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Chiesa dei Ss Giovanni e Benedetto

Chiesa dei Ss Giovanni e Benedetto

La chiesa attuale si trova nella zona nord-ovest del paese e sovrasta la barricata, il muraglione a sostegno della strada d’ingresso al centro storico (realizzata nel 1840 circa).
L’idea originaria del progetto va quasi certamente assegnata a don Bartolomeo Vasquez, gesuita portoghese, matematico e colto in diverse scienze. Espulso dal suo paese per la soppressione dell’ordine, si rifugia nella diocesi di Fermo e viene nominato preposto della parrocchia nel 1779. Al suo arrivo trova una piccola chiesa
in parte fatiscente e quasi subito cominciò a prospettare la necessità di costruire una nuova chiesa parrocchiale, suscitando numerose polemiche.
Il denaro era un problema importante che don Bartolomeo risolse con capacità e risolutezza: fece demolire altre vecchie chiese (S. Giovanni fuori le mura, S. Maria de’ Gigli, la cappella di S. Benedetto), recuperandone i materiali utili, coinvolse confraternite e associazioni religiose che si ingegnarono per contribuire, accese ipoteche sul beneficio parrocchiale e bussò all’elemosina di ricchi e poveri.
La storia della chiesa è importante perché oltre ad essere uno degli edifici più significativi del paese ci svela la storia delle chiese precedenti in quella che oggi è via Passari e nelle zone adiacenti.
Le prime notizie risalgono al 1263, quando fu redatto lo strumento di donazione della chiesa di S. Maria Grande e dell’annesso convento da parte dei Benedettini ai Minori Conventuali di san Francesco. Da questo documento emerge che i Benedettini si trasferirono nella chiesa e casa dei Ss. Giovanni Battista e Benedetto dove trasferirono la loro sede abbaziale nel quale rimasero per altri due secoli, tanto che in uno strumento stipulato il 1° ottobre 1486, si hanno notizie della loro presenza a S. Giovanni e Benedetto, come documenta un manoscritto del 1761.
I monaci benedettini e farfensi erano presenti a Montegiorgio anche dopo la donazione, in numerose altre chiese come risulta dall’atto (le cappelle di S. Giovanni e di S. Benedetto, S. Andrea, S. Michele e S. Angelo de Collicillo, S. Salvatore, S. Giovanni de Lambertisso e S. Nicola).
Dal documento del 1761 emerge subito che alcune cappelle erano connesse come S. Giovanni e Benedetto, che S. Giovanni era collocata fuori le mura «per comodo de’ contadini parrocchiani… che sono maggiori de’ cittadini» e che dentro predetto abitato della stessa terra vi sono 14 chiese, quattro parrocchiali, due di religiosi e tre di monache.
Con certezza nel 1550, i Benedettini avevano abbandonato almeno la prepositura dei Ss. Giovanni Battista e Benedetto, perché la chiesa diventa officiata dal clero secolare dipendente dal vescovo di Fermo.
Infatti gli oppositori alla costruzione della nuova chiesa, fanno presente tramite una lettera: «la Chiesa di Santa Maria de’ Gigli ove sentesi che debba erigersi la nuova Chiesa di San Giovanni, questa avrebbe vicine quattro chiese, cioè la Chiesa di Sant’Agostino, l’altra Chiesa di San Benedetto, la Chiesa del SS.mo Sacramento e la Chiesa di San Michele Arcangiolo».
La chiesa di S. Agostino. più propriamente con il titolo di S. Salvatore, era adiacente al palazzo di Sant’Agostino dove oggi si trovano la strada pubblica e piazzale Ungheria; la chiesa di S. Benedetto dove è stata poi costruita la chiesa dei S. Giovanni Battista e Benedetto, la chiesa di S. Maria de’ Gigli dove oggi si trova l’ex cinema Manzoni, la chiesa del SS. Sacramento o S. Sebastiano in cima a piazza Matteotti, di cui restano delle lesene laterali e un oratorio del SS. Crocifisso dove oggi troviamo la strada di accesso alla piazza di lato alla chiesa di S. Michele.
Quindi in prossimità di S. Michele vi erano altre due chiese e un’oratorio a pochi passi una dall’altra ed avevano tutte ingresso dalla via che da porta San Giovanni conduceva alla piazza.
La situazione precedente ci viene descritta nell’inventario redatto in occasione della Visita pastorale del cardinale Urbano Paracciani, arcivescovo di Fermo, nel 1771:
«Fuori della porta detta di San Giovanni nel rione di Cafagnano della terra suddetta poco distante esiste una Chiesa il di cui titolo è di S. Giovanni Battista. Questa è situata in isola in mezzo ad un prato, il quale unisce con podere spettante a suddetta chiesa. La porta maggiore della facciata, è volta verso ponente e sopra a questa stà lo stemma dell’E.mo Cardinale Arcivescovo di Fermo, al di sopra di questa vi è un cornicione fatto ad arco sopra cui vi è un piedistallo da cui nasce un’asta in cima della quale vi è posta una Croce. L’altra porta a latere verso mezzo giorno, il Cappellone verso levante.

Abside Chiesa dei Ss Giovanni e Benedetto

Abside Chiesa dei Ss Giovanni e Benedetto

Il corpo della Chiesa è fatto a tetto con muraglie lisce. Ha il suo presbiterio lungo palmi 27 e il resto della chiesa sono palmi 75, è larga palmi 50. Il cappellone è lungo palmi 15 e larghezza palmi 26, è fatto a volta, ha li suoi pilastri negli angoli, capitelli e cornicione di gesso e nel mezzo vi è una riquadratura con lo Spirito Santo in mezzo.
Non si sa precisamente la sua edificazione, si sa che verso la fine del 1200 o nel principio del 1300 fosse investita del titolo di prepositura, allorché i monaci partiti da Santa Maria Grande, in oggi S. Francesco de Minori Conventuali fissarono la loro sede e cura insieme nella predetta decorando la medesima con tutti gli onori di primato,
di maggioranza e di matricità, come gode al presente. Rovinò la stessa in gran parte e fu restaurata nel 1738 dal preposto Boncori come apparisce da una lapide posta sopra la porta laterale. La medesima Chiesa fu consacrata dall’E.mo Card. Alessandro Borgia Arcivescovo di Fermo nel 1754. Dietro all’altare del presbiterio Anche se nel 1770 erano terminati i lavori di ampliamento e di restauro presso la chiesa S. Michele e l’originaria chiesa di S. Giovanni fuori le mura era stata restaurata una trentina di anni prima, furono perfezionati i piani di finanziamento e il 15 agosto 1782 l’arcivescovo di Fermo Andrea Minucci autorizzava la posa della prima pietra. I lavori durarono sette anni, la spesa complessiva superò i 7.500 scudi e nel settembre del 1789 la chiesa fu solennemente aperta dal nuovo preposto don Vittorio Panepesel. Una lapide posta a sinistra della navata laterale ricorda il contributo di papa Pio VI nell’anno 1788.

Il campanile

Il campanile

Con la costruzione della nuova chiesa di S. Giovanni la cappella di San Benedetto fu demolita ed inglobata nella nuova costruzione ed anche la chiesa di S. Giovanni fuori le mura fu demolita: «esisteva fuori di Porta San Giovanni, extra et prope moenia», come descrive mons. Maremonti nella Visita pastorale del 1573, che aveva lo scopo di verificare l’applicazione dei decreti del concilio di Trento.
Sempre nei documenti che riguardano la costruzione della nuova chiesa troviamo scritto: «la chiesa della parrocchia di San Giovanni situata fuori le mura, ha la torre in cui sono collocate le campane sopra la porta del paese detta di San Giovanni, di rimpetto alla quale è situata la detta Chiesa».
L’oratorio o cappella del SS. Crocifisso è stato demolito per la costruzione dellastrada di accesso alla piazza nel 1850 circa.
Negli anni 1800-1803 si verificarono subito problemi di stabilità della volta a botte con arco a tutto sesto realizzata in camorcanna.
Effettuarono il sopralluogo, tra gli altri, gli architetti Luigi Fontana e Pietro Maggi.
L’architetto Luigi Fontana espone: «Essendomi recato per ordine del preposto Caradonna ad esaminare la fabbrica della chiesa della Prepositura intitolata a S. Giovanni e Benedetto, la quale essendo edificata di novo dal sig. architetto Luigi Paglialunga, nell’ispezionare tal fabbrica ho trovato molte mancanze per causa di operaia, però secondo la mia coscienza vengo a dichiarare le imperfezioni che sono evidenti: in primo luogo il tetto ha dei cosciali di scarsa proporzione gli quali è troppo meschini. La maggior osservazione è il volto della chiesa che si ritrova mal operato è di compositura molto meschino il qual minaccia rovina al presente, trovando anche l’arcone sopra il presbiterio che è evidente a chiunque che stà in figura pericolante e questo si può dir per causa che non vi sia rinfianco a sufficienza oppur chiave di ferro come si doveva fare al presente…»
L’architetto Pietro Maggi nel 1804 per ordine del cardinale Brancadoro, arcivescovo di Fermo, scrive:
«Mi son portato a riconoscere lo stato attuale della chiesa parrocchiale e matrice di S. Giovanni nella terra di Monte Giorgio e rilevate le cause dei danni e lesioni che vedonsi né volti, dopo diligenti osservazioni fatte sopra li volti ho trovato che due sono state le cause. La prima dei terremoti degli anni scorsi. L’altra poi è stata la mancanza dei necessari tamburati che tengono il volto della chiesa, essendo questi troppo lontano l’uno dall’altro, per cui questo ha curvato in giù i tambucchi a cannicciata, specialmente verso il mezzo. Le fessure per altro che vedonsi in più luoghi  nel principio di suddetto volto, dimostrano manifestamente che il terremoto abbia dato causa dei suddetti danni, perché in quei siti che il volto resta molto arcuato il gesso si sostiene da sé.
Per riguardo poi a questi danni credo opportuno di scrostare circa palmi 15 di lunghezza in mezzo e poi rinforzare l’armamento e raccrescere un tambucchio tramezzo alli vecchi ben chiodati ai centini ed ivi chiodare meglio le cannucciate ed ingessarle ad uso d’arte e chiudere e ben risarcire l’altre fessure che vedonsi in altri siti di detto volto. Le fessure nell’arcone sopra il presbiterio, avendo il necessario rinfianco de muri non dovrebbero più aprirsi. Ho osservato il tetto di detta chiesa e l’ho trovato ben fatto, per maggior sicurezza dovrebbero drizzarsi i monaci e chiodare ad essi due regoli… Perché poi i suddetti lavori causati come si disse parte per le cause fortuite e parte per mancanza d’esattezza d’arte nell’eseguirle credo cosa giusta e doverosa che debba concorrere per la spesa di tutto il risarcimento la metà del conduttore e l’altra metà la Chiesa stessa».
Nel 1824 si decise di demolire la volta, così si esprime il Capitolo della Collegiata: «ridotta ad uno stato di real pericolo per cui ogni ulteriore ritardo partorire potrebbe funeste conseguenze e dato che alcune arcate si sostengono con corde sottoposte e raccomandate alle travi del tetto», e viene scelto il capomastro Antonio Ferrantini, figlio del fu Giacomo.
Fu ricostruita sempre a botte in camorcanna ma non più a tutto sesto ma policentrica e ribassata nella quale sono inserite sei unghie con lunette in prossimità delle finestre; in questa occasione si decise di ampliare la chiesa sfondando i muri delle cappelle laterali al fine di renderla più spaziosa. In sostanza furono demoliti una parte dei muri divisori tra le cappelle laterali, creando due navate più strette capaci di rispondere allo scopo di raccogliere più gente nei giorni di festa.
I lavori durarono due anni per un importo di 133 scudi ed in questa circostanza si provvide a far dipingere la volta ad opera del pittore Luigi Cimarelli di Pieve Torina, disegno semplice, geometrico a nido d’ape con grottesche, soluzione modificata nel 1911-13 ad opera del pittore Nicola Achilli, i cui disegni furono commissionati al pittore di gran fama, Luigi Fontana.
È la decorazione che oggi possiamo ammirare e che segue le caratteristiche architettoniche con fasce e riquadrature geometriche, con tre dipinti nella volta che rappresentano le tre virtù teologali.

Organo

Organo

Nel 1836-37 con la decisione di costruire un nuovo organo posizionato sopra l’ingresso, fu necessario creare una base solida e in quell’occasione fu realizzata la bussola all’ingresso con doppia porta centrale, le due porte laterali e la cantoria.
Nel 1856 fu eliminato l’altare «tenuto a rustico» per ricostruire il coro, si trattava di un altare ottocentesco in muratura e parti lignee intagliate e dipinte, sostituito con un altare in marmo.
Nel 1858 Gaetano Orsolini46 terminò la costruzione del coro ligneo sagomato attorno all’abside, con intagli, tarsie e frontone centrale.
Dall’aula della chiesa con una scala vicino al presbiterio si accedeva ad un’altra cappella sotterranea con un altare dedicato a S. Benedetto Abate e locali per le sepolture.
L’accesso alla chiesa sottostante fu chiuso durante i lavori di restauro del 1950 durante i quali oltre a demolire le balaustre delle scale e chiudere gli accessi alla cripta, fu consolidato l’arco trionfale, rifatto il pavimento sostituendo l’originale in cotto con l’attuale pavimentazione in marmo stile veneziano, realizzato l’altare in marmo insieme ad altri lavori come banchi e decorazioni. Sempre in questa occasione l’altare delle Anime Sante fu sostituito con il fonte battesimale.
Negli anni successivi gli interventi hanno riguardato solo lavori di restauro e sistemazione degli impianti.
DESCRIZIONE – La chiesa dei Ss. Giovanni Battista e Benedetto è a pianta basilicale tripartita: una grande navata centrale e due piccole navate laterali; un presbiterio leggermente rialzato che si conclude con un coro absidato a pianta semicircolare, copertura con volta a botte generata da un arco policentrico in camorcanna con sei unghie in prossimità delle finestre, sopra la quale si trovano le capriate in legno con il manto di copertura a due falde.
Nel progetto originario, come risulta da una frase del capitolato del 1783 si prevedevano degli archi in muratura a tutto sesto, ma tale soluzione fu scartata sia per motivi statici (la difficoltà a controllare la spinta dopo la demolizione dei muri trasversali delle cappelle), sia per motivi economici.
La sua impostazione fa riferimento al modello utilizzato dai Gesuiti e affermato a Roma nella seconda metà del ’500, con una sola grande aula e tre piccole cappelle per lato (trasformate successivamente), perfetta simmetria, ordine gigante delle colonne con capitelli compositi e delle paraste, per suggerire la spinta e lo sguardo verso l’alto, mentre il consistente uso di decori con stucchi, la ricca articolazione delle modanature e finiture con finti marmi, l’insieme di eleganti effetti, richiamano al barocco e non ai criteri di austerità controriformista. Esprime un misto di solennità, imponenza, ricchezza e luminosità che regna all’interno dell’edificio ed è già percettibile dalla facciata.
I Gesuiti volevano un vasto vano sgombro, perfettamente praticabile, acusticamente valido che permettesse, non tanto suggestioni emotive, ma una chiara e disciplinata trasmissione della fede (adatto alla predicazione per un uditorio numeroso), insieme ad una chiara indicazione di cammino e di attenzione verso il presbiterio e lo spazio sacro. Quindi, per esempio, la lunghezza non doveva essere eccessiva rispetto alla larghezza.
Le misure principali mettono in risalto l’armonia delle proporzioni: m. 30 di lunghezza totale; m. 24 fino al presbiterio, m. 18 di larghezza totale e m. 12 per l’aula principale; m. 15 di altezza al colmo della volta e m. 12 al cornicione; n. 6 cappelle tre per ogni lato che misurano m. 3 di larghezza e in profondità ad eccezione delle due centrali più grandi che erano dedicate al SS. Crocifisso e alla Beata Vergine Addolorata, cappella con altezza al colmo dell’arco di m. 9 e all’imposta dell’arco di m. 6, con numeri che sono multipli di tre simbolo della Trinità.
Si tratta di norme e regole rinascimentali che applicano un sistema numerico proporzionale, dei princìpi modulari, un metodo progettuale preciso che poteva essere utilizzato con semplicità nelle diverse chiese della provincia, con la variante di piccole modifiche richieste dal luogo.
L’unica cappella che si discosta dalle altre è quella della Madonna Addolorata in quanto è più profonda e delimitata da un’abside semicircolare, con una nicchia al centro ove è posta la statua della Madonna Addolorata, un altare isolato in marmo donato dalla famiglia Passari e pareti riccamente decorate da Nicola Achilli nel 1895-96 in parte in stucco policromo, in parte dipinta e dorata.
A sinistra guardando l’altare maggiore e partendo dall’ingresso abbiamo l’altare di S. Emidio, venerato come protettore dal terremoto, delle Anime Sante e di S. Emidio.
Vincenzo Ferreri a destra il fonte battesimale, la Vergine Addolorata e di S. Giuseppe.
La chiesa ha una torre con pianta quadrangolare che si conclude a forma di cono, dalla strada esterna è alta ml. 36,50 ed è la più alta del paese.

Mario Liberati

“Montegiorgio” di Mario Liberati – Andrea Livi Editore, Fermo – pag. 163, 168