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Scritti su Falerone Romana

Falerone: Falerio Picenus

Colonia romana sorta dopo la battaglia di Azio del 31 a. C.

La struttura urbana

Risalendo il fiume Tenna si arriva dove un tempo sorgeva la città di Falerio Picenus, colonia romana sorta dopo la battaglia di Azio del 31 a. C. In quel punto la vallata si biforca generando verso destra una diramazione verso Urbs Salvia. Questa felice posizione geografica, unita alla disponibilità di sale nel vicino torrente Salino e a sicure preesistenze picene, ne decretò la nascita e lo sviluppo.

Planimetria

Planimetria

Ricche sono le testimonianze che ancora ci rimangono a cominciare dal Teatro che sopravvive in quella che doveva essere l’estremità est della città, alla fine del decumanus appaiato sul termine opposto dall’Anfiteatro. Perpendicolare a questa direzione il cardo che scandiva l’asse urbano da nord a sud. Nell’intersezione di queste due vie principali, elemento di rottura della maglia pedicolare, si dipartiva la Via Nova che induceva idealmente verso Asculum

In questo rete urbana sorsero edifici religiosi, terme maschili e femminili, cisterne e naturalmente abitazioni per ospitare una popolazione in numero sicuramente non trascurabile per quei tempi. Basta pensare che il perimetro della città si snodava per circa due miglia, senza considerare le aree esterne dedicate ai sepolcreti e dislocate lungo le vie di accesso alla colonia.

Di Falerio Picenus ci parla Balbo, agrimensore di Augusto che, tramite alcuni suoi frammenti raccolti da Frontino, recita: “Ager Falerionensis limitibus maritimis et Gallicis est adsi­gnatus“. Testimonianza importante è raccolta anche nella Storia Naturale di Plinio il Vecchio che menzionando le popolazioni della V Regio Augustea nomina i Falarienses.

L’originale del rescritto imperiale di Domiziano è andato perso, ma nell’Antiquarium faleronese se ne conserva una copia. La sua datazione risale 82 d.C. ed impone le condizioni per chiudere definitivamente la lite tra Faleronesi e Fermani sui subseciva. Il rescritto prova quanto importante fosse già nel periodo augusteo Falerio Picenus.

La presenza della colonia declinò definitivamente verso la fine del VI secolo quando la popolazione, a seguito delle frequenti incursioni barbariche, fu costretta a risalire la vicina collina sviluppando l’attuale centro urbano di Falerone. Si ha motivo di ritenere però che l’antico sito fosse in qualche modo frequentato fino al X secolo.

Ricerche e Studi

Scritti su Falerone Romana

Scritti su Falerone Romana

Nonostante alcune sporadiche appropriazioni nel ‘600, la prima campagna di scavi nell’area del Teatro avvenne nel 1777 per volere di Pio VI. Le ricerche furono documentate dal notaio faleronese Barnaba Agabiti in un manoscritto pubblicato solamente nel 1971 per merito del professor Pompilio Bonvicini.

Le ricerche archeologiche ripresero nel secolo successivo soprattutto per merito dei fratelli Raffaele e Gaetano De Minicis. Studiosi e promotori della cultura nel Fermano, nonché raccoglitori appassionati ed intelligenti di materiale archeologico e bibliografico, illustrarono con competenza e passione i monumenti e le memorie storiche ed archeologiche della città di Fermo e delle zone limitrofe in numerose monografie contenute in diversi volumi.

Città Romane Falerio

Città Romane Falerio

Nel 1836 i De Minicis intrapresero nuovi scavi con la pubblicazione di studi fondamentali sui monumenti faleronesi. Tra questi, ad opera di Gaetano, sono da ricordare Teatro di Falerone e Sopra l’anfiteatro ed altri monumenti spettanti all’antica Faleria nel Piceno.

Importanti le tante indagini effettuate e gli studi pubblicati nel corso nel ‘900 da studiosi italiani e stranieri. Particolarmente appassionate le ricerche compiute da uno storico faleronese, il prof. Pompilio Bonvicini, che ci ha lasciato ricostruzioni fondamentali dell’urbanistica della colonia.

I monumenti

Il Teatro

La struttura architettonica – Il 23 maggio 1836 alcuni appassionati ricercatori si accinsero a riportare alla luce il Teatro Romano di Falerio Picenus. Quella campagna di scavi, durata diversi mesi, premiò il loro impegno con la scoperta di pregevoli opere d’arte ed il recupero del monumento dedicato all’imperatore Tiberio Claudio nell’anno 43, sicuramente il più importante dell’antica colonia.

L’edificio rispetta i principi costruttivi dettati da Vitruvio e quando se ne allontana per le sue dimensioni relativamente modeste ne osserva comunque le proporzioni prescritte tra le singole parti. Anche questo teatro romano, a differenza di quelli greci, non sfrutta pendii preesistenti, né scenari naturali.

Il perimetro dell’intero edificio misura metri 82,50 con un diametro di metri 49,20. Le mura sono in laterizio, mentre le volte che sostengono le gradinate sono realizzate anche con pietre e sassi.

La cavea aveva una capacità di circa 1.600 posti ed era servita da cinque scale radiali e suddivisa in tre ordini da un duplice passaggio orizzontale chiamato praecinctio.

I primi due ordini sono ancora esistenti anche se spogli, come purtroppo tutto il teatro, dei marmi che li addobbavano e che formavano i gradini e le gradonate.

Un porticato, del quale rimangono solo tracce, cingeva tutto l’edificio: nel tratto semicircolare si sviluppava su due piani e sosteneva il terzo ordine della cavea, ora completamente crollato.

Davanti a questo portico, al centro, rimane un largo basamento sul quale si ha motivo di ritenere fosse una grossa statua, probabilmente equestre. Sulla praecinctio inferiore sbucavano quattro vomitoria, gli ingressi comunicanti con l’ambulacro esterno.

Stampa teatro

Stampa teatro

Ad ogni estremità laterale della cavea esiste ancora una parodos, un ingresso coperto a botte con un sovrastante palco destinato alle autorità. L’orchestra ha un diametro di metri 18,60 e si suppone fosse pavimentata di marmi. Contigua ad essa, anteriormente, è situata la scena. Questa è delimitata dal prospetto del proscenio, a nicchie semicircolari e rettangolari. Tra la parte posteriore di questo ed il frontescenio si stendeva un tavolato di metri 33,20 x 4.60 che costituiva il palcoscenico, munito di sipario.

Il muro del frontescenio aveva una porta centrale larga 3 metri e due laterali più piccole; dietro c’era il postscenio, con un elemento di muratura a forma triangolare, probabilmente per esigenze sceniche e due scale di accesso sui lati brevi.

Gli scavi hanno accertato la presenza di un sistema di tubazioni costituite da pareti di mattoni e da un fondo di tegoloni. Esse raccoglievano le acque piovane per farle defluire nel vicino Fosso dell’Oro.

L’edificio era arricchito da numerose opere d’arte. In particolare testimonianze scritte affermano che intorno alla metà del secondo secolo d. C. fu arricchito da alcune statue donate alla colonia da Antonia Picentina, sacerdotessa di Faustina Maggiore e moglie di Antonino Pio.

L’organizzazione funzionale – Nell’orchestra prendevano posto i personaggi più importanti, come i decurioni e gli altri magistrati, mentre il Pretore e le vestali sedevano separati nelle due tribune situate all’estremità delle gradinate, sopra gli ingressi.

Il primo ordine era riservato ai magistrati più importanti, il secondo ai cittadini di ceto inferiore ed infine, il terzo, alle donne e alla plebe.

In caso di pioggia gli spettatori potevano ripararsi sul porticato che circondava il teatro. Sul tavolato del proscenio si esibivano gli attori, i danzatori e i mimi: i protagonisti vi accedevano dalla porta reale. Da quella destra uscivano gli attori con parti secondarie, come i generali, gli ospiti, i vecchi e da quella di sinistra i liberti, i servi e i pedagoghi.

Dietro la scena si trovavano dei locali per le prove del coro, per rimettere le attrezzature e le decorazioni e per il ristoro degli attori. In particolare i resti di alcune fondazioni fanno supporre l’esistenza di un locale adibito a servizi igienici.

Un sipario mobile, alzato da funi, chiudeva il proscenio durante le pause della rappresentazione.

Si esclude l’ipotesi che, come in altri teatri romani, l’amplificazione delle voci fosse affidata a vasi di rame o coccio, posti sotto le gradinate. Nel nostro caso si presume che la cassa armonica formata dai vuoti strutturali sotto la Cavea fosse sufficiente allo scopo.

Allo stesso modo è da dimostrare, non avendone trovato tracce, che velari sostenuti da travi potessero proteggere gli spettatori. Non dimentichiamo infatti che gli spettacoli avevano luogo sempre di giorno e che in altri teatri romani le gradinate venivano riparate in questo modo.

L’Anfiteatro

Anfiteatro

Anfiteatro

Se il Teatro sorgeva sul margine orientale del quartiere nobile della colonia, all’estremità opposta, a trecento metri di distanza, si elevava imponente la mole dell’Anfiteatro. Dell’edificio, sorto nel primo secolo d. C. rimangono solo le rovine del tratto nord-ovest che ne permettono comunque una sommaria ricostruzione.

L’edificio aveva una pianta ellittica con l’asse maggiore di quasi 120 metri e quello minore di circa 105. Le porte di accesso erano dodici, di cui quattro conducevano nell’arena. Le altre otto immettevano sul podio e sulle gradinate. Queste erano suddivise in tre ordini.

Si presume che l’anfiteatro disponesse tutto intorno di un porticato per difendere gli spettatori da eventuali intemperie. È lecito anche supporre che al centro vi fosse una cavità per infiggervi un’antenna che doveva reggere il velarium. Nell’arena si svolgevano i giochi e i combattimenti tra i gladiatori e le belve, ma non è escluso che qui fossero trucidati anche esseri umani.

Numerose sono le altre testimonianze architettoniche. Fra queste le più importanti sono i cosiddetti Bagni della regina, ossia una cisterna tripartita lungo via del Pozzo, il Ninfeo ed il basamento del Tempio capitolino. Su tutto il territorio sono presenti inoltre resti di terme, abitazioni e monumenti funerari.

Il Museo Antiquarium

Le origini – La storia dell’Antiquarium di Falerone inizia nel 1836, per l’esattezza il 23 del mese di maggio. In questo giorno infatti i fratelli Raffaele, Gaetano e Vincenzo De Minicis danno inizio ai loro scavi nel Teatro Romano di Piane di Falerone.

Di tutti i lavori eseguiti abbiamo un diario quotidiano redatto da uno di loro, l’avv. Raffaele. Questa cronaca dettagliata è ancora conservata nella Biblioteca Comunale di Fermo sotto forma di manoscritto distinto con la segnatura “4 DD I, XIX, n. 591”. Il documento è stato studiato e pubblicato nel 1971 dal compianto prof. Pompilio Bonvicini.

Gli scavi, condotti in modo discontinuo, terminarono l’11 novembre e riportarono alla luce dei reperti di valore inestimabile, come la Vittoria ed il Perseo oggi al Louvre ed una delle due statue muliebri dell’Antiquarium faleronese.

Gli stessi lavori però originarono una lunga vertenza che i fratelli De Minicis ebbero con la Camera Apostolica poiché gli scavi furono eseguiti senza la necessaria autorizzazione governativa prevista nell’Editto del 7 aprile 1820 del cardinale B. Pacca, Camerlengo della Chiesa. I reperti raccolti furono perciò sequestrati con l’obbligo di tenerli a disposizione dell’Autorità Governativa.

Con la promessa di conservare in un “piccolo Museo” nelle vicinanze del Teatro gli oggetti recuperati, i De Minicis riuscirono però a mantenere la proprietà dei numerosi ritrovamenti, anche se la collezione non rimase a Piane di Falerone, ma nella loro casa fermana. La raccolta, per altro arricchita da altri pezzi, meritò le lodi persino del Mommsen che la definì “uberrimum museum minicianum”.

Questo fu smembrato nel 1871 alla morte di Gaetano: parte del materiale fu venduto al Comune di Fermo, mentre numerosi reperti tornarono a Falerone. Alcuni finirono però nel mercato antiquario e scomparvero per sempre.

Museo Sistemazione 1928

Museo Sistemazione 1928

Nel 1928, nell’ambito di una ritrovata passione per l’eredità classica, alimentata sicuramente dal culto fascista per la romanità, l’allora Commissario Prefettizio P. Amadio fece trasferire nel Palazzo Comunale faleronese i reperti provenienti dalla collezione De Minicis, unitamente ad altri che nel frattempo erano stati aggiunti con donazioni da parte di privati.

Molti anni dopo, nel 1966, quella che oramai era diventata la collezione definitiva dell’Antiquarium di Falerone, fu trasferita dall’edificio di corso Garibaldi nei locali dell’ex convento di San Francesco.

Negli ultimissimi giorni dell’anno successivo fu rubata una testa femminile di età imperiale: il furto provocò la chiusura del Museo da parte del Soprintendente alle Antichità delle Marche. Solo pochi anni fa questo pezzo è stato recuperato.

Museo Sistemazione 1982

Museo Sistemazione 1982

L’allestimento attuale – La storia moderna dell’Antiquarium inizia il 25 luglio del 1982. Questa data infatti segna la prima riapertura dei locali a piano terra nel convento francescano che ancora oggi ospita il Museo. L’allestimento fu curato da un gruppo di volontari e seppur realizzato con scarsità di mezzi e di risorse, servì comunque a rendere visibile al pubblico la collezione in condizioni di adeguata sicurezza.

L’Antiquarium viene chiuso nuovamente nel 2000 per permetterne la completa ristrutturazione. I lavori, completati nel mese di settembre del 2002, hanno compreso, tra l’altro, l’acquisizione di una sagrestia secondaria della chiesa di San Francesco con il conseguente allargamento del salone principale.

Ingresso attuale al Museo

Ingresso attuale al Museo

L’allestimento espositivo, iniziato nella primavera dell’anno 2003, si è concluso nel successivo mese di giugno, mentre una ultima stanza è stata aperta al pubblico nell’aprile del 2004.

La nuova disposizione sistema i reperti secondo un triplice parametro: storico, tematico e per contesti di provenienza. Il percorso espositivo inizia con le preesistenze picene e giunge sino al medioevo attraversando l’età romana che costituisce il periodo maggiormente rappresentato. Quest’ultimo è poi scomposto nella “città dei vivi” e nella “città dei morti“: nella prima sono compresi gli aspetti della vita quotidiana, nel secondo le testimonianze del culto romano per i morti. In ogni caso le singole sezioni sono organizzate per tipologia di contenuti.

L’esposizione è stata concepita in stretta dialettica con l’area archeologica: come l’ideale completamento cioè di una visita ai monumenti di Falerio Picenus oppure, in alternativa, quale momento propedeutico alla passeggiata nel Parco.

I reperti – Nonostante la perdita nel passato di oggetti di notevole valore, l’attuale collezione dell’Antiquarium conta comunque numerosi ed importanti reperti.

Tra questi una grande statua di togato dal ricco panneggio, forse del II –III sec. d.C. e due statue femminili gemine: una con il capo coronato di spighe, forse la dea Cerere, dai lineamenti classici e regolari, rinvenuta nella zona termale, l’altra priva del capo, ma con una identica ricaduta del panneggio tipo Kore, proveniente dall’area del Teatro. Entrambe possono essere riferite cronologicamente all’età antonina.

Abbiamo poi un torso marmoreo di divinità giovanile, forse un Eros, ritrovato nel Teatro e risalente alla prima età imperiale, una statua maschile di tradizione ellenistica, vestita con una tunica aderente al corpo ed una testina femminile marmorea, anch’essa della prima età imperiale romana.

Sono esposti inoltre un piccolo torso di divinità maschile coperto parzialmente da clamide ed una erma acefala di Eracle, caratterizzata da una stilizzazione particolare della pelle leonina.

La sezione epigrafica comprende a sua volta una altrettanto apprezzabile raccolta di iscrizioni. Tra queste le più importanti sono una dedica ad Ottavia di età augustea ed un’altra alla Dea Cupra, oltre ad una tabella bronzea con la trascrizione del rescritto di Domiziano dell’82 d.C. e relativo alla contesa tra Faleronesi e Fermani sui territori di confine.

Completano la collezione numerosi altri reperti, tra cui una grossa olla, diverse urne cinerarie, vari elementi architettonici ed oggetti di uso comune. Sono infine esposti fregi e cornici di arte romanica e gotica.

Di particolare importanza storica è l’iscrizione di Volveto, una lapide longobarda risalente al 770 d.C. Eseguita mentre regnavano Desiderio ed Adelchi, è servita per confermare i periodi del loro regno.

Negli anni a venire la collezione dell’Antiquarium faleronese potrebbe ampliarsi con donazioni pubbliche e private, ma anche con la restituzione di nuove preziose testimonianze a seguito di interventi di scavo nell’area archeologica, dove per altro sondaggi effettuati in passato hanno confermato cospicue presenze nel sottosuolo.

In importanti musei italiani ed esteri sono esposti diversi reperti provenienti dall’area di Falerio Picenus. Al Louvre di Parigi sono un Perseo ed una Nike, al Museo Nazionale delle Marche di Ancona un mosaico ed altri elementi architettonici. Nei Musei Vaticani è presente un prezioso pavimento in mosaico, mentre nella più vicina Fermo si trovano una testa dell’imperatore Augusto e una stadera in bronzo.

Mariano Ferrini

Bibliografia essenziale su Falerone Romana

  • G. Colucci, Sulle antiche città picene di Falera e Tignio. Dissertazione epistolare ai Signori di Falerone, Fermo 1777.

  • G. Colucci, Appendice alla Dissertazione epistolare sulle antiche città di Falera e Tignio, Macerata 1778.

  • G. Colucci, Memorie e antichità di Falerio, in Antichità Picene, III, Fermo 1788, pp. 285-332.

  • G. De Minicis, Sopra l’anfiteatro ed altri monumenti spettanti all’antica Faleria nel Piceno, in «Giorn. arcad.» LV (1832), pp. 160-179 (= qui pp. 77-92).

  • G. De Minicis, Teatro di Falerone, in «Bull. Inst.» 1836, pp. 131-132.

  • G. De Minicis, Sopra il teatro ed altri monumenti dell’antica Faleria nel Piceno, in «Ann. Inst.» 1839, pp. 5-61 (= qui pp. 3-75).

  • Th. Mommsen, Corpus inscriptionum Latinarum, IX, Berolini 1883, pp. 29*, 517-525, 687, 700.

  • G. De Minicis, Memoria sopra il Teatro ed altri monumenti dell’antica Faleria nel Piceno, a cura di A. Emiliani, Falerone 19102.

  • P. Bonvicini, Il Teatro ed altri monumenti di Falerio Picenus, in «St. Picena» XXII (1954), pp. 33-44.

  • P. Bonvicini, La centuriazione del territorio faleronese sotto Augusto, in «St. Picena» XXVI (1958), pp. 135-143.

  • P. Bonvicini, Falerone. Iscrizioni romane inedite, in «Not. Scavi» 1958, pp. 73-76.

  • P. Bonvicini, Il Giornale degli scavi eseguiti nel 1836 nel Teatro romano di Falerone, redatto da Raffaele De Minicis, in «Rend. Accad. Lincei» s. VIII, XXVI (1971), pp. 371-383 (= qui pp. 93-114).

  •  P. Bonvicini, Schizzi inediti degli scavi di Falerio Picenus eseguiti nel 1777 dal notaio faleronese Barnaba Agabiti, «ibid.», pp. 385-410 (= qui pp. 115-154).

  • L. Pupilli, Museo archeologico-antiquarium di Falerone, Falerone 1982.

  • AA. VV., Falerone: eredità dell’antica Falerio, Falerone, Archeoclub d’Italia – Sezione di Falerone, 1989.

  • Scritti su Falerone romana, a cura di Gianfranco Paci, Tipigraf s.n.c. – 1994.

  • Atlante dei Beni Culturali di Fermo e Ascoli Piceno, Beni Archeologici, a cura di G. de Marinis e G. Paci, Cinisello Balsamo 2000.

  • M. Landolfi, Falerio Picenus, in Beni Archeologici 2000, pp. 112-119.

  • Lisa Maraldi, FALERIO  Città romane, 5, L’Erma di Bretschneider, Roma 2002.
  • Valorizzazione del Parco Archeologico di Falerio Picenus, Roberto Scocco Edizioni 2006.

Utile la consultazione dei siti:

  • architetto Mariano Ferriniwww.architettoferrini.com
  • Comune di Falerone – www.comunefalerone.it
  • Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche – www.archeomarche.beniculturali.it