Montegiorgio → Architettura

Da un foglio manoscritto che si trova nell’archivio del monastero, con data 17 novembre 1700, risulta che il monastero di S. Chiara ebbe origine nel 1400 da otto devote fanciulle di Montegiorgio, che, per far piacere al Signore, si unirono insieme a far vita ritirata chiudendosi volontariamente nella proprietà che monaci benedettini avevano abbandonato, donata loro dal Comune di Montegiorgio che ne era in possesso.
Quindi tre notizie interessanti: la prima che il monastero nasce come proprietà dei Farfensi probabilmente nei secoli XII-XIII; la seconda: quando i monaci lo abbandonano diventa proprietà pubblica; la terza: proprio il Comune lo dona a queste otto giovani fanciulle.
Il motivo per cui le origini del monastero sono avvolte nella nebbia, è dovuto ad un incendio divampato nell’anno 1517 che priva il monastero di quasi tutti i documenti che avrebbero dimostrato con precisione il periodo di fondazione. A ciò si aggiungono successivamente la soppressione napoleonica del 1808 e quella del Regno d’Italia nel 1861, che comportano comunque una perdita considerevole dei beni di proprietà del monastero compresi gli archivi.
Sappiamo comunque che il monastero rientra nell’elenco degli edifici sottoposti alla Visita pastorale di mons. Maremonti del 1573, inviato da papa Pio V per verificare l’applicazione dei decreti del concilio di Trento.
Le altre notizie le ricaviamo sempre dall’archivio del monastero e dalle memorie descritte dalle monache.
All’origine furono aiutate dal Comune e dagli abitanti di questa terra e crescendo chiusero il monastero in perpetua clausura sotto la regola di San Francesco e diedero alla chiesa il titolo di S. Chiara, seguendo la regola dei Minori Conventuali.
Nel 1771 con la Visita pastorale del cardinale Urbano Paracciani, arcivescovo di Fermo, viene redatto l’inventario dei beni stabili e mobili, ed in questo ritroviamo una precisa descrizione della chiesa e dell’erezione del monastero di Santa Chiara:

Facciata della Chiesa S. Chiara

Facciata della Chiesa S. Chiara

«La chiesa non ha facciata particolare. Ha una sola porta e questa verso da piedi che corrisponde di facciata al Pubblico Palazzo [attuale edificio del teatro, allora Comune], da un lato strada pubblica e gli altri due lati uniscono col monastero. La suddetta chiesa è di lunghezza palmi 56, di larghezza palmi 27 e di altezza palmi 34.
In essa vi è un soffitto tutto di tavole dipinto.
Sono in essa tre altari.
Nell’altare maggiore vi è un quadro con l’effigie di Maria SS.ma che tiene il bambino in braccio a cui fan corona alcuni serafini e da piedi a man destra San Francesco e a Man sinistra Santa Chiara. D’altezza il suddetto quadro è di palmi 16, di larghezza di palmi dieci circa [è il quadro che si trova sopra l’altare maggiore anche oggi].
Questa cappella fu fatta da Sobrino Gallucci di questo luogo nell’anno 1647 come apparisce da un cartello posto sopra il quadro e nel suo stemma intagliato nelle colonne e piedistalli. La suddetta cappella è di legno parte indorato parte colorito e la scalinata a tre gradini dorati a oro zecchino, con custodia parimenti dorata e marmita, dove si tiene il SS.mo in pisside d’argento con sua lampada ardente davanti giorno e notte».
L’inventario continua descrivendo gli altri due altari ed i quadri che possiamo vedere anche oggi come San Giuseppe, San Filippo Neri, Santa Margherita Vergine e diversi dipinti raffiguranti la Vergine.
Poi afferma che nell’archivio di questa terra trovasi rogata una solenne riforma di questo monastero fatta da un commissario generalizio dell’ordine dei frati Minori redatta nel 1530.
Continua:

Portale

Portale

«Questo monastero stà dentro questa terra del quartiere di San Nicolò ossia Palazzo, è circondato d’ogni parte dalle strade pubbliche e libero da ogni pregiudizio di prospetti. È posto detto monastero dalla parte di ponente dalla quale appariscono due estensioni… della figura d’un sette, una in levante, l’altra a mezzogiorno e il circuito esteriore comprende anche l’orto. Egli è d’una medesima e mediocre altezza con la sua chiesa di Santa Chiara posta a mezzogiorno avanti cui stendesi la piazza del Pubblico Palazzo di questa terra, quindi esteriormente poco distante viene la porta del parlatorio, all’ingresso di esso si trova in mezzo una colonna a cui s’appoggiano due archi schiacciati a maggior sostegno del coro. Le porte tanto della clausura, quanto del parlatorio non sono di prospetto tra loro, ma sono bensì negli angoli opposti. Il suddetto parlatorio l’abbiamo di lunghezza palmi trenta e di larghezza palmi ventotto con tre banchi di legno…».
L’inventario continua descrivendo minuziosamente tutte le stanze del monastero con le loro caratteristiche ed arredi.
Nel 1773 l’abbatissa suor M. Nazzarena Guaitini realizzò sei nuove camere per darne una a ciascuna monaca. Quindi possiamo dedurre che in questo periodo il monastero aveva dimensioni modeste.
Nel 1786 l’abbadessa suor Maria Crocifissa Finiti si adoperò per migliorare lo stato del coro che risultava cadente per difetti di costruzione, quindi fu riedificato e furono rifatti i banchi perché il luogo della preghiera fosse decente e decoroso.
Nel 1808 durante l’occupazione napoleonica, il Demanio Pubblico con Reale Decreto diede allo Stato il possesso di tutte le proprietà religiose, compreso monastero, archivi, libri e carte tutte, quindi quelle rintracciate sono le uniche notizie trovate degli anni precedenti.
Il giorno 12 giugno 1810 dopo l’acquisizione dei beni di tutto il monastero, le monache furono secolarizzate, costrette ad uscire dal monastero e nel termine di due mesi a deporre l’abito religioso, per vivere con le proprie famiglie o conoscenti, come si trova nella lettera che il vescovo inviò alle monache tramite il vicario foraneo.
L’interruzione durò tredici anni e le religiose fecero ritorno nel monastero il 2 agosto 1823 con l’abbadessa suor M. Clementina Compagnoni. In una lettera del vescovo alla madre abbadessa emerge che la diocesi aveva pagato una mensilità alle religiose per il loro sostentamento, che cesserà con la ripresa della vita del monastero.
Nel 1829 viene costruito il muro del monastero lungo la strada pubblica denominata «Palazzo» oggi via Umberto I.
Nel 1824 viene realizzato un ampliamento con destinazione magazzino nella zona posta a sud vicino all’orto, questo intervento è caratterizzato da una parete dove al piano terra troviamo sei archi ed al piano primo sei finestre corrispondenti agli archi.
Nel 1828 avviene la costruzione della nuova chiesa, la precedente viene demolita perché in stato di notevole degrado e cadente; i lavori iniziano dalle fondamenta il 12 maggio 1828 e terminata il 30 marzo del 1829, con le spese sostenute dalla vendita di un terreno di Grottazzolina, per la somma di scudi 591.
Da un verbale della Delegazione apostolica di Fermo ed Ascoli, del 20 ottobre 1828, viene scritto quanto segue:
«…sono restate ad eseguirsi per l’ultimazione della Chiesa alcune opere fra le quali quella di intagliatore e Stuccatore; il sig. Antonio Crisi che riveste la qualifica di Sindaco del Monastero piuttosto che proseguire i lavori coll’opere a giornata ha opinato più conveniente di progettare un cottimo, avendo nella persona di Giovanni Morelli rinvenuti i principi di onestà».
L’altare maggiore, le cappelle laterali, le carte gloria, le nuove gelosie dei coretti laterali, come gli stucchi dei capitelli e tutti i lavori a gesso saranno realizzati dal Morelli per contratto entro il 1829. Il sindaco del monastero afferma: «Sebbene la puntualità e la delicatezza del Morelli persuade dell’esatto adempimento delle assunte obbligazioni, pur nondimeno si conviene che i lavori tutti saranno ricevuti ad opera collaudata…».
Il 30 luglio del 1829 la Santa Sede dà facoltà all’arcivescovo Cesare Brancadoro di benedire la nuova chiesa e le due campane intitolate a san Francesco e santa Chiara, sotto il governo dell’abbadessa suor M. Gertrude Palmarocchi. Le suore cosi descrivono la nuova chiesa che ora ha l’ingresso verso palazzo Sant’Agostino:
«la sua architettura è in stile composito perfetto e del tutto compita con due coretti laterali e un corettone in fondo con le rispettive gelosie e pitture a bassorilievo. Nella volta del presbiterio è dipinta a colori vivi l’immagine di Santa Chiara, le grate sono ornate con intagli e stucchi dell’epoca, mentre l’organo è anteriore. L’altare maggiore è privilegiato [permette di ottenere indulgenze], come rilevasi da un rescritto della S. Congregazione delle indulgenze, emanato il giorno 3 ottobre 1806».
DESCRIZIONE – Si tratta della chiesa come oggi la vediamo con piccole modifiche con piano terra rialzato, a navata unica, con volta a tutto sesto in camorcanna dipinta a cassettoni e sei unghie con lunette in prossimità delle finestre a forma semicircolare. Le pareti laterali sono ritmate da lesene con scanalature dipinte, con base e capitelli compositi (che comprendono cioè sia le volute ioniche che due giri di foglie d’acanto del corinzio), che incorniciano piccole nicchie dove troviamo dei quadri o i due altari minori con stucchi marmorizzati. Le lesene sostengono una ricca trabeazione composta da architrave, un fregio non decorato e un cornicione.
Sopra il presbiterio troviamo una volta a bacino con superficie quasi piatta che poggia su quattro pennacchi. Sulla superficie a piatto rovesciato all’interno di una cornice circolare è dipinta Santa Chiara. Dei dipinti descritti all’interno della chiesa nel 1771 vi troviamo ancora la pala sopra l’altare maggiore con quadro che raffigura la Madonna con il Bambino in braccio e ai piedi San Francesco e Santa Chiara e il quadro di San Giuseppe. Mentre quelli di San Filippo Neri, San Luigi Gonzaga, Santa Margherita ed altri si trovano in parte nel monastero.
Le sue dimensioni sono ml. 14,00 di lunghezza interna, ml. 5,00 di larghezza nella parte più stretta della navata, ml. 6,90 nel presbiterio, ml. 9,00 di altezza al colmo della camorcanna e ml. 6,00 trabeazione compresa.
Nel 1861 quando nel monastero risiedevano 17 suore, entrò in vigore la soppressione prevista dal Regno d’Italia con la quale venivano tolti tutti i beni, a cui si aggiungeva, l’obbligo di non accettare nuove giovani, poiché il monastero era destinato ad estinguersi come luogo di vita religiosa. Nel febbraio del 1861 le monache fanno domanda al commissario generale per le Marche, Lorenzo Valerio, di rimanere nel monastero, nonostante la soppressione delle corporazioni religiose e si trovano in archivio lettere con accorati appelli dell’arcivescovo cardinale Filippo De Angelis che dal luogo della sua detenzione, chiedeva preghiere per la cessazione di tanta tribolazione e implorava lo spirito di fortezza sopra le religiose in un tempo di dure prove.
Nell’anno 1867 l’arcivescovo torna nella sua terra e scrive esprimendo riconoscenza al monastero per il vivo interessamento dimostrato.
Il 12 marzo 1873 si verifica un terremoto accompagnato da viva luce e scosse per circa due minuti, che causarono molti danni; nel monastero fece crollare il muro verso settentrione e costrinse al rifacimento delle volte di un corridoio.
Nel giugno del 1896 l’edificio viene riscattato dal Comune e messo a nome di terzi nel timore di altre soppressioni. Tale operazione fu possibile per l’aiuto di benefattori (fra i quali il marchese Passari) e col ricavato del lavoro delle monache.
Il convento era stato destinato dal Comune a sede dell’asilo infantile e della scuola elementare femminile con la delibera del 27 novembre 1866 nel quale si prendeva atto del disposto del Regio Decreto per la soppressione degli ordini religiosi in data 7 luglio 1866.
In molte sedute del Consiglio Comunale (aprile 1897, 6 luglio 1904 e 31 luglio 1904)68 viene discussa la vendita dell’ex convento delle monache Clarisse e l’utilizzo dei fondi ricavati. Il monastero viene riacquistato a nome della sig.ra Scipioni Anna per la somma di L. 7.500, non senza polemiche. In consiglio si continua a polemizzare sulle congregazioni religiose, nemiche di ogni progresso.
La somma ricavata dalla vendita verrà destinata al ricovero dei vecchi poveri ed alle scuole.
Nel 1925 fu restaurata la chiesa e rifatta la decorazione dal concittadino Primo Liberati, rimosso l’altare di S. Antonio per sistemare la statua nell’altare di sinistra, mentre in quello di destra fu collocata la statua di S. Teresa del Bambin Gesù.
Nel 1926 a destra dell’altare maggiore, dove era l’organo, fu praticata l’apertura per fare la comunione, mentre prima si faceva da una piccola grata della sacrestia interna.
Nel 1930 il muratore della comunità sig. Antonio Aggarbati fece in dono alla chiesa il pavimento di marmo.
Con Regio Decreto 16 dicembre 1937 il monastero viene riconosciuto come personalità giuridica in conseguenza del Concordato dell’11 febbraio 1929.
Il perimetro del monastero ha dimensioni considerevoli, una specie di quadrilatero di circa ml. 52,00 x 63,00 che ne fanno la costruzione più significativa come dimensioni planimetriche.

Mario Liberati

“Montegiorgio” di Mario Liberati – Andrea Livi Editore – pag. 178, 183