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Il palazzo Sant’Agostino a Montegiorgio

L’edificio si trova nel centro del paese tra piazzale Ungheria, largo Leopardi e via Cestoni. Rappresenta uno dei poli architettonici più significativi del centro storico per mole e severa maestosità. I suoi prospetti sono cadenzati da aperture regolari, lievi cornici marcapiano e uno sviluppato cornicione all’imposta del manto di copertura. L’ingresso principale è posto su largo Leopardi e del portale di pietra, in parte demolito nel 1985, rimangono solo mezze colonne sospese.
La storia di quello che originariamente era un convento si può ricostruire da un volume manoscritto di padre Antonio Pupi del 1680 e da altri manoscritti.
È possibile stabilire con precisione la data nel quale gli Agostiniani ottennero dal vescovo di Fermo, Gerardo, di stabilirsi a Montegiorgio dentro le mura castellane, infatti il 13 febbraio 1265 ricevono in dono la chiesa di S. Salvatore, mentre dai Farfensi ricevono una donazione successiva nel 1278. Sembra che una parte della costruzione al tempo della donazione era completa e funzionale, tanto che nell’atto si fa esplicito riferimento ai beni mobili contenuti all’interno della chiesa.
Gli Agostiniani che erano stati fino ad allora in zona Cisterna, dopo Benedettini e Francescani, sono il Terzo Ordine a stabilirsi intra moenia, luogo più sicuro e vicino al centro degli aggregati urbani. I padri Agostiniani iniziano subito la costruzione, o ristrutturazione generale con ampliamento, di un imponente complesso conventuale che comprendeva una serie di costruzioni tutte collegate: le abitazioni, la chiesa di S. Salvatore ed il convento.
Nella ricostruzione di padre Pupi viene affermato che gli Agostiniani iniziarono la costruzione della loro chiesa «in un’area contigua e più elevata».
La planimetria di questo organismo, dovrebbe corrispondere in parte a quella del Catasto Gregoriano del 1815, con delle case e una scalinata nella zona dell’attuale loggiato, la chiesa di S. Salvatore nella fascia dell’attuale piazzale Ungheria ed il convento dove oggi troviamo palazzo Sant’Agostino. Era un grandioso complesso che sviluppava un perimetro complessivo di 238 metri lineari proprio al centro della contrada Cafagnano che gli Agostiniani dedicarono al loro santo, come risulta dalla bolla con la quale papa Clemente IV nel 1268 concesse l’indulgenza di 100 giorni nella festa di sant’Agostino a tutti coloro che avessero dato un personale aiuto nella costruzione del convento.
Per la descrizione di tutta la chiesa il Pupi riporta un Inventario redatto nel 1545 dal priore fra’ Angelo Pigliavolpe nativo di Montegiorgio, in esso si legge che la chiesa fu costruita ad unica navata in stile romanico delle dimensioni di ml. 14,00 x 36,00 aveva l’ingresso principale in prossimità delle scale che scendevano verso la piazza e coro verso l’attuale scarpata con lo stemma del paese, aveva presbiterio rialzato ed era coperta a volte reali e tetto a capanna.
Nella descrizione si parla del portale gotico ancor oggi visibile sopra il loggiato , «costruito nella prima metà del sec. XIV come ingresso alla chiesa dal lato sinistro a capo della scalinata che saliva dalla piazza sottostante», al quale seguiva un ltare (l’ottavo del lato sinistro verso piazza) «e la porta maggiore per la quale si entra nel convento e vi si vedono anche le pitture». Padre Pupi prosegue affermando:
«…il 9° altare era di Santa Lucia, veniva dopo la porta ed era sito di fronte a quello di San Bartolomeo, ma con l’istesso sfondato.
Il 10° altare era quello del Battesimo di Gesù al Giordano, posto di rimpetto a quello di S. Maria degli Angeli.
L’11° si chiamava l’altare di S. Maria della Culla, sito di rimpetto alla porta laterale, oggi detta dello scalato».
Don Raffaele Gasparri al contrario, nei primi del 1900, dichiara che questo era l’atrio principale che immetteva all’antica chiesa e all’atrio si accedeva dalla piazza per mezzo di un’ampia gradinata.
Secondo la descrizione di padre Pupi aveva un altare maggiore «il quale all’usanza monacale, aveva la mensa isolata a filo della prospettiva» sormontato da un tabernacolo grande; dietro a detto altare c’era il coro nel quale più tardi fu posto un quadro de tavola realizzato da Giovanni Bolognese, pittore eccellente di quei tempi. Nei lati lunghi della navata si trovavano originariamente 14 diversi altari sette per lato, in parte dentro il muro, mentre l’accesso alla sacrestia era situato alla destra del presbiterio, che si trovava sopraelevato rispetto all’aula. La sacrestia «fatta a foggia di diamante, permetteva il collegamento con il convento ed aveva una serie di affreschi» in parte ancora oggi visibili con ingresso dal cortile del palazzo.
Dalla descrizione si ricava che in questa zona sul lato destro, comunicante con il convento, doveva trovarsi la porticella che dava l’ingresso alla torre campanaria con scale utilizzate anche per scendere dal coro alla navata della chiesa. Sul campanile erano installate quattro campane di diversa grandezza.
Dal punto di vista pittorico-architettonico restano come segni evidenti del periodo gotico:
– l’arco sul loggiato che oggi è parte della chiesetta di S. Maria degli Angeli e l’affresco all’interno della stessa;
– i resti di archi strombati nel chiostro con le colonnine tortili e le decorazioni di eleganti capitelli;
– nell’ala sud-ovest del convento, al piano seminterrato, troviamo archi a sesto acuto e rampanti;
– gli affreschi della sacrestia con ingresso dal cortile (descritti in apposito capitolo);
– una tavola dipinta da Francescuccio Ghissi nel 1374 ribattezzata Madonna dell’Umiltà, che adesso si trova nella chiesa di S. Andrea.
Padre Pupi riferisce una notizia interessante: «il 27 agosto 1494, Fra’ Remo, Priore del convento, pattuì con il maestro Berardino a Fra’ Giovanni da Monte Fiore, di fare l’organo nella chiesa nel termine di un anno, per il prezzo di 25 fiorini »51; viene anche riferito che l’organo fu traslocato nella parete laterale destra, sopra il pulpito, comunicante con il coro e successivamente fu sistemato sopra l’ingresso ai piedi della chiesa.
Di questo complesso nel quale si trovavano religiosi e novizi, abbiamo notizia di numerosi interventi di restauro o ristrutturazione in parte ancora oggi visibili nel lato sud ovest (lato giardino) nel quale notiamo evidenti sovrapposizioni.
– Nel 1577 il presbiterio era dotato di un coro lavorato in legno di noce;
– nel 1577 viene smantellata la «colombara» sopra il convento «perché non c’era colombo che non fosse preso di mira dai secolari con balestre o archibugi»;
– nel XVII secolo abbiamo le imbiancature a calce nelle pareti della chiesa necessarie per le pestilenze che coprono gli affreschi presenti e la riduzione del numero degli altari laterali che passano da 14 a 8, mentre vi troviamo numerosi confessionali;
– nel 1645 viene ampliato lo spazio per accogliere stabilmente i novizi;
– nel 1650 in una relazione conservata all’archivio generalizio agostiniano di Roma si trova questa descrizione del convento montegiorgese: «il monastero fa corpo unico con la chiesa, all’entrata dalla porta vi è il chiostro con un pozzo, nella prima ala c’è il muro in comune con la chiesa, nell’altra ala di fronte all’ingresso si trovano la sacrestia, la cantina e la grotta canale, nell’altra ala c’è il refettorio e nell’ultima si trova la dispensa per fare il pane, una libreria ed una grotta ad uso cimitero. Al piano primo vi erano 32 stanze per i padri religiosi ed al piano superiore le stanze dei novizi e l’accesso all’orto [dove oggi si trova il giardino]»;
– nel 1780 la chiesa fu internamente trasformata, seguendo i canoni dello stile neoclassico, con altari maestosi e tinteggiatura a latte di calce;
– nel 1783 anche il convento dopo la chiesa viene ristrutturato seguendo lo stile neoclassico nelle forme conservate in gran parte ancora oggi, con l’imponente scalone, i lunghi corridoi e le spaziose stanze;
– nel 1808 sotto Napoleone I, il convento fu soppresso ed i suoi possedimenti inglobati dal demanio napoleonico;
– nel 1812 il tetto della chiesa crollò interamente e con esso gran parte delle mura laterali, ma la sua sistemazione non fu immediata tanto che una delibera del Consiglio Comunale dell’8 marzo 1817 riporta di «un abbassamento del tetto della diruta chiesa annessa al Palazzo Pubblico» e addirittura un’altra delibera del Consiglio Comunale del 23 agosto 1825 affronta il tema della riparazione del muro fatiscente di questo pubblico palazzo ora divenuto esterno per la caduta del tetto della chiesa annessa, argomento già affrontato nel 1823;
– nel 1833 si riferisce di voler adibire una parte dei locali a carceri.
Con la fine dell’impero napoleonico i frati fecero predisporre un progetto per la ricostruzione della chiesa ma non ebbe seguito per mancanza di fondi e lo spazio della navata venne lentamente occupato dalla strada oggi denominata piazzale Ungheria.
Restò in piedi il cosiddetto portale del ’300 che fu puntellato con muro di sostegno, mentre la parete destra della chiesa andò a costituire il muro esterno del nuovo palazzo che dovrebbe celare al suo interno resti della vecchia chiesa (infatti nel ripostiglio, sede attualmente della caldaia dell’ufficio postale, ci sono piccoli resti di antichi affreschi).
Dopo le requisizioni napoleoniche il convento divenne bene pubblico e venne utilizzato per l’alloggio delle carceri, come caserma, alloggi privati, forno, laboratorio, oggi è sede della scuola media, dell’ufficio postale ed altri locali. Nel periodo nel quale furono realizzati i lavori del teatro (1880- 1910) è stato anche sede municipale.
Oggi palazzo Sant’Agostino ha un impianto quadrangolare definito nelle ristrutturazioni settecentesche di circa ml. 43,00 x 43,00 ed un’altezza a valle di ml. 20,00 con il lato sud ovest adiacente al giardino più lungo di qualche metro, un cortile al centro di circa ml. 15,00 x 18,00 delimitato originariamente da un portico su tre lati che oggi interessa solo un lato e mezzo. Probabilmente in origine il lato lungo del portico era diviso in due dalla rampa d’ingresso. La struttura portante è costituita da muratura a faccia a vista di diverso spessore (in alcuni punti del lato est su piazzale Ungheria supera anche il metro e mezzo) con coperture a volte soprattutto a crociera per i piani interrati e primo, e volte di camorcanna per l’ultimo piano con copertura costituita da struttura in legno e manto di coppi. L’ingresso principale con arco a tutto sesto risulta parzialmente costruito e sono ancora visibili piccole tracce di un portale in pietra adornato con resti di semicolonne.

Mario Liberati

“Montegiorgio” di Mario Liberati – Andrea Livi Editore – pag. 168, 172