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S.Nicolò e Martino

La Chiesa di San Nicolò a Lapedona vista da G. Crocetti

Chiesa urbana del XVI secolo

La chiesa di San Nicolò risale al 1585; il Papa Gregorio XIII, il riformatore del calendario, concesse all’amministrazione comunale di allora di poter ritenere per tale opera le “collette comunali”, spettanti alla Camera Apostolica.

Chiesa di SS. Nicolò e Martino

Chiesa di SS. Nicolò e Martino

Ad opera ultimata , nel 1588, la chiesa fu assegnata alla Confraternita del SS.mo Sacramento. L’altare maggiore fu eretto dalla pietà dei fedeli nel 1595 e dotato di una tela del pittore Simone De Magistris di Caldarola (1538-1611), raffigurante “Madonna col bambino tra l’Arcangelo S. Michele, S. Francesco d’Assisi ed il bimbo martire, S. Quirico”, opera firmata e datata 1596.

Nel corso dei secoli XVII e XVIII, si susseguirono vari interventi su strutture interne ed esterne, ed ora si fa ammirare perché resta come una significativa testimonianza di arte e vita religiosa di quei secoli. Agli inizi del secolo XX le confraternite ne cedettero il possesso all’Opera Pia “Ospedale del Buon Gesù”. Nel 1981, a seguito della soppressione degli Enti di assistenza e beneficenza, il Comune è rientrato in possesso della chiesa. La facciata fu ristrutturata intorno all’anno 1728, aperte alcune finestre, rinnovata la tribuna dell’organo su disegno dell’architetto Seri; lavori finanziati in gran parte da D. Angelo De Angelis; furono spesi 2595 scudi romani. La facciata ha il timpano rialzato; al centro si aprono il portale lavorato in pietra, ed il finestrone con ornamento polilobato. Sopra la porta laterale destra, su pietra calcarea è scolpito lo stemma della nobile famiglia fermana dei Paccaroni, a forma di scudo con leone deambulante e tre bande oblique. Non sono noti i particolari rapporti della famiglia con questa chiesa. Le lettere segnate ai lati dello scudo A e S indicano un tal Antonio di Stefano (Paccaroni) che nel 1445 fu Confaloniere di Giustizia a Fermo. Pertanto può considerarsi come reperto archeologico aggiunto in tempo dei restauri. Sul lato destro, arretrato si eleva il campanile, avente in facciata l’impianto di un orologio elettro-meccanico e, più in alto, il concerto di tre campane.

L’impianto interno è a navata unica, rettangolare; sotto il tetto a capanna, nel 1764 è stato costruito un soffitto di tavole, decorato a tempera con ornamento barocco, riferibile all’arte del pittore fermano Filippo ricci. Vi sono eretti l’altare maggiore e quattro altari laterali; sopra l’ingresso resta una tribuna con cantoria risalente al 1728.

Il primo altare a sinistra fu sempre di giuspatronato della nobile famiglia Graziani di Fermo, dedicato a S. Anna. Quello in vista fu fatto rinnovare circa la metà del sec. XVIII dal canonico fermano Ippolito Graziani. Si eleva a forma di cappella lavorata in legno con intagli e dorature, e brunita in azzurro. Sul timpano spezzato siedono putti alati; il santo guerriero raffigurato nella tela del timpano è S. Viterbo. Nella tela, pala di quest’altare, è stata rappresentata l’educazione di Maria bambina da parte dei suoi genitori, S. Anna e S. Gioacchino, mentre i Santi Gaetano di Thiene e Andrea Avellino contemplano il mistero. Il disegno del giglio sul libro aperto equivale ad una firma del pittore fermano Filippo Ricci (1715-1793).

Purtroppo da questa tela, mani ignote hanno ritagliato il bel volto di Maria Bambina per cui in vista resta la mediocre statua di S. Gaetano da Thiene.

Degni di attenzione il disegno in intaglio dorato che adorna il paliotto e la serie di candelieri scolpiti in legno e dorati a mecca con relativa croce d’altare.

Il secondo altare fu ridotto allo stato attuale intorno al 1795, con dedica al “SS. Suffragio delle Anime Purganti”. La mensa è in muratura, su di essa si eleva l’ornato ligneo a forma di cappella con l’innalzamento di due coppie di colonne, una tortile e l’altra striata con capitelli corinzi, trabeazione classica e timpano spezzato.

Nella piccola tela del timpano sono raffigurati l’Addolorata ed il francescano S. Pietro di Alcantara. Ricordano la prima dedica di detto altare, patrocinata dalle famiglie fermane Raccamadoro e Mazzola. Nella tela d’altare sono raffigurati, in alto, il SS.mo Salvatore tra gli apostoli Pietro e Paolo ed il papa Gregorio Magno e, in basso, le anime purganti. Nel dipingere il quadro il pittore ha dovuto rispettare le esigenze dei committenti, poiché in detto altare erano erette due distinte cappellanie: quella antica dei SS. Apostoli Pietro e Paolo e quella del Suffragio istituita nel 1713 con lascito di D. Angelo De Angelis.

Incerta la paternità della tela grande, poiché vi si riscontrano elementi disegnativi propri del pittore fermano F. Cappelli, attivo nella prima metà del sec. XVIII, mentre la figura del SS.mo Salvatore rimanda ad analoghe immagini dipinte dal fermano Alessandro Ricci (1750-1829). “Il bel paliotto – si legge nell’inventario de 1771, – è dipinto alla cinese”. Decorazione simile si riscontra a Fermo nelle porte del palazzo Erioni, dipinte da Alessandro Ricci.

Nel presbiterio si osservino la coppia di bracci reggi-candela in legno intagliato e dorato con relative lampade votive, e le due cornici lignee con intaglio a giorno in stile “rococò”; racchiudono le figure del vescovo S. Emidio e il martirio di Sant’Eurosia, santi soccorritori contro il terremoto e contro grandine e temporali. Il professor Dania li attribuisce al ricordato Filippo Ricci.

L’altare maggiore risalente al 1595 fu costruito in muratura, ornato di stucchi, con due nicchie ai lati per le statue di S. Nicolò e S. Sebastiano e, in alto, nella tela del timpano l’immagine di S. Gerolamo.

Quello attuale, invece, realizzato poco prima del 1771, si eleva a ridosso della parete di fondo, a forma di cappella lavorata completamente in legno marmito e dorato, con coppie di colonne laterali, impiantate su plinti e basi quadrangolari; sui capitelli si stende la fascia della trabeazione con ornati foliari e testine di angeli.

Del primo altare sono stati riutilizzati con adattamento la pala centinata dipinta dal De Magistris (275×165) ed il paliotto in legno intagliato e dorato (102×260), in cui viene sviluppato un intreccio di foglie di acanto con volute armoniche, costituite da un nucleo centrale e doppie diramazioni laterali, simmetriche e molto movimentate.

Il De Magistris dipinse questa tela centinata nel 1595, all’età di 57 anni, nel decennio in cui si espresse al massimo delle sue possibilità creative.

Probabilmente quest’opera fu prodotta come riposante interludio pervaso di manierismo con richiami alla precedente produzione, ma nel contempo può considerarsi il trait-d’union, il punto chiave dell’interiore travaglio dell’artista nel dover imitare le scelte interpretative dell’arte sacra, secondo i canoni dettati dai richiami pontifici in applicazione delle norme dettate dal Concilio di Trento. Il recente restauro ha ridato all’opera d’arte quello splendore lineare e cromatico, proprio del grande pittore marchigiano che fu alla scuola del Lotto.

La tela centinata, inserita nel timpano alla fine del secolo XVIII, sostituisce quella di S. Gerolamo, quando nel 1772 il vescovo di Fermo, poiché la statica della chiesa rurale di S. Martino era gravemente compromessa dalla frana del colle Piemarano, decretò il trasferimento del titolo con proprio beneficio all’altare maggior della chiesa di S. Nicolò, ordinando il collocamento di un quadro con le figure di S. Martino e S. Lucia nel timpano di detto altare, e la celebrazione di tre messe in onore di S. Martino nel giorno della sua festa. Il dipinto rivela il pennello di A. Ricci.

Il secondo altare del lato destro fu eretto nel 1626 dalla compagnia del S. Rosario, eretta in Lapedona fin dal 1611. L’altare si presenta tutt’ora come un buon prodotto baroccheggiante del sec. XVIII. La tela, pala d’altare, è datata 1682. Recentemente, in uno studio per una tesina di diploma in un istituto d’arte di Firenze, dal giovane restauratore Simoni, è stata attribuita al pennello di Giuseppe Ghezzi di Comunanza (1635-1721), segretario dell’Accademia Romana di S. Lucia. Vi è rappresentata la Beata Vergine che insieme al Figlio mostra il santo Rosario ai Santi inginocchiati: S. Domenico e S. Caterina da Siena.

Netto è il disegno con sfondo architettonico, vivi i colori con predominio delle tonalità forti e cupe. Attorno, per tre lati, dentro cornici ovali, sono dipinti i quindici Misteri del Rosario. Dietro la pala d’altare si conserva la sedia residenza a forma di trono della statua in cartapeste di Lecce, raffigurante la Madonna del Rosario, attrezzata per il trasporto in processione. Detta statua fu donata nel 1919 dalla famiglia Capotosti. La sedia trono è da riferire ad ignoto intagliatore marchigiano operante circa la metà del sec. XIX.

Ornano l’altare un tabernacolo lavorato con ornato barocco e dorato, ed un paliotto con cornice liscia, mistilinea nera e dorata a mecca, che regge un pannello ove su fondo beige sono disegnate combinazioni fantasiose di linee bianche e festoni di fiori multicolori. Gli antichi inventari ci informano che nel tondo centrale era dipinta la “Madonna del Rosario”.

L’odierno monogramma mariano con le bandiere tricolori è una modifica fatta nel 1915, quando essendo in pieno svolgimento la prima guerra mondiale, era pressante nei devoti lapedonesila supplica alla Madonna del Rosario, detta anche “Madonna della Vittoria”, nel ricordo di Lepanto. Con le offerte dei soldati in guerra fu rifatto il pavimento a tutta la chiesa.

Il primo altare a destra, prossimo all’ingresso è dedicato a Sant’Antonio di Padova. Tra tutti quelli esistenti è quello che ha conservato le originali strutture barocche. L’inventario del 1765 ci informa che in Lapedona, cento anni prima, l’11 giugno 1665 “fu eretta la Congregazione di S. Antonio”. Tutto l’altare è costituito in muratura con stucchi marmorizzati e dorati; angeli modellati a stucco spiccano ai lati delle colonne e del timpano. In questo è inserita la tela del SS.mo Salvatore; sta a ricordare l’erezione di un beneficio da parte della famiglia Polidori di fermo, e il trasferimento dei diritti di giuspatronato ai signori Morroni e Cordella, esercitati fino alla metà dell’ottocento.

Al centro dell’altare c’è il nicchio per la statua di Sant’Antonio. Degno di attenzione l’intaglio settecentesco della serie di 6 candelieri con croce, dorati a mecca.

In fondo alla chiesa si conserva un’acquasantiera della fine del sec. XVI, lavorata in pietra, al centro della vasca è scolpito il monogramma del Salvatore IHS.

Nella sacrestia si conservano pregevoli manufatti intagliati in legno e messi in oro, appartenenti alle confraternite del Rosario e del Sacramento: bastoni priorali, coppie di fanali processionali, croci processionali ben conservate, tre tronetti per esposizione eucaristica. Reliquiari in lastre di rame sbalzato e argentato con coppa dorata. Conclude questa rassegna un dipinto ad olio su tela con cornice originale in legno di abete verniciata in ocra e dorata, raffigurante S. Vincenzo Ferreri. Figura alata, nella divisa dei domenicani, col braccio destro ed indice puntato verso il cielo, col motto segnato sul libro aperto: “Timete Deum et date illi honorem”.

Analoghe figure furono prodotte nella bottega fermana di Ubaldo Ricci(1669-1732).

Sotto la chiesa di S. Nicolò restano vasti locali. Originariamente furono adibiti come magazzino del Monte Frumentario gestito dalla Compagnia del SS.mo Sacramento. Indi, al tempo dell’unità d’Italia, soppresso il Monte frumentario, dopo molte controversie, per diversi anni furono trasformati in cimitero.

Giuseppe Crocetti

Tratto da: “LAPEDONA storia ed arte”, a cura di Luigi Rossi e Giuseppe Crocetti, Andrea Livi Editore, anno 1998