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Giovane donna che ricama - Contrada Santa Margherita

I “carri” della Contesa de la ‘Nzegna a Falerone

“La società faleronese sui “carri” de la ‘Nzegna”

I “Carri” e le “Veglie” della “Contesa de la ‘Nzegna” sono luminose tessere di un mosaico che racconta la società dei primi cinquanta anni del ‘900 a Falerone. Ne ho scelte alcune, affidandomi alla memoria e al materiale immediatamente disponibile. Le ho prelevate dai “Carri”, perché le “Veglie”, richiedendo un tempo di svolgimento e basandosi anche sul parlato, non possono essere colte, nel loro pieno significato, in un frammento. I “Carri”, pur avendo sottolineature e approfondimenti tematici nelle sfilate, poiché sono bloccati nelle scelte plastiche dei contradaioli, possono essere letti appieno in una immagine.

Sintesi della civiltà faleronese - Contrada Madonna del Molino

Sintesi della civiltà faleronese – Contrada Madonna del Molino

Le tessere che ho scelto possono essere suddivise in gruppi, che, opportunamente posizionati in un ideale puzzle, ci riportano nei primi cinquanta anni del ‘900 a Falerone. Sia chiaro: non in un nostalgico revival del “si stava meglio quando si stava peggio”, ma per ricordare i valori di cui siamo impastati, per apprezzare dove siamo arrivati, per riflettere su come stiamo andando verso il futuro.
Nel precisare, ancora una volta, che i “Carri” della Contesa sono realizzati con il ricorso massiccio al grano e ad altri prodotti della terra, accostati con sensibilità e abilità non comuni, penso che queste “sculture” delle contrade, se fossero state salvate con iniziative opportune, avrebbero formato un Museo della civiltà contadina sui generis, tale da non sfigurare accanto ai molti che sono sbocciati nella nostra Regione, e non solo!

Credo che il “Carro” della Contrada Madonna del Molino possa rappresentare una sintesi perfetta della civiltà millenaria di Falerone: un connubio stupefacente tra archeologia, agricoltura, artigianato.
Due “Carri” possono essere scelti per individuare altrettanti aspetti della mezzadria: il proprietario della terra, lu patrò, il dominus beatamente in trono sulle fatiche dei sottoposti; la disdetta, una, la più temuta, delle disgrazie che incombevano sull’esistenza del contadino.

In campagna contavano soprattutto le braccia degli uomini (tipico il commento del padrone, quando rifiutava il terreno a un contadino circondato da troppe donne e troppi bambini: “Troppe vocche morte!”), ma le donne sapevano dedicarsi a lavori utili alla famiglia e, se giovani, al loro futuro: il ricamo e la tessitura.

 

 

La sezione del puzzle con il più alto numero di tessere è quella riservata agli ambienti frequentati in modo vario, a seconda delle esigenze e delle circostanze di quei tempi: la stazione ferroviaria, il Tiro a Segno in auge in era fascista, lo spazio multifunzionale dell’aia, la casa colonica, il mulino, il forno, la bottega, la fonte, tutti luoghi di fatica e di aggregazione.

L’anima che rende vivo il puzzle è data dai bisogni e dalle speranze che i contadini nutrivano nel loro cuore: la necessità di implorare la Divinità per ammansire l’uccellaccio nero del malaugurio e delle disgrazie, il sogno di prodotti abbondanti, il volere e il saper cantare ed essere allegri, nonostante tutto.

 

Ogni tessera è essenziale nello spettacolare mosaico, che è stato disegnato e continua ad essere disegnato a Falerone dalla Contesa de la ‘Nzegna.

Ubaldo Santarelli