricoli votivi trainati da buoi (si badi: non trainati da trattori!). E’ questo il momento sicuramente più spettacolare della Contesa.
Ogni contrada su un antico, autentico carro agricolo (per intenderci, quello con le ruote alte), gelosamente conservato in qualche capannone, in mesi di lavoro ha realizzato con i prodotti più svariati della terra, soprattutto con il grano, raffigurazioni plastiche attinenti ad aspetti, personaggi, episodi, situazioni, oggetti, costruzioni della collettività faleronese dei secoli passati. Ora i contradaioli, i quali intendono offrire la loro “opera” in omaggio votivo al Patrono San Fortunato, procedono in sfilata dietro al carro, assumendo iniziative adeguate a quanto riprodotto in esso. A tale scopo indossano i vestiti adatti, non confezionati per la circostanza, ma scelti tra quelli che avevano indossato i loro padri e che erano stati riposti con cura nei bauli, e portano con sé opportuni strumenti tradizionali, che erano stati usati nelle svariate situazioni di fatica o di festa di un tempo. Anche per i carri ogni anno ogni contrada deve pensare qualcosa di originale, sempre, comunque, con riferimento al contesto socio-culturale in cui affondano le radici della Contesa.

Particolare del carro del 1984 della Contrada San Paolino

Particolare del carro del 1984 della Contrada San Paolino

Anche nella realizzazione dei carri, nelle ultime edizioni della manifestazione estiva faleronese si sono scontrate due “scuole” tendenti, l’una, alla monumentalità e alla elaborazione artistica, e, l’altra, alla naturalità e al semplice decoro contadino. In entrambe, tuttavia, per rimanere nello sostanza della Contesa, c’è bisogno di “carristi” che abbiano il “sensibilità” della vita contadina, che sappiano, cioè, usare e armonizzare i prodotti della terra, dai fagioli alle spighe di grano, dai fili di paglia ai chicchi di granoturco, rifuggendo da spettacolarizzazioni inutili a scapito di particolari, magari rozzi e poco appariscenti, ma identificatori di quella vita. “Carristi” che abbiano, in più, la capacità di utilizzare strumenti tecnici che permettano di realizzare qualcosa di valido anche artisticamente e tecnicamente, ma soprattutto qualcosa di vero.
Ci sono documenti che, con riferimento alle Marche, parlano di festa dei carri di grano celebrata dopo la mietitura, a fine giugno, quando i contadini offrivano il grano in spighe per festeggiare la Vergine. In particolare, il compianto Prof. Pompilio Bonvicini, storico per antonomasia di Falerone, scriveva (ora il testo è ospitato in Falerone-I luoghi della gente, a cura di Claudio Giovalè, con la collaborazione di Raffaele Cotini, Andrea Livi Editore, 1998): “Nei tempi passati si faceva una gara tra le varie contrade faleronesi, per allestire il baroccio più bello e meglio ornato con fiori, festoni, rami di alloro, di limoni, di robinie fiorite, e trainato dal più bel paio di buoi della contrada; buoi bianchi, ornati anch’essi, con fiocchi rossi e con campanelli squillanti nella torretta del giogo […] Era frutto di particolare abilità rivestire le intelaiature di legno con mazzi di grano dagli steli raccorciati e fare il tetto dai pioventi ben saldi, cosicchè i tre o quattro uomini che stavano nel vano fossero al sicuro. Di tali persone, una guidava i buoi, una suonava l’organetto ed una o due cantavano a voce spiegata strofe relative alla festa del grano o alla Madonna. Naturalmente le contrade che allestivano i carri di parata, li facevano seguire da barocci effettivamente carichi di covoni di grano. Tutti i carri si davano convegno presso il paese, indi procedevano in fila, tra due ali di popolo festante, per il corso; dopo aver ricevuto nella piazza maggiore la benedizione rituale del Prevosto in cotta e stola, proseguivano per il borgo, ove si faceva subito la serra scaricando i carri; il giorno dopo o in quelli successivi si trebbiava. Il grano era venduto a prezzo corrente e col denaro ricavato si eseguivano i festeggiamenti in onore della Madonne del Buon Consiglio.”
Nella Contesa di oggi, come illustrato precedentemente, è ripresa la sostanza di quei carri e di quella “parata”. Le modifiche apportate sono per lo più dettate dalla sensibilità dei tempi, dalla disponibilità di nuovi mezzi, da esigenze logistiche e da scelte organizzative.

Problemi
I contradaioli ogni anno devono fare i conti con l’esiguità delle necessarie risorse economiche disponibili. E, quando a questa si somma il venir meno della volontà di impegnarsi in mesi di lavoro per preparare “veglia” e “carro”, il numero delle contrade partecipanti alla Contesa inevitabilmente si riduce. Non sempre, quindi, gareggiano le 8 contrade originarie, individuate intorno ad una chiesa del luogo: Lu paese, Madonna delle Camminate, Santo Stefano, Madonna del Molino, San Paolino, Santa Margherita, la Croce, Santa Rosa.
Inoltre, poiché, per incoronare la contrada vincitrice di ogni edizione della Contesa, non sono considerati dati inequivocabilmente oggettivi, ogni anno si discute sulla scelta dei componenti della Giuria che devono giudicare con valutazioni soggettive le realizzazioni (“veglie” e “carri”) in gara. Non è sempre facile trovare persone che conoscano il contesto socio-culturale da cui nasce la Contesa di Falerone e che siano in grado, quindi, di analizzare in modo compiuto ed equilibrato, a livello contenutistico e artistico, i “prodotti” delle contrade. Da qui le inevitabili, interminabili discussioni tra contradaioli. Naturalmente, gli unici ad essere d’accordo con il verdetto della Giuria sono i vincitori!

Conclusione
Mi piace terminare questo excursus nel mondo della Contesa faleronese riportando quanto scritto da due personaggi in vario modo legati a Falerone.
Il Prof.Sergio Anselmi (componente insieme a Febo Allevi e ad Antonio De Signoribus della Giuria delle prime edizioni della Contesa e fondatore del “Centro di ricerca, studio, documentazione sulla storia dell’agricoltura e dell’ambiente nelle Marche” di Senigallia) nel luglio 1985, quando una rappresentanza delle 8 contrade di Falerone propose al pubblico senigalliese alcuni “quadri” delle “veglie” sviluppate negli anni precedenti, scrisse per presentare l’avvenimento: “Gli attori della Contesa di Falerone non fingono una cultura stereotipa di origine esterna (il falso Medioevo con balestrieri e sbandieratori in costume umbro-tosco), ma ripetono come possono- e bisogna dire che lo fanno con molto garbo- alcuni momenti del vivere contadino della Marca Fermana, o Piceno storico […] Il programma che stiamo per vedere ha il tratto della schiettezza: quella, naturalmente, che è possibile proporre ancora nel generale appiattimento culturale e linguistico, che corrisponde al veloce quanto ineluttabile processo di modernizzazione economica.
Precedentemente, nell’agosto 1984, in un pieghevole preparato appositamente per la Messa celebrata in occasione dell’edizione della Contesa di quell’anno, il Prevosto di allora, Don Giovanni Crocetti, scriveva: “Come i nostri Padri, ringraziamo Dio ed offriamo a lui la nostra vita e le nostre cose migliori, con la mediazione di San Fortunato. La Contesa è una festa di tutta la popolazione di Falerone nei suoi sentimenti più nobili. E’ la nostra festa. Festa popolare e festa del Pagtrono San Fortunato. E questa è religione: a volte è rozza, a volte ha lo stile dei pagani, ma più spesso è autentica fede…
E’ difficile sintetizzare meglio il senso, il valore e l’unicità della Contesa de la ‘nzegna di Falerone.

Ubaldo Santarelli