Porto San Giorgio → Storia e Cultura

150 Porto san giorgio Teatro Nardi

Il Teatro di Porto San Giorgio e l’opera di Sigismondo Nardi

Celebrazioni a 140 anni dalla nascita dell’artista

LA STORIA DELLA FABBRICA DEL TEATRO

Il teatro di Porto San Giorgio fa parte di quella costellazione di teatri storici, per cui le Marche sono definite “la regione dei cento teatri”.

All’inizio dell’Ottocento, le città rinnovano il loro aspetto ed il teatro diviene sempre più un elemento di decoro dell’espansione edilizia.

NELLA RIVISTA MARCHIGIANA “PICENUM 1913” SI LEGGE …

… la costruzione del Teatro fu precisamente iniziata nel 1813 da una Società di 50 consorti, corrispondente al numero di palchi che il Teatro doveva avere, appositamente costituitosi il 25 Gennaio 1811; la costruzione era stata definitivamente deliberata nelle adunanze del 15 Febbraio 1811 e 26 Aprile 1812; in quest’ultima era stato prescelto ed approvato il progetto compilato e presentato dall’Architetto Giuseppe Lucatelli da Tolentino.

L’area scelta per la costruzione fu quella occupata , avanti la Cisterna di Piazza S. Giorgio, dal fabbricato del forno comunale, chiamato volgarmente Forno dello Spaccio; fabbricato che fu demolito, avendo la Società dei 50 Consorti assunto l’obbligo verso il Comune di ricostruirlo in altro punto …

… La costruzione fu completata nel Novembre 1816 e l’opera, definitivamente compiuta, deve aver costituito per il paese un solenne avvenimento …

… Il Teatro fu solennemente inaugurato il 29 Gennaio 1817 e nel Dicembre dello stesso anno fu riaperto con uno spettacolo musicale …

… Nel 1841 cominciarono le dolenti note delle riparazioni. In detto anno una relazione assai allarmante della deputazione del Condominio fece rilevare le disastrose condizioni nelle quali il teatro si trovava a causa – secondo il giudizio della stessa deputazione – della cattiva costruzione. Dell’umidità e della infelice ubicazione…

… Nel 1858 il Condominio riscontrò di nuovo la necessità di riparare il Teatro, e le riparazioni proseguirono sin dopo il ’60. Fu rinnovata completamente la decorazione della sala e dei palchi, ridipinto il soffitto, rinnovate le scene: tale lavoro fu eseguito dal pittore – scenografo Mariano Piervittori di Foligno.

Dopo il ’60, la vta del Teatro risentì anch’essa i benefici effetti del soffio vivificatore della libertà, che aveva ridestato a vita nuova la Regione nostra.

Allo scenografo Piervittori fu subito dato l’incarico di eseguire un nuovo sipario, sul quale fosse rappresentato un fatto patriottico, che avesse relazione con il paese: ed il Piervittori prese, per soggetto, l’ingresso di Vittorio Emanuele II nella piazza principale di Porto San Giorgio, avvenuto pochi mesi innanzi …

… Il sipario del Piervittori tuttora esiste e se per alcuni particolari non costituisce un capolavoro, nell’insieme non è disprezzabile e per la vita paesana ha un grandissimo valore come documento, non solo perché il Piervittori vi si è sbizzarrito ritraendovi le figure delle personalità paesane più note, ma anche perché in esso ha ritratto una parte ormai scomparsa della piazza del paese, e cioè l’ingresso nord, con gli archi così detti di Vinci, che erano una prosecuzione delle fortificazioni della Rocca Medioevale, ora demoliti insieme alle case contigue. Particolare curioso del sipario è la casa parrocchiale; da una finestra socchiusa di essa il parroco sta sbirciando il Re Liberatore che trionfalmente attraversa la piazza, tra l’entusiasmo del popolo e sotto una pioggia di fiori …

… Nel 1862 il Teatro ebbe, alla fine, un nome; naturalmente, con decisione del 6 Aprile dello stesso anno, fu intitolato a Vittorio Emanuele II.

Fu nel periodo successivo a questo, e sino al ’72, che la vita del Teatro, completamente rinnovato, ebbe il maggior fulgore; in meno di un decennio, per merito principalmente del Sig. gaetano Fiori, distinto artista di canto … vi si rappresentarono opere liriche …

… Dopo questo brillante periodo s’inizia, però, quello della decadenza; il M. Trevisani, che avrebbe desiderato di veder riaperto il Teatro rimesso a nuovo, pregò alfine l’Ing. Conte Antonio Vandone di Torino, uno dei più fedeli ed innamorati villeggianti della spiaggia di Porto San Giorgio di compilare un progetto completo di restauro, e l’Ing. Vandone con la cortesia che lo contraddistingueva preparò gratuitamente un magnifico progetto …

… Nel frattempo il M. Trevisani immaturamente scompariva dalla vita paesana ed alla Presidenza del Condominio era eletto il Sig. Guerriero Pignatelli, coadiuvato dalla Commissione Amministrativa composta dai Sigg.i Cionfrini Pompeo, Sindaco dl Comune, Baglioni Andrea, Marchetti Lorenzo, Basili Domenico, Giammarini Nazareno …

… ottenutosi dal Comune un contributo di 2.000 lire, la questione finanziaria fu facilmente risoluta, avendo il Presidente Pignatelli ed i Sindaco Cionfrini, generosamente assunta un’obbligazione personale verso la Banca di San Benedetto che si dichiarò pronta a fornire i fondi necessari …

… Ma la ricostruzione della volta fu il lavoro che più dette da pensare alla Commissione incaricata dei restauri e che, sconvolgendo completamente il piano finanziario stabilito, mise a dura prova la pazienza della Commissione stessa ed in special modo quella del Sig. Pignatelli e Cianfrini, che si videro costretti ad aumentare oltre le 20.000 lire l’obbligazione da essi assunta verso la banca di San Benedetto.

Fatto buon viso a cattiva fortuna, la Commissione fece subito ricostruire la volta, ma eseguito che fu il lavoro, essa si trovò di fronte ad un’altra difficoltà: chi l’avrebbe decorata?

La commissione si trasse d’impaccio con una felicissima idea: si rivolse ad un pittore compaesano, al Prof. Sigismondo Nardi, all’artista valoroso, per quanto modesto, che fa parte della forte schiera di artisti marchigiani che onorano, con le loro opere, l’Italia.

Il Prof. Nardi, che è avvinto da fortissimo amore al suo paese natio, non si fece pregare e con generoso animo accettò di dipingere la volta, chiedendo soltanto il pagamento delle spese vive, cogliendo così l’occasione di dimostrare il proprio affetto al suo paese, donandogli un’opera del suo forte ingegno …

… Altri restauri furono effettuati nel 1933 e nel 1937, quando fu trasformato in sala cinematografica.

Nel 1946, dopo un progressivo abbandono e degrado, ne venne dichiarata l’inagibilità.

Le tristi vicende storiche che si susseguirono, vedono il Teatro utilizzato anche come rimessa dei veicoli e degli attrezzi per la nettezza urbana.

L’ultima fase di restauro, sotto la direzione dell’architetto Zani, iniziò solo nel 1977.

Dopo alterne vicende, fra le quali la perdita del telone del Piervittori e il tentativo di demolizione dei palchi, sventato grazie ad un movimento spontaneo di pochi cittadini che si batterono per un restauro conservativo, si concluse nel 1992, anno che ha restituito l’attuale pregevole eleganza dell’edificio alla cittadinanza di Porto San Giorgio.

SIGISMONDO NARDI: LA MODERNITÁ DELLA TRADIZIONE

Erede della grande tradizione pittorica italiana “a fresco”, Sigismondo Nardi, con la sua esperienza esistenziale improntata all’impegno, al rigore, alla sobrietà e con la ricca produzione artistica, multiforme nei generi, nelle tecniche e nei registri espressivi incarna la complessità di quell’epoca affascinante e difficile che segna in Italia il passaggio tra Ottocento e Novecento. Era la fase post unitaria, il centro europeo della cultura artistica era Parigi, fucina di sperimentazioni che dall’Impressionismo alla nascita delle avanguardie artistiche avrebbe mutato il senso e il modo di fare arte; era il periodo in cui l’Italia cercava di uscire dal regionalismo non solo linguistico ma anche artistico. L’acme della sua attività pittorica coincide con la Belle Epoque, quella stagione intensa, vivace culturalmente, carica di contraddizioni, sorta di canto del cigno di una società che scivola verso la catastrofe del primo conflitto mondiale.

Sigismondo Nardi nasce il 14 marzo 1866 a Porto San Giorgio, il padre era sacrestano della parrocchiale e plasmava statuine votive in creta. Del talento artistico di Nardi si accorge già il maestro Toni in età scolare e lo raccomanda allo zio Francesco Amici, che lo avvia agli studi artistici a Fermo presso il pittore e restauratore Silvestro Brandimarte.

La sua formazione si viene delineando poi a Roma, dove è allievo del frescante Domenico Bruschi, autore d’importanti decorazioni pubbliche nella capitale e diretto conoscitore, in seguito ad un viaggio a Londra, dei Preraffaelliti.

Determinante per la maturazione artistica di Nardi è stato l’apprendistato presso Cesare Maccari, purista, artista ufficiale del Regno d’Italia, che lo coinvolge nella decorazione della Sala del Senato a Palazzo Madama (1882-88), nelle pitture del Palazzo di Giustizia a Roma e soprattutto lo porta con sé nella basilica di Loreto, dove, sotto il coordinamento di Giuseppe Sacconi – progettista del Vittoriano a Roma – collabora alla realizzazione del più grande poema figurativo di arte sacra dell’età contemporanea, in cui Simbolismo e Liberty traducono in un linguaggio moderno la tensione mistica dei temi mariani.

Anche Cesare Mariani lo vuole, come aiuto, nella decorazione ad affresco con le storie di S. Emidio nella cupola del Duomo di Ascoli e poi a Teramo nella Chiesa di S. Maria delle Grazie.

Ed è questo il percorso che Nardi proseguirà autonomamente: la grande decorazione di luoghi sacri. La committenza ecclesiastica in quegli anni era spinta dall’esigenza di risvegliare negli animi delle masse popolari la religiosità, minacciata dal laicismo dilagante e – soprattutto nelle Marche, ex territorio dello Stato pontificio – dall’agnosticismo del nuovo stato liberale e dalle lotte di classe di impronta marxista. I grandi cicli pittorici che in questi anni rivestono gli interni delle chiese sono quindi una sorta di nuovo testo sacro figurato, una nuova biblia pauperum: il dialogo con i fedeli deve avvenire attraverso un codice espressivo immediato. Nardi sceglie uno stile vicino ai Preraffaelliti inglesi, condividendone l’attribuzione all’arte di una funzione di redenzione, vicina alle profonde aspirazioni dell’uomo. La religiosità di Nardi non è legata ad un credo ma è fede nell’arte stessa, vissuta integralmente, con rigore e passione. Ciò che lo pone in sintonia con i Preraffaelliti da un lato e con lo stile liberty dall’altro è poi la minuziosità della tecnica, la compenetrazione di valori pittorici con il gusto per la decorazione e per le arti minori; il suo modello è quello dell’artista medievale che nella bottega lavorava con genialità ma anche con impegno artigianale.

L’arte sacra di Nardi colpisce per il grande impatto visivo, per l’euritmia, l’armonizzarsi dello spazio reale, architettonico con quello pittorico, per il grande respiro delle composizioni, per la composta teatralità delle scene, per la fluidità delle forme, l’eleganza e la sobrietà delle gamme cromatiche. Ma ad un’analisi più attenta l’osservatore è irretito dal raffinato e colto simbolismo che si esprime in immagini e in iscrizioni nei cartigli.

Nardi ha quindi saputo interpretare il senso ed il gusto della sua epoca attingendo al linguaggio artistico della tradizione e reinterpretandolo in chiave moderna. Fu apprezzato dai contemporanei e il Fermano e l’Ascolano sono disseminati di chiese da lui decorate: tra il 1904 e il 1906 realizza gli affreschi a S. Maria del Mare a Torre di Palme, nel 1916 termina i lavori nella chiesa di San Gregorio Magno a Magliano di Tenna e nel 1922 realizza i dipinti murali per l’omonima chiesa di Fermo. Nardi poi lavora nella cattedrale di Castorano, nella chiesa del Suffragio a Offida, nella chiesa del Rosario di Porto San Giorgio e in quella di San Marone a Civitanova, luogo di origine della moglie, compagna di una vita, Adele dei marchesi Ricci.

La geografia artistica di Nardi sconfina dal territorio marchigiano: già nel 1902 è chiamato a Trento per decorare la volta, la cupola e l’abside della Chiesa di S. Maria del Concilio. Anche qui sviluppa un tema mariano particolarmente adatto alla sua arte caratterizzata da figurazioni ricche di riferimenti iconografici, preziosismi ed erudito simbolismo. Il successo di critica porta poi nuove commissioni nel Trentino: nel 1910 decora la chiesa di S. Stefano a Revò, poi a Tueno, a Borgo Valsugana e a Calavino dove ancora una volta torna sull’iconografia mariana, interpretata questa volta con un raffinato stile calligrafico che vede le eleganti figure stagliarsi contro il bianco dell’intonaco delicatamente decorato con grottesche e ramage che ricordano lo stile miniatorio.

In Abruzzo ha eseguito parte della decorazione della Chiesa di S. Antonio a Teramo.

Opere dell’artista sangiorgese si trovano anche nell’Italia Meridionale: in gioventù aveva lavorato a Nardò in Puglia con Maccari; nell’anno della sua morte, il 1924, gli erano stati commissionati due affreschi per la cattedrale di Ragusa che dovette rifiutare per motivi di salute.

Ma l’arte di Nardi non si esaurisce con il filone sacro. Il nutrito catalogo delle sue opere comprende disegni accademici con studi di modelli classici, bozzetti per gli affreschi caratterizzati da grande espressività, senso della monumentalità pur nelle ridotte dimensioni, velocità esecutiva. Vi sono poi caricature mordaci, schizzi, ritratti intensi a matita e ad olio, teneri uccellini ritratti con tratto rapido ed efficace ad acquerello, oli con scene pastorali, studi e bozzetti di decorazioni di interni per luoghi sacri ma anche per dimore signorili. In questi ultimi è evidente che l’artista ha fatto suo il concetto, che è alla base del gusto liberty, di progettazione globale dell’opera grazie alla fusione di arti maggiori e arti applicate, di arte e artigianato.

Questi sono gli anni in cui Porto San Giorgio è una stazione balneare alla moda, recentemente sviluppatasi dopo la creazione della linea ferroviaria litoranea; frequentata dalla buona società romana, nelle estati del 1882 e 1883 anche D’Annunzio vi soggiorna. In questo ultimo scorcio di secolo il nuovo gusto modernista si esprime nella Fontana della Democrazia di Bernardini e nella costruzione dei villini liberty sul lungomare decorati con il raffinato gusto floreale.

In questo contesto mondano, agli inizi del Novecento, si inserisce la ristrutturazione del Teatro Comunale, anima culturale della città che comprende anche il rifacimento del soffitto della platea e la sua decorazione.

LA VOLTA DEL TEATRO: UN DONO PREZIOSO (Daniela Simoni)

Nella decorazione ad affresco della volta del Teatro di Porto San Giorgio c’è l’anima artistica di Sigismondo Nardi: una vivacità, una giocosità, una freschezza esecutiva mai raggiunte in altre opere, probabilmente perché si tratta di un luogo profano che consente una maggiore libertà creativa, ma anche perché è un prezioso dono che l’artista ha voluto fare alla sua città natale. Infatti, Nardi richiese per la commissione solo il rimborso delle spese vive, nonostante la complessità progettuale e il grande impegno esecutivo.

Ancora una volta l’arte per Nardi è un mezzo per raccontare anche alla gente comune storie erudite, per disquisire tramite un repertorio figurativo immediato su tematiche colte, relative alle origini greche delle arti teatrali.

L’impianto è circolare, articolato in fasce concentriche; il fondo è costituito da un suggestivo cielo notturno abitato dalle dodici costellazioni dello zodiaco che simboleggiano l’armonia dell’universo. Le stelle più grandi di ogni segno zodiacale sono intagliate nell’intonaco e illuminate da una lampadina interna coperta da un vetro opaco.

Sullo spazio siderale si staglia un elegante velario giallo, bordato con motivi geometrici e teso da un elaborato intreccio di corde argentate realizzate con lo stucco a rilievo e legature dorate pure a rilievo che punteggiano il cielo come stelle; le corde annodandosi e stendendosi formano un sofisticato motivo a forma di stella a otto punte e vanno poi ad ancorarsi ad anelli dorati e a bracieri saldati ad un parapetto che circoscrive la volta. Rinunciando a riquadri e cornici Nardi inventa così un modo originale di ripartire la decorazione. Sotto il profilo simbolico il velario ricorda la tenda di Serse che i Greci conquistarono nella battaglia di Salamina e che poi distesero, come velario, sul primo teatro costruito sull’acropoli ateniese dopo la vittoria sui Persiani.

Il parapetto, di marmo pentelico, è posto su di un podio di tre gradini e fa da sfondo a delle figure viste in scorcio e raggruppate in quattro settori, in ciascuno dei quali è rappresentata una scena allegorica riferita ad un’arte teatrale. I quattro campi sono scanditi da dei basamenti che reggono delle erme in bronzo dei poeti greci che hanno cantato i temi svolti in ognuno dei quattro ambiti: Sofocle per la Tragedia, Aristofane per la Commedia, Alceo per la Musica, Pindaro per la Danza.

Al centro di ogni settore si erge un trono architettonico decorato con un motivo a conchiglia in pietra e due cornucopie bronzee: è contrassegnato sul basamento dal nome della forma artistica celebrata ed è dedicato alla Musa che presiede a quella specifica arte. Vi sono anche incisi i motti dettati dal grande latinista Albini:

  • per la Tragedia: Agito di sublimi affanni l’anima

  • per la Commedia: Riverbero la vita come un’iride

  • per la Musica: S’apre di sogni il ciel sopra il mio pelago

  • per la Danza: Come te le grazie sorridendo volano.

La Tragedia è trattata nel primo quadrante, sopra il boccascena: dal sacrificio del capro durante le feste dionisiache la Tragedia ebbe origine; la Colpa è l’amazzone discinta sul cavallo semi impennato le cui briglie sono tenute dalla seducente Lusinga; sulla destra la fuga di Caino, protagonista del primo dramma umano con l’uccisione di Abele, inseguito dalle Erinni vendicatrici. Questa parte dell’affresco è lacunosa a causa dello sfondamento della volta.

La Commedia viene illustrata nel secondo quadrante, a sinistra della Tragedia: dall’euforia della festa della vendemmia nei riti dionisiaci si originò la Commedia; sulla destra la bionda fanciulla appena coperta di veli è la Verità che regge alto uno specchio nel quale la Vanità, l’Avarizia, l’Invidia e la Lussuria vedono riflettersi le proprie miserie.

La Musica è narrata nel quadrante sopra l’ingresso alla platea: Iubal costruisce la prima cetra con un teschio di bue; la statua della dea Atena è retta da un giovane seminudo e altri la difendono al suono incitatore delle tube. L’idea è quella di rappresentare il concetto greco della Musica, considerata linfa per lo spirito e sostegno per la forza nazionale in difesa della patria: il leone acquattato ai piedi dei guerrieri rappresenta questa forza. Orfeo è trasportato dai delfini, incantati dal suono della sua lira; Canto legge un cartiglio e Tibicina, la suonatrice prediletta dell’Ellade, avanza leggiadra; chiede la scena allegorica Pitagora che riflette cercando di scoprire l’esatta misurazione del tempo e la legge di propagazione dei suoni.

La Danza infine è il tema del quadrante a destra del palcoscenico: incedono i Coribanti con la loro danza guerresca; quattro giovani inghirlandati di rose compiono la danza nuziale d’Imeneo intorno alla Fontana d’Ippocrene. Sulla destra la sensuale danza dei veli di Salomè: sul corpo del vaso ai suoi piedi l’artista ha maliziosamente lasciato la sua firma “S. Nardi 1912”.

La compiutezza dell’apparato decorativo deriva da una congruenza concettuale di fondo: nel tempio della cultura della sua città, il Teatro, l’artista sangiorgese ha illustrato la concezione greca della funzione catartica dell’arte, capace di parlare direttamente agli uomini e di infondere in loro ideali e sentimenti positivi. E questo è anche il senso che Nardi ha dato alla sua arte, sia in ambito sacro che in quello profano.

Presso la sede della Società Operaia di Porto San Giorgio è conservato il Progetto per riparazioni e decorazioni nel Teatro di Porto San Giorgio, articolato in due scritte di cui la prima è Decorazioni dei parapetti e palchi ed atrio, la seconda Decorazioni del palcoscenico. Il foglio comprende anche un bozzetto ad acquerello relativo alla decorazione dei palchi. Presso la biblioteca comunale di Fermo è conservata una carta con gli schizzi di quattro dei segni zodiacali della volta del teatro. Nella medesima cartella sono inoltre conservate due fotografie d’epoca con erme marmoreee antiche, probabilmente utilizzate come modello per quelle riprodotte nel soffitto.

Daniela Simoni

BIBLIOGRAFIA

A. Pantanetti, Il teatro di Porto San Giorgio e l’opera del pittore Sigismondo Nardi, in “Picenum”, VI –VII, 1913, pp. 1-14.

R. O. Ricci., Porto San Giorgio e il suo teatro. La storia di una città e del suo teatro dalla nascita ad oggi, Fermo, 199 2, pp. 65-67

AA. VV., In memoria del compianto artista pittore Sigismondo Nardi di Porto San Giorgio, 1925

F. Mariano (a cura di), Il teatro nelle Marche: architettura, scenografia e spettacolo, Jesi 1997, p- 114

T. Maffei, È di scena il teatro. I teatri storici nel Piceno, in A.A. Amadio (a cura di), Guida della Provincia di Ascoli Piceno, Ortona 1999, pp. 366-369

T. Maffei – E. Montemurro. (a cura di), I teatri storici nelle Marche, Ancona 2000, pp. 170-171.

M. Ferri, La pittura dall’Unità d’Italia alla Prima Guerra Mondiale, in Papetti S. (a cura di), Atlante dei Beni Culturali dei Territori di Ascoli Piceno e di Fermo. Beni Artistici. Pittura e scultura, Milano 2003, pp. 178-180.

M. Ferri, L’arte in scena. La decorazione dei teatri marchigiani fra Ottocento e Novecento, in F. Mariano (a cura di), L’età dell’Eclettismo. Arte e architettura nelle Marche fra Ottocento e Novecento, Firenze 2004, pp.360-362.

D. Simoni, Il Teatro di Porto San Giorgio e l’opera del pittore Sigismondo Nardi, 2007.

In D. Simoni – S. Marani (a cura di), Sigismondo Nardi. La modernità della tradizione, Andrea Livi ed., Fermo 2013