Montegiorgio → Architettura

La storia di questa piccola chiesa è collegata alla storia della chiesa adiacente intitolata a S. Salvatore di cui oggi restano solo l’antico portale, il dipinto della Madonna degli Angeli, (sito nella controfacciata della vecchia chiesa) e la sacrestia con gli affreschi, che oggi si trova nel palazzo di Sant’Agostino.
Nel descrivere la distribuzione degli altari della vecchia chiesa di Sant’Agostino, lo storico del convento padre Pupi riferisce che il sesto altare, il penultimo del lato sinistro, era dedicato a S. Maria degli Angeli. Nella relazione di padre Grechi del 1766, cioè un secolo dopo, non figura più questo altare; il suo posto risulta occupato da un confessionale. La nicchia dove era l’affresco della Madonna degli Angeli era stata coperta da una cortina di mattoni: così il suo ricordo fu cancellato dalla memoria.
A ridestarlo avvenne un fatto ritenuto prodigioso. Il 14 aprile 1825 la cortina di mattoni, resa fragile dalla pioggia e dalle intemperie, stando a ciel sereno per la caduta del tetto della chiesa, rovinò a terra, rimettendo in luce il devoto affresco quattrocentesco. Invece di diversa opinione, nei primi del 1900 don Raffaele Gasparri dichiara che:
«Alcuni giocando a bocce e avendone lanciata una con veemenza contro il muro suddetto, s’avvidero che questo era vuoto. Spinti dalla curiosità, tolsero alcuni mattoni e osservarono nella parete una sacra pittura. Tra le macerie e la polvere apparve la presenza della sacra immagine raffigurante la Madonna in trono con il Bambino circondata da Angeli e Santi. Fu considerato un miracolo; rapidamente si sparse la notizia in tutto il paese di tale scoprimento e di li a poco dai paesi vicini e anche dai più lontani, venivano a gruppi di persone di ogni ordine e grado per venerarla e implorare grazie, lasciando doni ed offerte».
Vi accorse anche l’arcivescovo di Fermo, il cardinale Cesare Brancadoro, che conferì l’incarico di custode depositario delle offerte rilasciate dai pellegrini al sig. Nicola Isopi e papa Leone XII, dietro domanda dell’arcivescovo, concesse il 30 settembre 1825, indulgenza a coloro che pregavano la sacra immagine.
Il Consiglio Comunale del 23 agosto 1825 decise di costruire una nuova chiesa e riprese la decisione di riparare il muro fatiscente di questo pubblico palazzo, «ora divenuto esterno per la caduta del tetto della chiesa annessa», argomento già trattato dal Consiglio Comunale del 29 luglio 1823, e si decise che occorreva una perizia di spesa per il restauro.
L’architetto Carlo Maggi, residente a Montedinove (il padre Pietro progettò la ristrutturazione di S. Francesco e le chiese di S. Chiara e S. Andrea; a Gaetano Maggi si deve la chiesa di S. Michele come si vede oggi) fu incaricato di redigere il progetto di ricostruzione parziale della chiesa, utilizzando le strutture perimetrali ancora in piedi della vecchia chiesa di S. Agostino, riducendone la lunghezza da
metri 36 a metri 26, conservandone la stessa larghezza di metri 14 circa.
Ma il progetto dovette risultare sproporzionato alle offerte raccolte, nonché alle future, per cui prevalse l’idea di costruire la piccola cappella con adiacente sacrestia come si vede oggi.
Nel 1845 viene approvata dal Consiglio Comunale la richiesta della Confraternita del SS. Sacramento, che in vista della demolizione (atterramento) dell’oratorio del SS. Crocifisso posto vicino a S. Michele, chiede la cessione in proprietà della cappella di S. Maria degli Angeli, per esercitare le sacre funzioni. La demolizione dell’oratorio aveva lo scopo di permettere la comunicazione della nuova strada esterna al paese con l’interna che introduce immediatamente alla Piazza.
Il Consiglio Comunale del 24 dicembre 1846 affronta la proposta di traslocare la sacra immagine nella chiesa di S. Michele tagliando il muro dove è dipinta. Lo scopo era quello di estendere il culto dovuto alla veneratissima immagine trasferendola in un tempio più vasto, ma tale suggerimento fu bocciato.
La devozione verso la Madonna degli Angeli nei secoli XIX-XX fu caratterizzata dalla messa che vi si celebrava all’aurora, un’ora prima del levar del sole, durante il mese di maggio e nelle feste della Madonna.
Ai primi del Novecento fu sistemato tutto l’interno; un baldacchino neogotico in stucco inquadrò l’affresco, fu costruito un nuovo altare e le pareti furono dipinte a finti tendaggi con decorazioni e archeggiature goticheggianti del noto artista montegiorgese Raffaele Alessandrini. La chiesetta ingloba un antico portale, ingresso laterale della precedente chiesa di S. Salvatore.
PORTALE – Sempre dalla descrizione di padre Pupi si parla del portale gotico ancor oggi visibile sopra il loggiato «costruito nella prima metà del sec. XIV come ingresso alla chiesa dal lato sinistro a capo della scalinata che saliva dalla piazza sottostante», al quale seguiva un altare (l’ottavo del lato sinistro) e la porta maggiore per la quale si entra nel convento e vi si vedono anche le pitture. Padre Pupi segue affermando: «il 9° altare era di Santa Lucia, veniva dopo la porta ed era sito di fronte a quello di San Bartolomeo, ma con l’istesso sfondato.
Il 10° altare era quello del Battesimo di Gesù al Giordano, posto di rimpetto a quello di S. Maria degli Angeli.
L’11° si chiamava l’altare di S. Maria della Culla, sito di rimpetto alla porta laterale, oggi detta dello scalato».
Don Raffaele Gasparri al contrario, nei primi del Novecento, dichiara che questo era l’atrio principale che immetteva all’antica chiesa e all’atrio si accedeva dalla piazza per mezzo di un’ampia gradinata.
La costruzione di questo portale risale probabilmente alla fine del secolo XIII o all’inizio del secolo XIV per la chiara vicinanza stilistica con il portale di S. Francesco che ha una epigrafe nel quale si afferma che è stato ultimato nel 1325, anche se in questo caso il lavoro dello scultore risulta più raffinato.
Si tratta di un portale a strombo con archivolto a sesto acuto e resti di una cuspide che racchiude una nicchia dove in seguito verrà posta la campana.
Il portale è delimitato da stipiti e ghiera decorati con motivi di tralci vegetali bordati verticalmente da una colonnina liscia e per la parte circolare da un bordo di quadrotte decorate a motivi fitomorfi. Non si vede l’architrave né si riesce a capire se fosse presente.
Il fregio degli stipiti utilizza con fantasia ed abilità esecutiva il tema del tralcio di vite con girali e controgirali, dove insieme a grappoli e foglie sono coinvolte diverse figure. La vite richiama a Gesù e i tralci agli uomini, che vivono se dimorano in Lui. Inoltre il vino è il sangue di Cristo, simbolo della nuova alleanza.
Sopra la base, il lato obliquo, degrada in modo scalare, con tre colonnine diversamente scolpite; la prima all’esterno è lanceolata con un fiore tra una lancia e l’altra, la seconda è tortile e la terza, incassata nel muro, è visibile solo nell’arco, è a forma di spirale dentellata.
Il capitello è formato da una doppia fila di foglie d’acanto finemente intagliate, dove all’estremità della prima fila ci sono due testine protome, che avevano il compito di scacciare gli spiriti del male, ed è completato da una modanatura di foglie e da una cornice.
Alla base della ghiera troviamo a sinistra una piccola nicchia con due figure scolpite (la Cacciata dal Paradiso) a destra il Peccato Originale con le figure di Adamo ed Eva (la colpa d’origine), che si collegano nella chiave dell’arco alla figura di una sirena a due code (bifida) che simboleggia la duplicità della natura umana (bene-male, ragione-istinto) e la tentazione della carne (con il suo canto seduce ed attrae gli uomini che imprudentemente l’ascoltano, conducendoli alla rovina). Sant’Agostino afferma che: «La vita in questo mondo è come un mare in tempesta attraverso il quale dobbiamo guidare la nave fino al porto. Se questo ci riesce resistendo alle tentazioni delle sirene, essa ci condurrà alla vita eterna».
Comunque il significato simbolico del portale, nel suo complesso, resta da approfondire.
Di fianco agli stipiti troviamo delle mani «stilofore» che forse sostenevano un timpano o una cornice, comunque un elemento peculiare del portale che richiede ulteriori studi.
Spiegare oggi un portale gotico, come qualsiasi altra scultura o affresco di questo periodo significa immergersi nel mondo del pensiero medioevale.
Il portale è un’anticipazione della chiesa e una soglia di essa. Indica il punto di passaggio che separa l’esterno profano e l’interno sacro. Spesso vi è raffigurato Cristo, perché chi accoglie Lui e passerà attraverso di Lui, sarà salvato.
Per l’uomo medioevale tutto il creato è segno del Creatore, ogni particolare rimanda a Dio, tutte le cose recano l’impronta del Signore e ne rivelano il volto.
Mai viene scisso il legame con il Mistero, la realtà rimanda sempre ad un oltre e l’artista, come tutti, non solo ne aveva coscienza, ma questa convinzione impregnava tutto il suo modo di essere, di pensare, di vedere ed agire.
Nel Medioevo sono ancora pochi gli uomini che sanno leggere. Come educare allora un popolo analfabeta ma profondamente religioso? Attraverso le immagini poste nei luoghi di culto che sostengono le vaghe conoscenze trasmesse dalla tradizione orale ed aiutano l’opera di educazione.
Guidati dai chierici e dai monaci, gli scultori fanno delle loro opere un vero e proprio libro di pietra e l’arte è particolarmente didascalica, didattica, pedagogica.
Così anche la materia partecipa dello splendore del Creatore e invita a conoscerlo, inoltre tutta la ricerca del bello o il desiderio di decorare sono in funzione di uno sguardo completamente rivolto a Dio. Infatti sono poche le descrizioni quotidiane o di personaggi familiari, le scene sono soprattutto simboliche, tutto è orientato all’Antico ed al Nuovo Testamento, alla storia sacra che trova compimento in Gesù Cristo, figlio di Dio, fatto uomo.

Mario Liberati

“Montegiorgio” di Mario Liberati – Andrea Livi Editore – pag. 192, 196