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Gli affreschi della sagrestia di S. Salvatore a Montegiorgio

Piccolo scrigno che svela l’atavico splendore del complesso agostiniano di Montegiorgio, la trecentesca sagrestia di S. Salvatore esibisce nella parte superiore delle pareti e sulla volta brani di affreschi particolarmente suggestivi, specialmente per le soluzioni iconografiche adottate.
La frammentarietà della narrazione, peraltro già fortemente lacunosa nel Seicento, epoca a cui risale la preziosa descrizione di padre Antonio Pupi (1680), non ne facilita la lettura, ma è possibile decodificare le raffigurazioni principali, rettificando altresì alcune interpretazioni che proprio dal manoscritto sono state
tramandate.
Tra le varie immagini, l’attenzione si concentra sulla scena principale, di ampio respiro e notevole interesse, che rappresenta il tema della Crocifissione.
Campeggia sulla parete che in origine era rivolta verso la cantina e il granaio e dalla quale attualmente si accede al vano. Fulcro della composizione, il Cristo in croce è affiancato dalle personificazioni della Chiesa e della Sinagoga, ritratte secondo moduli tradizionali. La Chiesa, la sposa di Cristo, si trova alla sua destra: è una splendida fanciulla in vesti regali dal colore vermiglio, esplicito richiamo eucaristico, colta nell’atto di raccogliere in una coppa il sangue del Redentore mentre regge un vessillo trionfante con la croce rossa che spicca dal fondo bianco. La Sinagoga, invece, si trova alla sinistra del Cristo in atteggiamento di dolore, con la mano al viso, il capo velato, l’abito dai toni spenti; reca l’asta spezzata di una bandiera scura a dimostrazione della sua sconfitta. Lo spettro semantico è noto: nel sacrificio della croce si compendia sia la tradizione ebraica, sia il nuovo spirito romano cristiano, Vecchio e Nuovo Testamento si incontrano e si confrontano; nello stesso tempo tuttavia le due entità allegoriche incarnano la vittoria del cristianesimo sul mondo semitico e pagano operata dall’immolazione del Figlio di Dio e in questo senso avrebbero lo stesso significato del sole e della luna.
La variante iconografica del Crocifisso fiancheggiato dall’Ecclesia e dalla Synagoga, ampiamente documentata fin dalle prime raffigurazioni della Crocifissione, è diffusa soprattutto nel Duecento – basti solo citare la Deposizione di Benedetto Antelami – risulta peraltro tarda in relazione all’epoca alla quale risalgono gli affreschi, datati 1380.
Ma proprio questa sorta di anacronismo può far pensare a qualche nesso con la forte presenza ebraica a Montegiorgio, certificata dal Duecento al Cinquecento. Questa scelta iconografica potrebbe celare una nota di avvertimento e critica nei confronti della comunità ebraica, ma è anche probabile che la committenza agostiniana abbia voluto invece rimarcare la necessità di un atteggiamento di tolleranza verso gli Ebrei, i quali per sant’Agostino dovevano essere trattati con rispetto essendo una testimonianza della verità del Vecchio Testamento.
Sulla parete consecutiva, che in origine era rivolta verso il fosso, affiorano le scene della Circoncisione e del Battesimo di Gesù, che risultano molto deteriorate ad eccezione della figura di Dio Padre benedicente.
Sul lato opposto si distinguono sull’archivolto della nicchia che conteneva l’altare il Salvatore con un cartiglio recante la scritta Ego sum lux mundi; ai lati, rivolti però verso l’esterno, compaiono le figure di due monaci con paramenti liturgici: l’uno reca in mano una croce astile, l’altro ha in mano una sorta di pace o reliquiario.
Si segnalano inoltre altre immagini, tra cui la Madonna in trono col Bambino, e più in alto l’Annunciazione.
Nella volta un grande pesce e le zampe posteriori di un probabile ariete: sono ciò che resta dei segni zodiacali che la tradizione ci attesta. Come i mesi alludono al ciclo celeste e terreno dell’anno. Invece i quattro volti dalle gote gonfie e privi di corpo rappresentano i venti.

Maria Di Chiara

da “Montegiorgio” di Mario Liberati – Andrea Livi Editore – pag. 244, 245