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I Morrecini di Belmonte Piceno

ruderi di complesso funerario del I secolo d.C.

Morrecini, ruderi

Morrecini, ruderi

A circa 3 chilometri dal centro abitato di Belmonte, nella strada che porta a Grottazzolina, sulla sommità di una piccola altura, si intravedono grossi massi seminascosti da querce frondose, conosciuti dagli abitanti col nome di “morrecini“.
Il luogo non è facilmente accessibile poiché non esiste un sentiero che vi conduce e l’arrampicata di poche decine di metri , deve avvenire a piedi, attraversando il campo quando il fieno è stato tagliato. Questo piccolo disagio, se così si può chiamare, è ampiamente compensato dal fascino che il posto esercita su chi lo visita, intanto per lo splendido panorama a 360° che spazia dal mare ai monti Sibillini, abbracciando con lo sguardo tutti i paesini posti sui cucuzzoli dei colli, dalla valle dell’Ete a quella del Tenna.

La suggestione aumenta alla vista di grossi ruderi cementizi di pietra arenaria, conglomerati di calce, rena e ciottoli di fiume, crollati uno a fianco all’altro, resti di un monumento funerario dell’epoca romana, costruito probabilmente attorno al primo secolo dopo Cristo.
È il caso di ricordare che nella cultura dell’antica Roma i defunti, chiamati Mani, erano ritenuti quasi delle divinità che dall’oltretomba proteggevano e ispiravano i loro cari ancora in vita,
Per esprimere il rispetto e la venerazione verso di loro, i romani erano soliti costruire i monumenti funebri in alto, in luoghi ameni appartati, dove piede umano non potesse profanarli, circondati da vegetazione naturale che facesse da cornice alla tomba.

Morrecini

Morrecini

Secondo la ricostruzione di alcuni studiosi, basata su frammenti ritrovati sul posto e sull’osservazione dei resti, il monumento in questione aveva una struttura a torre ed era rivestito esternamente da marmi e cornicioni ornati; sulle facciate anteriori si iscrivevano epigrafi a gloria dei defunti, con al centro una lapide più grande in onore di chi aveva fatto costruire il sepolcro.
Data la monumentalità di questo complesso funerario e l’esistenza di numerose nicchie per il collocamento di statue e urne con le ceneri della cremazione, si può pensare a un sepolcro collettivo, forse destinato a un gruppo familiare di alta estrazione sociale che probabilmente aveva il controllo di tutto il territorio. Infatti il sepolcro è da mettere in relazione all’esistenza di una fitta rete abitativa, di cui si ha testimonianza nell’affioramento di resti visibile in alcune costruzioni vicine al fiume Tenna, dove furono trovati pezzi di travertino con scritte latine.
La zona dei morrecini era collegata al fiume da cunicoli sotterranei, ora crollati, e gallerie murate ad arco, elementi che avevano acceso la fantasia popolare facendo pensare a tesori nascosti come oggetti d’oro a forma di animali e a un telaio d’oro che tesseva intrecciando fili dorati.
L’interesse storico per il luogo ha attirato esperti specialmente storici e archeologi, giunti a più riprese sul posto per scavare, tradurre epigrafi, analizzare pezzetti di ceramica o di metallo…
Ma il senso di mistero che ha sempre aleggiato su quel colle, insieme all’avidità per una facile ricchezza, ha fatto accorrere nel tempo molti curiosi che sognavano ritrovamenti preziosi, cercati magari con il metal detector o altri strumenti di nuova tecnologia.

Ivano Bascioni