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Michele Gismondi, un gregario (?) da Montegranaro

L’angelo custode di Coppi (1931 – 2013)

La sua fu una vita da gregario. Eppure al storia del ciclismo marchigiano è legata al suo nome, perché lui, Michele Gismondi da Montegranaro, fu l’ultimo gregario di Fausto Coppi, <<un angelo custode senza ali, ma con due gambe capaci di spingere persino una montagna>>.

Nacque a Montegranaro l’11 giugno 1931. Mangio polvere e chilometri per le strade del Fermano, fino a quando, per interessamento del campionissimo al quale era stato presentato da comuni conoscenti, non entrò alla corte del mitico Biagio cavanna, lo scopritore cieco dei grandi campioni. Passò così da dilettante al G.S. SIOF di Novi Ligure poi nel 1952 nei professionisti in squadra con Coppi alla Bianchi, per seguirlo in otto anni di attività nella Carpano, nella Ghigi, nella Tricofilina, fino al ritiro nella Gazzola (1960).

Fu un grande lavoratore, il vero gregario, lavorò sempre per la squadra e per il suo capitano. Storiche le sue scuse quando vinceva. Coppi lo volle sempre al suo fianco, su lui poteva contare, sapeva quando poteva essere determinante per i suoi affondo (diceva Michele a fine corsa ai giornalisti: << cosa vale aver corso bene se a Fausto è andata male?>>). Coppi fu suo testimone di nozze a Montegranaro, e solo gli intimi sanno quanto i due furono vicini nei tormentati momenti della ita privata del campionissimo.

Il grande ricordo fu il secondo posto ai campionati del mondo di Zandvoort, in Olanda, il 16 agosto 1959. Disse di lui il mitico Mario Ferretti: <<Gismondi ai campionati del mondo sembra trovi nelle sue gambe una generosa sovrumana potenza>>. Vero. Dopo due quarti posti (Lugano 1953, Solingen 1954) a Zandvoort la giuria lo derubò della vittoria: fu battuto in volata dal francese André Darrigade, che doveva essere squalificato a termini di regolamento.  Lo urlò in diretta ai microfoni della Rai Adriano De Zan, lo urlò Gismondi, ma il C.T. azzurro Alfredo Binda non volle fare ricorso. Poi si seppe il perché: non bisognava disturbare i francesi, prossimi a garantire i voti per la rielezione di Adriano Rodoni al vertice della federazione mondiale. Storie dello sport.

In carriera vinse il Gran Premio di Belmonte (1953),  la Coppa Agostoni (1959), il Gran Premio d’Europa (Imola 1958) sfiorò la vittoria nei giri del Lazio, dell’Emilia, in varie tappe del Giro d’Italia, nel trofeo Baracchi. Quando avrebbe potuto finalmente essere il capitano, un grave incidente lo fece ritirare nel 1960.

Tornò nella sua Montegranaro a fare scarpe, seguendo il ciclismo con lo stesso basso profilo con il quale, per tutta una carriera, aveva seguito il suo capitano. Vinto dalla malattia, morì il 4 settembre 2013. Lì ci si accorse che il mondo del ciclismo, quello della passione pura, dello spirito di squadra, del sacrificio, non si era mai dimenticato di lui: non un gregario, ma un vero campione. Soprattutto un galantuomo.

Giovanni  Martinelli 

(Da “Altri 100 illustri personaggi del fermano“- Giovanni Martinelli – Andrea Livi Editore Fermo)