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Fermo - Luigi Di Ruscio

Fermo: Luigi Di Ruscio, un gigante coi capelli come fil di ferro

NON POSSIAMO ABITUARCI A MORIRE
ed ogni giorno ci prende il gusto più forte
di ridere alle solite cose
che dicono sulla patria e su dio
per convincerci a morire come siamo nati

Fermo itaca-sparita-di-ruscioGeniale autodidatta, scrittore straordinario che preferiva considerarsi poeta

Si può dire che io abbia conosciuto Luigi Di Ruscio grazie al manicomio. Capisco che questa mia affermazione, specialmente in relazione alla stranezza, alla singolarità del personaggio, possa essere intesa come una battuta, ma così non è. Infatti, due miei zii, cognato di mio padre e sorella di mia madre, portiere e infermiera presso l’ospedale psichiatrico, erano colleghi della mamma di Di Ruscio. E’ facile dunque immaginare il rumore in famiglia, seppure allargata, che fece la notizia “il figlio di Di Ruscio, l’ infermiera, è un poeta; è uscito un libro”. Già, un libro che in una qualche misura potesse interessare o riguardare la città, il quartiere, o qualcuno che si conoscesse, sessant’anni fa destava clamore: era più che una notizia, soprattutto in considerazione del fatto che l’opera fosse scritta, nientemeno, dal figlio di un’infermiera, cioè di una famiglia popolare.
Seppure non con certezza, pensavo allora di sapere chi fisicamente fosse il “poeta” Di Ruscio. La sensazione (le sensazioni difficilmente hanno una spiegazione razionale chiara) si rivelò giusta. Era il tipo che più volte avevo intravisto nel tardo pomeriggio in Piazza: piccolo, scuro, con una massa di capelli che sembravano fil di ferro; camminava assorto, radente alle logge, non passeggiava come noi studenti. Lo ricordo (anche qui sembra costruito) mentre camminava sempre in direzione della biblioteca, mentre -magari- andava presso la sezione del PCI, dove era iscritto.

........... ed ogni giorno ci prende il gusto più forte di ridere alle solite cose che dicono sulla patria e su dio per convincerci a morire come siamo nati.                                                                        Luigi  Di Ruscio
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-ed ogni giorno ci prende il gusto più forte
-di ridere alle solite cose
-che dicono sulla patria e su dio
-per convincerci a morire come siamo nati.
Non possiamo abituarci a morire di Luigi Di Ruscio

Non ricordo di aver letto in quell’anno, mi pare il ’57, quella sua prima raccolta di poesie: Non possiamo abituarci a morire.
Però un qualcosa di positivo, quantomeno un giudizio di attenzione, per quelle poesie che non conoscevo, ho sempre avuta la sensazione di averlo ascoltato sin da allora. Poi Di Ruscio scomparve dal mio immaginario (in verità da lì a poco scomparve dal panorama fermano per il semplice fatto che emigrò in cerca di lavoro); ricomparve nella mia mente (per rimanervi per sempre) nei primi anni sessanta. In quale circostanza? Se ben ricordo, un giorno, parlando di tutt’altro in sezione, venne casualmente fuori il suo nome; il mio interlocutore poi citò nientemeno dei suoi versi a memoria: lo aveva conosciuto, era certo del suo talento. Fu la scintilla che mi fece cercare il libro che avevo trascurato, anche perché a quell’età i libri non erano assenti dalla mia casa, ma non certo in cima ai miei pensieri. Divenni così un appassionato lettore di Luigi Di Ruscio. Soltanto qualche anno dopo, utilizzando inizialmente in prestito la copia della biblioteca comunale e la efficiente disponibilità di un’impiegata dell’ospedale (ero componente del consiglio di amministrazione), distribuivo le fotocopie del libretto tra coloro che ritenevo interessati (Quando si dice che tutti i politici -anche i più marginali- utilizzano i beni pubblici per uso privato, è dunque vero!). Intanto avevo letto l’altra sua raccolta Le streghe si arrotano le dentiere e un altro suo scritto che circolava su riviste locali. Ogni riga mi convinceva ulteriormente della sua grande vena poetica, anzi ne ampliava i confini. Per la prima volta ho parlato con lui nei primi anni ’70, ancora una volta in Piazza, dove stava passeggiando con suo fratello Gianfranco, in una tarda mattinata di settembre, mentre io correvo verso il Comune che, invece, quel giorno dovette attendere abbastanza, senza che le sorti della città mutassero minimamente. Era in ferie, non ricordo bene se fosse la prima volta che tornava da Oslo, dove lavorava ormai da molti anni come metalmeccanico. Parlava a scatti, era abbastanza incazzato con il mondo: la letteratura dominante, la politica, il PCI, l’Italia tutta. Ma dentro tanto pessimismo ed un certo dolore non mancavano guizzi di genialità, sia espressiva che concettuale, per cui l’aspetto tenebroso si stemperava in questi segni che davano la cifra dell’altezza culturale del personaggio. L’uscita di PALMIRO, il suo primo romanzo, completa e definisce l’opera del mio innamoramento. Non so quante copie delle diverse edizioni, sino all’ultima, io abbia regalato alle persone vicine, a persone impensate, ad amici e compagni di ogni latitudine. Il caso più curioso mi é capitato con il “filosofo bolognese Stefano Bonaga” che, di passaggio a casa mia, dice, senza appello, “questo libro lo prendo io”, appena qualche secondo dopo averlo aperto. Ancor oggi -se la conversazione si dilunga su certi argomenti e fa emergere che non hanno letto Palmiro- mi diverto a prendere in giro gli occasionali interlocutori. E non so quante volte, ho scritto, stampato, letto, fatto leggere ai nipoti, riportato nelle mie pagine, le ultime righe dell’ultima pagina del breve esilarante romanzo epico comico (ma qui non lo faccio per indurre i lettori a ricercarla).
Con il tempo le sue presenze a Fermo divennero più ravvicinate e le serate, sino alle semplici chiacchierate erano per me (per noi) straordinarie occasioni d’immersione nella sua fantasia-poesia-filosofia-ingenuità profonda. Diventammo amici, molto amici, come con molti altri che qui lo hanno conosciuto ed amato. Altri più e meglio di me hanno scritto e sicuramente scriveranno. Gigi ha scritto e pubblicato altri romanzi, altre raccolte di poesie che si conoscono o che è facile trovare in libreria. Più che di Palmiro amava parlare di poesia, della sua opera poetica. Una sera al ristorante Bistrò, fu veramente simpatico il constatare che mentre avrebbe voluto discutere soltanto dei suoi scritti più recenti, Paolo Concetti lo incalzava sollecitandolo a parlare di Palmiro. Ma Gigi tergiversava all’infinito, sino a quando Paolo gli disse: “Quando fra duecento anni saranno scomparse chissà quante pagine, tu esisterai ancora, con Flaubert, Thomas Mann…”. Sorpreso e quasi sgomento si girò verso di me, come a chiedere ancora se Paolo, amico carissimo, lo portasse in giro…richiamando così la nostra fugace conversazione del mattino al bar Belli. “Ieri sera in Ancona -mi aveva raccontato- ho incontrato Paolo Volponi. Mi ha detto che sono uno dei maggiori scrittori del secondo novecento italiano. Che pensi, mi ha pigliato in giro?” Stavolta Paolo Concetti l’aveva detta ancora più grossa. Di Paolo Volponi sapevo bene la stima nei suoi confronti, ma anche qui, nei paragoni di Concetti, pur non avendo gli strumenti adeguati, mi fu facile rispondergli con lo sguardo e rassicurarlo.
E così abbiamo trascorso negli anni alcuni momenti del suo passaggio a Fermo in modo molto intenso, vivendo momenti sereni, oserei dire felici, approfittando della sua straordinaria capacità comunicativa, la sua immensa sensibilità e cultura. Non è un caso, dunque, che ci manchi molto il nostro gigante dai capelli come fil di ferro, pieno di un tenero amore per la nostra terra, che pure, almeno inizialmente, l’aveva rifiutato.

Giorgio Cisbani

p.s. – Avevo così pensato di terminare, quando, assolutamente per caso mi sono imbattuto con un file initolato DI RUSCIO. Non ricordo quanto tempo fa ho scritto le due righe che seguono, so soltanto che mi piacciono e le riporto, divenendo così esse l’effettiva chiusura del pezzo:
Quando, di fronte a qualche pessimismo di troppo, con una minima traccia di ironia, affermo di aver sinora avuta una vita interessante e piacevole, gli interlocutori non sanno che tra le mie “fortune” ci sono la conoscenza dell’opera e l’amicizia di Luigi Di Ruscio, poeta e narratore straordinario, incredibile personaggio impastato da una prorompente genialità non disgiunta da un’accattivante ingenuità.