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Montegiorgio Chiesa San Michele 150

La chiesa di S. Michele Arcangelo a Montegiorgio

XIII secolo

Campanile a vela

Campanile a vela

Si tratta della più antica prepositura del nostro paese e probabilmente anche della chiesa più antica, esclusa S. Angelo a Piane.
È possibile ricavare questa datazione da una serie di documenti conservati nell’archivio della parrocchia relativi ad una controversia tra il preposto di S. Michele Arcangelo ed il preposto di S. Giovanni, che aveva per oggetto la matricità di S. Giovanni (ossia quale era la chiesa madre, più antica o anche più importante), la giurisdizione sull’ospedale, e su tre processioni: San Giorgio, San Michele e di Sant’Eurosia.
Il parroco di S. Giovanni, l’ex gesuita portoghese Vasquez (parroco dal 1779 al 1789, darà inizio ai lavori della nuova chiesa di S. Giovanni nel 1782) con tale posizione, costringe il parroco di S. Michele don Domenico Minnozzi (parroco dal 1760 al 1794) a trovare i documenti che attestino che la chiesa di S. Michele è non solo più antica, ma la chiesa madre.
Per esempio nella contabilità delle spese sostenute dal 1763 al 1768 nella chiesa, contenute in un registro dal titolo «Fabriche, Suppellettili, Utensili, Miglioramenti», don Minnozzi afferma:

«…si noti la poca premura di un mio antecessore, che nel 1721 mandò a Roma parimenti le suddette vertenze tra le due prepositure, molti originali senza lasciare le copie a questa chiesa. Per ritrovare in Monte Citorio li predetti contro la pretesa matricità di San Giovanni, quelli precetti dopo lungo tempo e molte diligenze furono rinvenuti, e per …dalla Nostra come apparisce in questo mio ufficio»

Quindi don Minnozzi afferma che: 1) la lite risale addirittura al 1721; 2) ha ritrovato a Roma documenti che conserva nel suo archivio; 3) che dopo la sua risposta il preposto di S. Giovanni dovette fermarsi.
Sempre nelle annotazioni di questo registro afferma: «La lite fu mossa contro questa Chiesa dal Vasquez ex gesuita portoghese da Sersa, luogo del Portogallo e preposto di San Giovanni il quale pretendeva appellare matrice sua Chiesa. Risposi prontamente nella Curia Arcivescovile alla di lui richiesta e dopo la mia risposta dovette fermarsi e più non si fece sentire. Pretendeva ancora la giurisdizione privativa nello spedale anche sopra l’anime a me soggette e il fare le mie tre processioni di S. Michele, S. Giorgio e S. Eurosia, dicendo che egli ne era in possesso. Avendo io documenti che mancavano da molti anni quando fu intentata la lite, per indurre la prescrizione che s’induce col necessario corso di anni quaranta. Li suddetti documenti esistono in questo archivio, siccome poi da me fu contestata la lite, ora il tempo per indurre suddetta prescrizione più non corre benché passassero mille anni. L’altre due processioni [San Giorgio e San Michele],… si facevano in questa chiesa molti secoli prima che fosse fondata da monaci la chiesa di San Giovanni, li quali nel secolo decimo, o poco dopo vennero da Santa Vittoria in Monte Giorgio, come si legge nelle notizie e nelle stampe del dottissimo Sig. Canonico Catalani.
Di più questa Chiesa rimase senza preposto e fu amministrata per molti anni da un cappellano, come dalla bolla di Gregorio IX (1227-1241) a me mandata dal Lodato Sig. Canonico ed esistente in questo archivio».
Continua affermando che anche il successore del Vasquez, il preposto Vittorio Panepesel (dal 1789 al 1800) risvegliò la vertenza e spedì documenti contro gli ottimi consigli del degnissimo arcivescovo Andrea Minucci, ma il Minnozzi stanco della fabbrica e da altre dieci liti sostenute per la chiesa non continuò.
Conclude affermando che i suoi successori, con le notizie che gode la chiesa potranno stare tranquilli.
Oggi questi documenti non sono più rintracciabili, ma data la disputa tra prepositure e le continue affermazioni che tali documenti si trovavano nell’archivio della prepositura di S. Michele, possiamo affermare che l’origine della chiesa è sicuramente del XI secolo se non precedente.
Del resto nel cornicione della parete nord su via A. Passari, si possono ancora vedere dei mattoni in laterizio sagomati che raffigurano teste umane ed animali la cui origine si può far risalire al secolo X-XI. Gli scultori romanici adornavano le chiese di mille maschere e personaggi, forse non tutti religiosi, ma certamente tutti umani, che lo scultore creava in ogni angolo e cantuccio della costruzione, spesso del tutto inaccessibile alla vista, ma che animava la chiesa che tutti raccoglie e abbraccia con l’amore di Gesù Cristo.
Sempre nel registro dei conti, dal titolo «Fabriche, Suppellettili, Utensili, Miglioramenti» nelle prime pagine vi è una relazione nel quale viene descritta la situazione della chiesa all’arrivo di don Minnozzi (anni 1760-1762): «Si sappia che li muri vecchi di questa Chiesa spesa non indifferente per sottomurarli e rinforzarli, mentre nelle fondamenta i muri erano aperti notevolmente ed in specie al capo dei muri laterali. Sia noto ancora che la nave di mezzo richiede materiali molti per le fondamenta e si avverte che la profondità delle fondamenta del Cappellone, portò gran quantità di pietra e di altro, per ragioni del sito in cui è piantato il cappellone. Si rifletta che la facciata mi obbligò a grandi spese per le fondamenta profonde a ragion delle tre sepolture che nello scavo furono trovate e a motivo del taglio dei materiali e le non poche centinature che sono in detta facciata…
Gli acquisti da me fatti per il corso di anni 16, coll’impegnar diverse lettere in diverse parti della provincia mi diedero modo di riparare alle ruine di questa mia dilettissima sposa e di ridurla nel presente stato… La Chiesa fu solennemente benedetta colle facoltà dell’E.mo e R.mo Sig. Urbano Paracciani arcivescovo e principe di Fermo dall’Ill.mo Sig. Primicerio Ludovico Corti».
Nell’elenco delle spese figurano l’architetto Gaetano Maggi, poi Nicola Casini che proseguì il lavoro e infine Giacomo Cantoni che terminò l’opera.
Tra le spese risultano anche quelle per le ricerche di documenti e scritture antiche e di scritture semigotiche legalizzate ed altro che esiste in questo archivio, fatte nell’Archivio di S. Pietro in Roma.
Sempre nell’inventario della relazione consegnata per l’Istruzione Pastorale di monsignor Urbano Paracciani, arcivescovo di Fermo il 10 febbraio 1765 dal rettore e prevosto don Domenico Minnozzi viene scritto:
«…mi è riuscito d’innalzare finora una terza parte di detta fabbrica della chiesa e spero mi riuscirà ridirvi la forza messa disbrigando il nuovo cappellone e conseguire di benedir l’altare che in esso sarà eretto.
La parrocchia di S. Michele Arcangiolo e Salvadore fin dai tempi più antichi chiamata Prepositura la quale non è divisa in rioni, ma promiscua e diffusa per tutta la terra e il territorio, come le altre quattro che abbiamo, fin da due anni sono, per la maggior gloria dell’Altissimo e de SS. Titolari fu presa da me a fabbricare colli miti acquisti e con soli scudi cinquecento…
La medesima era stata in tal guisa costruita: …nella sua parte anteriore è nel suo capo un misero cappelloncino, che si estendeva di soli sette o otto palmi, e questo si era già spaccato nel mezzo dalle fondamenta in sino al più alto. Nel suo corpo formata era a tre navate con un sostegno per la nave di mezzo di sei larghi ma bassissimi archi, cioè tre da un lato e tre dall’altro. Le due mura laterali non solo non furono tirate a piombo sul principio, ma ancora talmente sbilanciavano, che né tempi scorsi vi furono apposte diverse chiavi di legno per sostenerle. La trovai ancora quasi tutta scrostata nell’imbiancatura e quel che è peggio col tetto sì rovinato e guasto, che sarò costretto a rimettervi quasi tutte le tegole o coppi, buona parte dei legnami che già si va preparando, perché le tre nuove volte, che si faranno essendo stata prima ricoperta da una sola malfatta travatura, non abbino col corso degli anni a bagnarsi e patire rovina per le acque dalle quali in tempo di pioggia ne entrano da tutte le parti.
Le finestre eran due, le sepolture nove con le lapidi quasi tutte rotte. La lunghezza della chiesa è di palmi15, credo io, settanta, la larghezza di palmi quarantotto e l’altezza a proporzione. In appresso la lunghezza sarà non solo maggiore per li palmi 39 o 40 che accresconsi col nuovo cappellone e per l’aggiunta di 9 o 10 palmi che già gode nella facciata ora tirata più avanti e innalzata per metà.
Nella demolizione poi che fu fatta di molti pezzi delle vecchie mura, per consolidarle, riporle a piombo e per l’attacco di nuovi pilastri eretti quasi nella loro metà nelle parti interne, furono in diversi luoghi ritrovate alcune antichissime croci di rosso colore, le quali confermarono l’opinione degli antecessori che la chiesa fosse consacrata.
A tal proposta chiamai due sacerdoti perché osservassero dette croci prima che da nuovi pilastri fossero ricoperte e ne facessero testimonianza per il maggior decoro della parrocchia. Più chiara però apparve la cosa quando fu demolito l’altare maggiore dove conservasi il SS. Sacramento mentre in tal altare eravi un’intera pietra per la mensa con le croci incise nelli suoi angoli, con alcune poche reliquie e grani d’incenso poste nel sippolcritto, che da me diligentemente conservasi e quando nel piano del muro che sosteneva la detta mensa o lapide, fu rinvenuta una tazza di terra cotta col suo coperchio entro cui eravi una cartina; ma talmente edace, consunta e logora che a malapena poté da me leggersi. Osservai però dopo riuniti li piccoli pezzi, che la ristretta descrizione che vi era, alludeva alla consacrazione di questa chiesa all’arcangelo S. Michele e che diceva che era stata dedicata nel 1050; seppure intero era il millesimo apposto al capo della stessa piccola corrosa carta.
Altro non fu rinvenuto …Gli altari erano cinque, quello del SS. Sacramento situato sotto il descritto cappelloncino e quattro nel corpo della chiesa, due da una parte e due dall’altra.
Il primo a destra era l’altare del SS. Rosario con la Vergine e Misteri;
Il secondo del Cuor di Gesù;
Il terzo dei Santi Cosma e Damiano;
Il quarto di S. Lucia;
Vi erano tre quadri senza cornici dipinti in tela, donati dal sig. marchese Giuseppe Gallucci nell’anno 1717, uno de quali che era alla sinistra e rappresentava l’Angelo Custode. L’altro situato alla destra il protettore di questo luogo S. Giorgio martire e quel di mezzo, il quale è di mano più buona, l’Arcangelo S. Michele che coi fulmini abbatte Lucifero. …Una muta di cartegloria di legno indorato, ecc…».
Sempre da un’ulteriore relazione del 1765 si legge:

Facciata

Facciata

«La Chiesa di San Michele del Monte Santo con tutto il più sodo fondamento e le più forti ragioni, si asserisce essere la chiesa più antica di tutte le altre chiese che qui abbiamo. Io Rettore Domenico Minnozzi quando cinque anni fa la presi a rifabbricare per salvarla dall’imminente rovina e per ridarle una forma più ampia ed elegante, la riconobbi spaccata in più parti quantunque nei tempi più antichi rimase edificata con arena di fiume e buona calce… Tanto la chiesa che il medesimo fabbricato era fatta con maniera assai sproporzionata come appunto costumavasi nei secoli più bassi e più barbari, come oggi si ravvisa dal cornicione rimasto sotto lo stillicidio [ancora visibile in via Passari] e come si scorge da alcuni ornamenti di un muro laterale che sono nella sommità delle mura dell’antichissima torre. La rozzezza non osservasi nella costruzione delle altre due nostre chiese, mentre le medesime sono state fabbricate con pulizie di gran lunga maggiori e in tempi nei quali l’arte incominciava a perfezionarsi. Tali cose ad ogni antiquario fa conoscere che questa chiesa dedicata al principe della gloria sia più vetusta di tutte le altre. Di più si aggiunga che quando dal detto rettore fu demolita gran parte di questa chiesa, da ognuno fu veduto che all’inizio non fu né dipinta come si faceva nei suddetti secoli, né imbiancata, ma che per anni e anni era stata nelle parti interiori a solo mattone rotato e che le parti della medesima sian divenute nere e da ciò si argomenta che per corso di tempo ben lungo sua comparsa facesse col solo mattone… Quando dal detto rettore fu demolita… nel cappelloncino furono trovate diverse iscrizioni a carattere gotico ma corrose dal tempo da non poterle leggere ne tradurre.
Solamente in un arco della nave media tolta l’imbiancatura, in atto della demolizione fu letto: “Dom (Dum) restru fulget …Deo culmine”.
Dal rettore si crede con qualche fondamento che fosse un tempio dedicato nei primi tempi a qualche idolo e che poi dai primi cattolici consacrato venisse al grande arcangelo. Ciò si crede perché dedicato al santo e per la grandissima antichità dello scrivente veduta frequentemente simile in altre chiese.
È certissimo poi che questa chiesa non è mai stata sotto la reggenza dei benedettini, mentre nel documento di cessione di Santa Maria Grande si legge che i benedettini si tenessero le Cappelle di San Giovanni e Benedetto».
Riprende dicendo che nella sua parte anteriore aveva un misero cappelloncino che si estendeva di soli sette o otto palmi ed era spaccato nel mezzo dalle fondamenta in sino all’alto. Le mura laterali non solo non erano tirate a piombo dal principio, ma si sbilanciarono talmente che ne furono apposte diverse chiavi in legno….
Una ipotesi esposta dall’ingegnere Capecci e dall’architetto Scalella, progettisti del recente restauro è che intorno al 1770 si sia realizzata l’inversione dell’altare, ma questa tesi non sembra confermata dai documenti.
Nel 1770 una iscrizione incisa su una lastra di marmo posta a destra dell’ingresso della chiesa, ricorda Domenico Minnozzi, che fu artefice di un rifacimento della chiesa. Recita: «A Dio Ottimo Massimo, Questa Prepositura, dedicata alla gloria del principe Michele, diventata fatiscente a causa di vecchiaia che consuma tutto, da una condizione indecorosa fu ricondotta a quest’ordine e fu aggiunta la decorazione dal rettore Domenico Antonio Minnozzi di Montegiorgio, nell’anno di Cristo 1770».
In una lettera dell’allora card. Urbano Paracciani del 1768 si afferma: «la notizia, ch’ella m’ha dato, d’aver ridotto a termine la sua chiesa Prepositurale, mi è servito d’estrema consolazione, e ho ringraziato il Sig. Iddio, che nella mia Diocesi faccia esservi dei sacerdoti amanti del Culto e del decoro della sua Casa; lodo che uno degli altari voglia consacrarlo e dedicarlo al S.mo Cuore di Gesù…».
Si tratta della chiesa che oggi possiamo vedere e che ora descriviamo: l’Edificio sacro all’interno si presenta a tre navate: una centrale più grande con volta a botte a tutto sesto con lunette in prossimità delle finestre, e due navate laterali più strette con volte a crociera intervallate da volte a botte. Le volte della navata centrale sono realizzate con mattoni in foglio (disposti in piano) invece le volte a crociera delle navate laterali sono costituite da incannicciato e poggiano su peducci a forma di putto.
Le pareti laterali sono ritmate da tre archi policentrici, staccati uno dall’altro da una coppia di lesene che incorniciano gli archi e sostengono la trabeazione. Gli archi poggiano su colonne con capitelli tardobarocchi
(compositi con volute ioniche e doppio collarino con festone), mentre nella parete della navata principale, le lesene hanno capitelli sempre compositi con volute ioniche e doppio collarino nel quale sono presenti una conchiglia e dei frutti a rilievo.
Gli archi formano l’effetto di inquadrare gli altari posti nelle navate laterali, due per lato in corrisponenza delle campate vicino al presbiterio.
Gli altari con retrostante ancona sono strutture di rara bellezza. Le mense degli altari sono a sarcofago (due con lati concavi e due a lati convessi bombati), con dietro un’ancona, caratterizzata da motivi decorativi in stucco con volute e motivi curvilinei nel quale vi sono vasi, fiori, ricci, putti, frontoni curvilinei aperti o cimase che sostengono angeli e contengono medaglioni, fregi, raggiere, festoni di rose e cartelle, tutte espressioni limpidissime dell’eleganza disinvolta e raffinata del rococò, con il trionfo degli ornati e delle decorazioni.
La trabeazione è composta da un architrave e un cornicione senza fregio con modanature lineari e proporzionate.
Il presbiterio è coperto da una volta a vela in camorcanna, mentre l’abside curvilinea e poco profonda è rivestita da una semicalotta sferica, sempre in camorcanna.
Anche in questo caso abbondano i motivi decorativi nelle cornici della finestra posta nel catino, nella raggiera inserita nella volta a vela insieme a conchiglie, putti, angeli pronti a spiccare il volo, intrecci floreali, cartigli e carnose volute. Nelle pareti laterali sono posti due medaglioni, uno a destra con la figura di Sant’Agostino ed uno a sinistra con San Girolamo. È l’espressione leggiadra ed elegante del tardo barocco definito rococò, dove vediamo decorazioni di ogni tipo e in ogni luogo, con raffinatezze che per alcuni critici avvicinano alla grazia ed alla bellezza, se la decorazione viene utilizzata in forma moderata, come nel nostro caso, oppure all’opulenza e alla frivolezza nei casi estremi.
L’intero edificio è realizzato in mattoni fatti a mano di diversa fattura ed epoca di fabbricazione, come appare evidente dall’esame dei paramenti murari; lo stato della muratura appare mediocre per quanto riguarda le parti originarie, migliore per le parti aggiunte e/o realizzate nel 1770 come la facciata e l’abside.
Le dimensioni interne sono: lunghezza la navata principale ml. 17,20 – del presbiterio ml. 7,20 – larghezza totale ml. 10,40 – larghezza della sola navata centrale ml. 4,45. L’altezza alla sommità della volta centrale è di ml. 9,60, l’imposta degli archi ml. 4,40 e alla sommità della trabeazione ml. 7,00.
Si tratta dell’unica chiesa in stile rococò di Montegiorgio e del circondario.
La facciata principale riprende motivi barocchi, dove lo spazio non è più semplicemente composto da elementi disposti geometricamente ma viene approfondita la sua natura corporea, che può essere plasmata e modellata dall’azione di varie forze, che portano allo sviluppo delle modanature e ad un dialogo più intenso, per esempio tra superfici concave e convesse e ad una nuova relazione tra ambiente interno, esterno e quello circostante.
All’interno non si verifica una trasformazione dello spazio classico, perché non aumentano gli effetti dinamici o aulici, ma viene solo ampliato il patrimonio delle forme e degli ornamenti rinascimentali. Gli ordini sono ancora utilizzati come elementi del linguaggio architettonico e sono fatti oggetto di modifiche e innovazioni prediligendo le linee non solo curvilinee, ma mosse e quasi accartocciate. Si comincia a preferire la decorazione a stucco a quella marmorea. L’ornamento in questo linguaggio assume una particolare importanza per la sua capacità di mediare il passaggio fra la solidità della massa muraria e la fluidità dello spazio; i contrasti forti del barocco, fatti di colori accesi e di luci ed ombre, si stemperano ora in un’atmosfera dalle morbide tinte pastello, in uno spazio controllato ed elegante.
Questa è la caratteristica del rococò che esalta la fluidità degli elementi naturali stilizzandoli e si caratterizza per il brio e la leggerezza nel decoro di ambienti estranei alla magnificenza e all’imponenza del barocco.

Mario Liberati

“Montegiorgio” di Mario Liberati – Andrea Livi Editore, Fermo – pag. 151, 157