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Immagine del Beato Pellegrino 150

La “Casa Beato Pellegrino” a Falerone

Un patrimonio ed un passato da recuperare

Chi entra nel Centro Storico di Falerone attraverso la porta che guarda ad Est, nel breve tratto di strada, in prossimità dell’ultima curva verso sinistra, vede sulla destra la Pinturetta (meglio conosciuta come Lu Crucifissu) e, sul lato opposto, una imponente costruzione, circondata da un giardino, delimitato da una inferriata. Questo edificio è la Casa Beato Pellegrino, che i Faleronesi familiarmente chiamano Lu Viatu Pilligrì. Lo pensò e lo fece costruire (i lavori terminarono nel 1927) Don Sante Gianfranceschi, parroco a Falerone (coadiuvato dal fratello Don Luigi) dal 1907 al 1950, quando gli subentrò Don Silvio Catalini.

Oggi Lu Viatu Pilligrì ha porte e finestre rigorosamente sbarrate: non è più agibile perchè, per esserlo, avrebbe bisogno di consistenti e costosi lavori di restauro. Per molti anni, però, è stato il centro di numerose attività, che i meno giovani come me ricordano con un pizzico di nostalgia e con tanta simpatia.

L’edificio nel piano centrale, quasi a livello della strada, ha alcune stanze, con alla estremità sulla sinistra una chiesa, dove noi bambini ascoltavamo le lezioni di catechismo del prevosto: era la duttrina, alla quale i nostri genitori si premuravano di non farci mancare. Era la duttrina che insegnava che Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo: egli è llì mmenzo (come capivamo noi) o egli è l’immenso (come si sforzava di farci capire il sacerdote). Sull’altra estremità del piano, a destra, c’è un salone, dove d’estate noi bambini, che partecipavamo alle colonie, trovavamo le sdraje sulle quali avremmo dovuto fare il sonnellino dopo aver consumato il pasto (di solito, grandi fette di pane con, in mezzo, frittate) preparato dalle mamme. Ci assisteva la signorina Ave.

Ai miei occhi di bambino la signorina Ave era bellissima. Aveva una voce straordinaria: cantava e suonava l’organo durante le funzioni in chiesa. Mi affascinava (chissà perché?) quando, in occasione dei funerali, mentre il sacerdote incensava e benediceva lu mortu, intonava In paradisum deducant te angeli… Ave, aiutata dalle sue due sorelle, anch’esse nubili, con il ricamo realizzava autentiche opere d’arte. Ricordo lo stupore che mi travolse quando in una stanza de Lu Viatu Pilligrì mi trovai di fronte la bellezza del volto del Papa Pio XII dipinto da Ave e da altre donne con la treccia e la raffia in occasione dell’Anno Santo del 1950. Che fine avrà fatto quel quadro? Quando penso a qualcosa di bello, mi capita spesso di rivedere quell’opera.

Il piano inferiore della Casa Beato Pellegrino è interamente occupato dalla platea del cinema, naturalmente, parrocchiale, con tanto di galleria, come si usava un tempo, e un palco, sul quale era issato lo schermo per la proiezione dei film ed erano anche fissate le quinte necessarie per le recite. Su quel palco ha mosso i primi passi di drammaturgo Massimo Mezzanotte e si è messo alla prova il gruppo teatrale “?” da lui fondato. Su quello schermo disegnava misteriosamente le immagini il fascio di luce celestina che arrivava dal proiettore, sul quale si srotolavano con un ronzio le pizze dei film, sotto l’occhio vigile di un operatore autodidatta: si chiamava Francì, che era anche e soprattutto sagrestano e, a tempo perso, elettricista. Alla biglietteria e a strappare i biglietti, in una sorta di punto di blocco, c’erano gli inflessibili Delio e Falè, titolari di una avviatissima merceria.

Noi chierichetti facevamo i bravi per meritare la contromarca, che ci avrebbe permesso di assistere gratis alla proiezione domenicale del film. Il parroco, però, non sempre ci consentiva di vedere il film in programmazione, perché, per colpa di qualche bacio, non era adatto alla nostra tenera età. Certo, nei giorni precedenti lo aveva purgato il più possibile, ma la sua accurata censura più di tanto non aveva potuto. Insomma, rispetto al nostro parroco e a tanti altri di allora, il prete tagliabaci di “Nuovo cinema Paradiso” sarebbe apparso un tremebondo dilettante.

La Casa Beato Pellegrino aveva per tetto un immenso terrazzo, delimitato da un parapetto in cemento. Da bambino lassù ci ho giocato durante le colonie estive. Allora mi interessava poco il panorama che si poteva e si può ammirare da lì: il degradare delle colline per nulla scalfite, anzi impreziosite, nella loro morbidezza, dai profili raccolti e puntuti di tanti antichi paesi; il monte Conero; la vallata del Tenna; l’occhieggiare del mare, giù, verso Porto S.Giorgio. Ma, prima del mare, laggiù, più in alto di tutto, c’era, c’è, col suo biancore nel sole, il duomo di Fermo!

Ubaldo Santarelli