Montegiorgio → Arte

Rilevante fu la produzione culturale che, dalla metà del Trecento e per tutto il Quattrocento, sottolinea la volontà di restaurare e abbellire le prepositure e i monasteri farfensi delle Marche. Le vecchie chiese furono arricchite di cicli pittorici storico biblici d’alto livello artistico. Promotori di questo risveglio culturale e grandi mecenati furono soprattutto gli abati commendatari, in particolar modo i cardinali della famiglia Orsini, ma a loro si affiancarono spesso ordini religiosi, priori dei conventi, preposti che promossero imponenti iniziative artistiche.
Il clima di stabilità economica e sociale che dovette verificarsi a Montegiorgio sui primi decenni del Quattrocento sicuramente determinò condizioni favorevoli alla gran committenza religiosa e alla conseguente fioritura artistica di cui gli affreschi della cappella adiacente alla chiesa di S. Francesco, databili sulla prima metà del XV secolo, ne sono testimonianza. L’intero ciclo d’affreschi, il cui registro stilistico rimanda al gotico internazionale nelle Marche, improntato ad una riduzione che è propria dell’arte della provincia rispetto ai cicli aulici che si osservano altrove, è caratterizzato da una delicatezza cortese e da una preziosa unità narrativa.
La volta della cappella è spartita dalle ogive che, suddivise da semicolonne, formano otto campate. Ogni campata comprende due storie illustranti la Leggenda della Croce. Anche i costoloni sono ricoperti di motivi geometrici e s’incontrano in forma di stella nell’apice della volta. Il ciclo di affreschi nei comparti murali narrano le Storie della Vergine e San Francesco che riceve le stimmate, sono di altra mano e d’epoca più tarda – è da ricordare che nel 1263 fu redatto lo strumento di donazione per cui la chiesa di S. Maria Grande con l’annesso monastero passò dai monaci benedettini ai frati Minori Conventuali di S. Francesco –.

Più in basso si trovano, ad altezza d’occhio, dei baldacchini dipinti dietro i quali si trovano degli spettatori.
La leggenda della Vera Croce era il tema preferito nelle chiese francescane anche se differenze iconografiche si segnalano tra il ciclo marchigiano e quello toscano della chiesa di S. Francesco ad Arezzo. Dal punto di vista del contenuto, il ciclo di Montegiorgio si orienta su modelli settentrionali, a nord delle Alpi. Nel Libro delle ore di Katharina di Kleef in Boec van den Houte (Culembourg, 1483), un incunabolo olandese impresso da Johannes Veldener da un libro xilografico andato perduto, tre incisioni su legno sono dedicate alla scena dell’albero di Salomone e la costruzione del tempio, la specificità del ciclo è nel peso iconografico attribuito a Giuda Ciriaco, in effetti, nel ciclo egli rappresenta l’ebreo convertito personificando l’ebraismo che riconosce la verità della croce.
L’assenza di fonti documentarie non consente una facile attribuzione, mentre il cattivo stato degli affreschi permette analisi parziali e orientamenti non del tutto attendibili. Ad un’analisi strutturale della narrazione, il ciclo di affreschi della volta segue un ordine che rispetta la successione dei comparti, per campate e per registri.
Nel registro inferiore le storie riferite al Vecchio Testamento e nel registro superiore quelle della ricerca della Croce compiuta da sant’Elena, si collocano in quella mirabile fioritura del gotico internazionale il cui disegno minuzioso e sensibile caratterizza alcuni «episodi – non privi di arguzia espressiva, freschezza di moti, grazia aristocratica – impaginati entro spaziate quinte architettoniche e modulati con una vena coloristica dagli accordi di bianchi, rosa, verdi, azzurri teneri» (Dania).
L’opera è di evidente impostazione didascalica, nella narrazione dei fatti, resa con linguaggio naturalistico. La critica artistica ha inizialmente avanzato ipotesi attributive di un «ignoto artista memore della lezione del Salimbeni e del Nelli».
Gaetana Lombardi nella sua tesi di laurea5 ravvisa nel ciclo di affreschi di Montegiorgio assonanze stilistico formali, elementi di collocazione cronologica, analogie nella tecnica di impaginazione e di organizzazione delle singole figure, uso e concezione del paesaggio e riscontri cromatici, con quelli dell’oratorio di S. Monica a Fermo e ipotizza nel frescante montegiorgese ed in quello di Fermo la mano dello stesso artista.
La Lombardi, attraverso un’attenta, convincente ricostruzione filologica e critica avanza la paternità ad Antonio Alberti da Ferrara, anche se accanto al maestro ferrarese devono aver lavorato uno o più aiuti, restando del maestro l’organizzazione generale del ciclo, di cui riesce a creare unità e organicità. Nel catalogo della mostra Il gotico internazionale a Fermo e nel Fermano, gli affreschi sono riferiti ad ambienti intorno all’artista ferrarese e datati «qualche anno dopo il primo quarto del secolo XV».
L’ipotesi del maestro Alberti, di un’officina ferrarese o di maestranze di ambito nordico che passano attraverso le acquisizioni umbro-emiliane è stimolante e indicativa del flusso di cultura che attraversava e animava i centri della Marca.

Mario Liberati

“Montegiorgio” di Mario Liberati – Andrea Livi Editore – pag. 229, 230