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Autoritratto

Falerone ed i suoi cantori: Massimo Mezzanotte

Commediografo, pittore, narratore, poeta, “inventore” della Contesa de la ‘Nzegna

Autoritratto

Panorama di Falerone

Massimo Mezzanotte (1943-2009) è il cantore per eccellenza di Falerone. Lo ha cantato in continuazione e in modi sempre nuovi: come commediografo, come pittore, come narratore, come poeta, come “inventore” della Contesa de la ‘Nzegna. Oltre a molti quadri, Massimo ha lasciato alla comunità faleronese tre libri con i testi delle sue commedie (ne ha scritte una trentina, le più famose delle quali sono “L’abbatacciu” e “Li tre jorni de la merla” da cui di recente è stato tratto un film), delle sue poesie e dei suoi racconti, corredati da foto dei suoi dipinti e delle numerose, vittoriose partecipazioni a rassegne con il Gruppo Teatrale “?”, da lui fondato: Tavole di palcoscenico, Andrea Livi Editore, 1999; Tutte le mie parole colorate da un violino tra le note del giallo: emozioni, attimi di tempo, profumi in una tavolozza di colori, 2001; Il sipario è aperto… si incomincia, 2005.Chiesa di San Paolino
Di Mezzanotte artista hanno scritto in molti. Don Mario Ferracuti (Ordinario di Padagogia dell’Università Cattolica di Milano, scomparso recentemente), che aveva conosciuto Massimo, quando negli anni ’60 del ‘900 era giovane cappellano a Falerone, lo ha definito “una icona policroma, poliedrica, pluridimensionale che penetra, interpreta, descrive, sublima i mondi vitali della natura, dell’uomo, dei sentimenti con impressionante agilità e varietà di forme espressive”.
L’attore marchigiano Silvio Spaccesi, il quale aveva avuto modo di apprezzare, in particolare, il Massimo drammaturgo in occasione di una rappresentazione a Roma de “Li tre jorni de la merla”, ha scritto: “Un paese senza campane è morto! Un paese con un autore come Massimo Mezzanotte… parla, discute, vive!

Anziano signore di Falerone

Personalmente ricordo, dipinta sul volto di Massimo, l’aria di ironica commiserazione per la mia salute mentale sicuramente compromessa, quando in veloce successione lo definivo “inestricabile sinestesia” e “archetipo di ipertesto” e cercavo di spiegargli il perché: sulla sua tavolozza puoi “cliccare, con il mouse della tua fantasia e della tua sensibilità, su una parola, su un colore caldo e ti si schiude davanti un mondo colorato, sonoro, profumato, saporito… E non vorresti smettere di cliccare, perché ti fa assaporare i colori della vita, ti fa vedere il suo profumo!” Massimo, dunque, sinestesia inestricabile della vita! Di Falerone e di altrove.
Di Massimo Mezzanotte “cantore” di Falerone pubblichiamo una parte di suo testo con l’immagine della statua di Cerere, ora sistemata nel Museo Archeologico, e foto delle sue “interpretazioni” pittoriche e plastiche di scorci e di persone del paese.
Plastico del paese realizzato per il Carro della ContradaGiovane donna di Falerone

Ubaldo Santarelli

 

Il vecchio palazzo comunale

Ormai il tempo sta riempiendo il mio scatolone di persone lontane, di fatti vissuti, di luoghi che la mente cerca tra le pieghe dei ricordi.
E’ così che, rovistando appunto tra i ricordi, rivedo quel vecchio palazzo del Comune. Mi ritorna davanti come in un sogno, avvolto in una nebbia tenue, piena di luce, tra il silenzio delle cose passate.
Prima di essere adibito a Comune, Scuola, Caserma dei Carabinieri, Centro di Lettura, Cassa di Risparmio ed altro, quel palazzone enorme era stato un convento. I corridoi, le volte, gli affreschi raffiguranti frati in atteggiamento mistico e scene monastiche, danno al luogo l’aspetto di un vero vecchio convento.
Da ragazzo, andavo spesso a trovare mio padre, impiegato allo Stato Civile, ed ogni volta entrare nel Comune era una grande emozione. Io, piccolo, vedevo ogni cosa gigantesca. La statua di Cerere sul pianerottolo del grande scalone, le due statue acefale al centro del corridoio principale, tutte le lapidi, reperti vari davano al luogo un aspetto importante, ma tetro e pesante.

Statua di Cerere

Statua di Cerere

Lo confesso, avevo paura quando passavo vicino a quelle statue. Però Cerere aveva qualcosa di particolare, ogni volta mi incuriosiva. I suoi seni erano sempre lucidi e brillanti. Mi facevo mille domande, ma non immaginavo il perché. I ragazzi più grandi un giorno mi spiegarono che quando scendevano le scale del Comune, passando accanto a Cerere, allungavano il braccio e, con la mano, davano una lisciatina birbante al seno, che non si consumava, ma diventava sempre più brillante e ai monelli bastava per poter dire di aver accarezzato “lu pettu” di Cerere.
[…] Nella prima stanza dell’ufficio di mio padre c’erano scaffali con registri di nascite, di morte e di matrimonio. Nell’angolo in fondo, vicino alla finestra l’asta per misurare l’altezza con cui, puntuale, ogni giorno controllavo la mia crescita. “Oggi sono cresciuto di un millimetro, oggi niente… speriamo di più domani.”
[…] Il modellino dell’antico Teatro Romano, al centro di un tavolo di noce molto vecchio, mi invitava a chiudere gli occhi e mettermi a sognare quel mondo di gladiatori, imperatori, corse di cavalli con le bighe, martiri sacrificati per la loro fede, conquistatori ambiziosi che sottomisero tutto il mondo allora conosciuto.
Accadeva spesso che il sabato sera c’era la necessità di tornare in quegli uffici per riprendere qualche documento da consegnare con urgenza. Al buio, quel luogo mi metteva tanta paura […] Ogni volta mi ripromettevo di non entrare in quel palazzaccio, ma le parole e il sorriso di mio padre erano più convincenti della mia paura e della mia volontà.

di Massimo Mezzanotte