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150- Verso un Falerone di qualche decennio fa

Era il 1930 a Falerone

Articolo di Giuseppe Linfozzi pubblicato su “Il popolo d’Italia” – Era il 3 Luglio 1930

Introduzione di Ubaldo Santarelli

In Piemonte con il cuore faleronese

Checchè se ne dica, anche il matrimonio ha i suoi bei lati positivi. Pochi, ma li ha: per esempio, dà la possibilità di portare a…casa (in senso metaforico e non!) parenti, più o meno stretti, del coniuge. Nel mio piccolo, tra i tanti parenti, che ho acquisito con il matrimonio, c’è lo zio Silvio, fratello del padre di mia moglie.
Silvio è nato a Falerone, da dove nel 1954 si è trasferito a Torino, per contribuire come tecnico alle fortune della FIAT a.M. (ante Marchionne). Da allora vive (ora da pensionato) nel capoluogo piemontese con un occhio, un orecchio e un quarto di cuore (gli altri tre quarti li riserva alla moglie e alle due figlie!) costantemente rivolti alle cose marchigiane, privilegiando ovviamente quelle faleronesi.
Per questo, appena me se ne offre l’opportunità, faccio avere allo zio Silvio notizie, scritti e immagini sulla sua terra d’origine. Recentemente gli ho mandato il testo completo della “Veglia” in cui la Contrada di San Paolino, in occasione dell’ultima edizione della Contesa de la ‘Nzegna, raccontava le fasi della lavorazione della paglia, che fino a qualche decennio fa caratterizzava l’economia faleronese, e non solo. In contraccambio, lo zio Silvio mi ha fatto avere un articolo apparso il 3 luglio 1930 (si badi bene) su Il Popolo d’Italia. Il pezzo, intitolato, guarda caso, “La lavorazione della paglia”, è firmato da Giuseppe Linfozzi. Questi per tutto il foltissimo clan familiare di zio Silvio (e, quindi, anche per me, per…diritto matrimoniale) è ziu Pippì.

Giuseppe Linfozzi in divisa da ufficiale nel 1937

Giuseppe Linfozzi in divisa da ufficiale nel 1937

Nato a Monte Vidon Corrado nel 1899 e vissuto per qualche tempo anche a Falerone, ziu Pippì si trasferì a Torino per intraprendere la carriera di ufficiale dell’esercito. In Piemonte, però, egli non si segnalò solo per le sue qualità militari. Ho scoperto, leggendo il volumetto di memorie autobiografiche “Scorci ignorati di vita strambinese di trent’anni fa” (stampato nell’aprile 1973) e alcuni ritagli di giornali del 1973 (procuratimi da zio Silvio), che ziu Pippì (morto nel 1975) partecipò fattivamente, in prima fila, alla Resistenza piemontese, curando tra l’altro, il primo giornale della lotta partigiana canavesana (che aveva come testata “Libertas”, poi trasformata in “Lo Spillino”), “portando nei suoi articoli una limpida impostazione democratica e antifascista, unita a profonda formazione cristiana”, secondo lo spirito del motto di quel foglio: “Noi seminiamo, la patria raccoglierà”.
Mi pare interessante citare il brano di un articolo scritto per quel giornale da ziu Pippì nell’aprile 1944, una vera e propria lezione di storia incredibilmente attuale: “Vorremmo fare una domanda al clero, ai cattolici collaborazionisti di ieri, agli amanti di quieto vivere, del minor rischio, del tran tran di tutti i giorni che si esaurisce in una barzelletta o in una sforbiciata: che cosa si è ottenuto dal fascismo? Il Crocefisso nelle scuole, la Conciliazione, dei cappellani della GIL e della Milizia, un po’ di catechismo nelle scuole, un tantino di Azione Cattolica (ma ben circoscritta tra le quattro mura della parrocchia…). Ma a che cosa è servito tutto questo?… La vita politica è stata forse più morale?… Se lottare si deve- e si deve lottare per sopravvivere- si lotti oggi contro il mondo marcio che tramonta e non domani, contro le forze vive che sorgono.
Quando, dopo la Liberazione, la pubblicazione del giornale si interruppe, ziu Pippì, nel congedo, scrisse: “Ideato e lanciato in un momento di esultanza il 26 luglio 1943, questo bollettino ebbe discreta fortuna, grazie soprattutto alla collaborazione di amici fidati che si assunsero il rischio di curarne la copia e la diffusione, ben oltre la cerchia del paese, della provincia, della regione.”
Tra gli “amici fidati” ziu Pippì annoverava anche la sorella Emilia Linfozzi (1910-1992), la zia Emilia (da me regolarmente acquisita… secondo il rito di santa romana chiesa) altra marchigiana DOC di Monte Vidon Corrado e di Falerone, trapiantata nel Piemonte, per tutti la mitica impiegata alla Olivetti di Ivrea, ed eroina della Resistenza, come ho potuto leggere in un suo dattiloscritto (certamente con l’ausilio di una Olivetti, ma non so di quale…lettera) di 12 fittissime pagine, datato dicembre 1945, che inizia così: “Avendo trascorso l’infanzia nel periodo della guerra mondiale, quando le cose si vedono molto più grandi della realtà, da allora ho associato il nome di tedesco a quello del nemico, e col volgere degli anni e dello studio questa impressione mai si è cancellata dalla mia mente. […] La morte di molti uomini da me conosciuti sul fronte albanese nel ‘39/’40 acuì il mio dispetto contro colui che aveva nutrito gli italiani di troppe e sole chiacchiere. […] L’animo era più che preparato e nel 25 luglio ’43 l’attesa finalmente maturò l’azione. Ero donna e poco potevo fare, ma quel poco lo feci. Si trattava di divulgare l’idea di patriottismo vero, della libertà, della lotta contro il nemico.”
Ma è ora di leggere l’articolo, datato 1930, scritto dall’ex sindaco di Strambino (paese in provincia di Torino), il Cav. Giuseppe Linfozzi, per noi semplicemente ziu Pippì, che aveva il cuore traboccante, come altri faleronesi… in esilio più o meno volontario in regioni lontane, di amore viscerale per questo lembo di terra fermana. Quasi una specie di Eden… Non perduto, ma, purtroppo, lontano!

N.B.: Tutte le foto, che corredano l’articolo di Giuseppe Linfozzi, riportato qui di seguito, riproducono momenti di alcune Veglie allestite dalle Contrade di Falerone nelle varie edizioni della Contesa de la ‘Nzegna.
I puntini di sospensione tra parentesi quadre indicano che il testo originale del 1930 non è attualmente leggibile.

FOLKLORE MARCHIGIANO
La lavorazione della paglia

L’industria della paglia, per la stagione in cui siamo e per la crisi che attraversa (parrebbe un controsenso ed è una realtà), è all’ordine del giorno in Italia: ne parlano un poco tutti. Non sarà dunque superfluo se ne parliamo anche noi pei nostri lettori, ai quali, lo diciamo subito, non intendiamo affatto propinare un bel sermone sul dovere di aiutare questa industria nazionale, sulla eleganza o meno di un candido lobbia o sull’aria sbarazzina d’una paglietta a sghimbescio. I lettori leggano pure con tutta tranquillità, poiché non li attende nè un rimbrotto, nè un consiglio e nemmeno la possibilità di… prendere cappello; liberissimi come sono, e li lasciamo, d’andare a capo scoperto o coperto, di ostentare un pesantissimo feltro o una leggera “cappellina“, d’andare anche magari senza niente in testa e ripararsi dai raggi del sole con l’ombrellino variopinto della propria metà.

Vogliamo condurre invece il lettore (col pensiero, chè il tragitto sarebbe troppo lungo!) in un angolo a torto obliato delle Marche, terra di poeti, di musicisti e pittori sommi, e terra anche dove l’industria della paglia- la modestissima industria della paglia- prospera da secoli e dove, accanto alla produzione delle più moderne macchine, esiste ancora una produzione casalinga tipicamente folkloristica.
Di solito quando si dice paglia si dice Toscana; noi invece diremo per una volta tanto, Marche; e parleremo d’un luogo poco noto ai profani ma molto caratteristico […] appunto per questo meritevole d’esser conosciuto: Falerone, Monte Vidon Corrado, Montappone, Massa Fermana. Chi li ha mai sentiti nominare questi paesi? Forse nessuno dei lettori, a meno che tra questi non vi sia qualche marchigiano, il quale è senza dubbio portato a vedere sotto ogni cappello di paglia un amico della sua regione e una eco amata del lontano cantuccio nostalgico.
I centri della casalinga industria
Come e da quando l’industria della paglia e del cappello si sia assisa in quel lembo della provincia di Ascoli Piceno che s’insinua nella provincia di Macerata formando quasi un isolotto, non si sa con precisione: sono secoli che questa modesta e semplice popolazione lavora ed esporta il suo prodotto caratteristico. Ma il prodotto, intendiamoci, non il mestiere, perché questo, fatto singolare, segna nettamente i confini dei paesi citati: dove cessano i confini cessa la lavorazione della paglia, tanto che se un abitante di questi centri emigra in un altro, sia pure vicino, smette senz’altro il consueto lavoro. Un’industria quindi prettamente locale e che per essere scevra da ogni infiltrazione, conserva quel carattere di folklore che la rende simpaticamente interessante.
Come tutti sanno, le Marche non hanno pianure, tolte quelle dei fiumi, che sono di proporzioni abbastanza modeste e qualche tratto lungo il bel litorale adriatico; sono tutte saliscendi, tutte una fioritura di colline più o meno elevate, più o meno verdeggianti, tutte però belle. I paesi, la maggior parte almeno, sono posti in alto, su queste colline, motivo per cui è possibile da uno qualunque godere dei panorami stupendi che vanno quasi da un capo all’altro della regione e anche oltre.

Falerone immerso nel suo territorio

Falerone immerso nel suo territorio

Falerone, Monte Vidon Corrado, Montappone e Massa Fermana appartengono a questa categoria ed hanno il privilegio d’essere i più elevati della zona e di godere quindi d’una visuale amplissima che si stende dagli Appennini al mare, dal lontano M. Conero al Gran Sasso d’Italia. Pensi il lettore quale panorama meraviglioso, specialmente nelle notti serene quando all’intorno le decine e decine di paesi si popolano di luci e quando colle luci- in occasione della Madonna di Loreto, per esempio- da tutti i casolari dei contadini si accendono enormi falò. Spettacolo stupendo, reso ancor più suggestivo, se visto da vicino, dalla gentile usanza di recitare preci attorno a questi fuochi, dallo sparo di mortaretti e dalle voci che corrono da una casa all’altra, ripercosse ed ampliate dall’eco di cento dirupi e cento conche. Ma non divaghiamo.
La caratteristica del terreno può forse aver contribuito in qualche modo a rendere, nei tempi remoti, specialità del luogo la lavorazione della paglia: il poco rendimento e le difficoltà anche nello smercio e la lontananza da un grande centro devono poi aver dissuaso gli altri dal rubare il mestiere. Comunque sia, ripetiamo, l’industria è nettamente circoscritta ai paesi citati.
La macchina, come altrove e come per tante altre industrie, va soppiantando anche qui l’opera dell’uomo: ma noi la lasceremo da parte, limitando il nostro interessamento al lato folkloristico.

Anziana donna che fa la treccia

Anziana donna che fa la treccia

Chi va, per esempio, da Porto S. Giorgio verso Amandola, vale a dire dal mare verso il monte, seguendo la verdissima vallata del Tenna, arrivato alla stazione di Falerone ha una prima prova d’essere arrivato nella terra del cappello: si imbatterà subito in persone- donne, uomini e adolescenti- con un mazzetto di paglia sotto il braccio destro, e un qualcosa tra le mani che pende e che si allunga lentamente per quanto svelto sia il movimento delle dita: è la treccia, l’embrione diciamo così del cappello, della sporta, del tappeto, ecc. Siamo dunque già ai margini di questo caratteristico angolo marchigiano.
Inoltriamoci per poter osservare meglio e più dappresso questa occupazione nuova per noi. Siamo al piano: saliamo in alto, seguendo le ombreggianti e tortuose strade che si arrampicano fino ai paesi. [Foto 4]

Verso un Falerone di qualche decennio fa

Verso un Falerone di qualche decennio fa

Tralasciamo per ora le fabbriche ed entriamo in una qualunque delle ospitalissime case dall’uscio spalancato- i contadini nelle Marche vivono tutti in aperta campagna, accanto al podere che coltivano (vige la mezzadria) e non raggruppati al centro come altrove- oppure sediamoci su qualche aia all’ombra d’una pianta: la stagione ci permetterà di seguire questa lavorazione proprio dai primi passi.
Dal covone alla treccia
Il taglio del grano in primo luogo. Questo è fatto a mano con apposite falci, poiché la falciatrice meccanica rovinerebbe la paglia; del resto, il terreno è così scosceso e la proprietà così spezzettata che non si potrebbe fare in modo diverso. La mietitura costituisce la fase più bella e più suggestiva dell’annata. Dalla nostra aia possiamo comodamente seguire il lavoro di più squadre sparse un poco in ogni dove, nei campi sottostanti e in quelli dei colli opposti e laterali. Sono uomini, donne, vecchi, giovani curvi sotto i dardi del sole, accecati dal riverbero e da sudore. Eppure si elevano e s’incrociano canti da ogni parte: sono canzoni, stornelli, duetti: il marchigiano è gioviale e nella mietitura, come del resto in tutti i lavori campestri, questa giovialità trova l’espressione maggiore e migliore nel canto.

 La capatura

La capatura

I covoni vengono riuniti sullo stesso campo in mucchi, in “cavalletti“, e su ognuno di questi viene issata una croce di canna sormontata da un ramoscello di ulivo benedetto. Riportato a casa dopo qualche giorno, il grano non passa subito alla trebbiatrice, ma subisce una scelta, la “capatura“, cioè si infilzano i covoni su dei bastoni appuntiti infissi al suolo e si scelgono gli steli migliori; si tagliano quindi le spighe- la “cerratura”- e la paglia si lega a “fascetti“, che si mettono poi a essiccare al sole davanti alle case. Dopo la battitura cominciano le vere cure per la paglia. Questa va prima mondata, cioè liberata dalla parte più bassa dello stelo e da quella specie di guaina che ricopre fino ad un certo punto la parte superiore; va, per dirla col termine locale “rcapata“. L’operazione, seppure assai noiosa, è semplice e vien fatta anche dai bambini. Basta piegare da una parte e dall’altra nell’ultimo nodo il gambo e tirare: nella destra rimarrà lo scarto, nella sinistra la paglia: per la lavorazione si utilizza cioè quella parte dello stelo che va dalla spiga al primo nodo. Ma non è ancor pronta per essere lavorata. Occorre suddividerla a seconda della finezza dello stelo, e qui subentra la macchina, una macchina molto semplice, formata da una decina di piatti con fori di diverso dimensioni, sormontati da un tubo e sovrapposti ad altrettanti armadietti: il movimento accelerato dei piatti suddivide la paglia secondo le diverse grossezze.

Se ne fanno così dei mazzi che si legano con giungo e sul giungo si incidono le “arre“, le misure. Ed è finito: basta metterla in un cassone chiuso ermeticamente per sbiancarla ancora a base di esalazioni di zolfo acceso e indi bagnarla per renderla più soffice.
Possiamo ora lasciare l’aia ed entrare in casa, in cucina: saremo accolti gentilmente, essendo il marchigiano molto ospitale, ed assaggeremo così (altra specialità del luogo) il vino “cotto“ che ricorda molto da vicino quello più famoso dei Castelli romani. Uno sguardo d’assieme ci consente di renderci conto delle diverse lavorazioni. Ecco il rampollo mocciosetto o la frugola spaurita, che, autodidatta, apprende le prime nozioni del mestiere con la treccia a tre paglie: la treccia, credo, che conoscono tutti in tutto il mondo e che…serve a niente.

Ce n’è uno invece, più grandicello, nell’angolo che serio serio muove le sue manine impacciate attorno a sette paglie: il secondo passo il “triccì“, cioè piccola treccia, usata per i cappelli da uomo… quando è ben fatta, e i grandi la fanno perfetta […]. Ecco il capo famiglia e i figli maggiori che muovono sveltamente le dita (pollice, indice e medio delle due mani) attorno ad una vera selva di paglie: tredici! Sono le trecce buone a “tout faire“: cappelli per signora, sporte, tappeti, guide, ecc. Accanto alla finestra, seduta su una sedia o su un gradino, la madre o la figlia maggiore: un ago grosso con del filo di canapa e, tra le ginocchia, un cappello a falde larghissime o una specie di tappeto o che so io: la cucitura.
Semplicità e abilità
Qui l’abilità è massima, lettori miei. Come si possa fare a cucire così in fretta, ad infilare giusta giusta una paglia per volta non saprei dirvelo; è destrezza, è abitudine, è occhio. Cioè, occhio fino ad un certo punto, perché tante volte non guardano quasi il lavoro e tante volte il lavoro, anche quel lavoro, si fa alla fiochissima luce d’un piccolo lume a petrolio. Ed ecco infine accanto il focolare, nell’angolo delle… scope, una bambina grandicella con le forbici in mano che “spurga“ le trecce, cioè recide le estremità delle paglie che restano fuori, al di sotto, sia quando ne aggiunge una, sia quando una, al termine, si mette a riposo; non si procede oltre se le trecce non sono “spurgate“.
Ai piedi della donna che cuce, delle forme cilindriche di legno (termine fisso di riferimento delle teste umane, e sia detto senza malignità ), di diverse dimensioni, sulle quali si misurano i cappelli, che vengono poi “lisciati“ con la “mazzetta“, un rettangolo di legno durissimo e levigatissimo. Incastrato al muro un arnese misterioso che ha al centro altre due forme combacianti e regolabili nella pressione: il “torcetto“, il quale non ha niente a che fare col “torcetto“ nostro, di tutt’altra pasta e di ben altro uso. In quello vi si passa la treccia, si gira adagio o in fretta, come volete, e il movimento delle forme vi restituirà dall’altra parte una treccia morbida ed uguale, priva d’ogni gibbosità e d’ogni difetto; fa insomma da rullo compressore.
Possiamo uscire, perché la lavorazione finisce normalmente qui per completarsi e perfezionarsi nelle fabbriche, che ci daranno poi il prodotto variato e finito, ma ancora una cosa. Abbiamo vista la lavorazione in cucina: con l’immaginazione potremmo vederla identica, nell’inverno, nelle stalle dove i vicini si riuniscono e dove, tra il pettegolezzo delle “comari“, le discussioni pacifiche dei “compari“ e i primi approcci dei giovani, essa si svolge alla luce fioca del solito lumicino a petrolio e al caldo naturalissimo e non costoso di qualche coppia di pacifici ruminanti. E la luce elettrica, diranno i lettori, non la conoscono nelle Marche? Eh, certo che la conoscono; ma, vivendo i contadini sparsi per le campagne, ci andrà del tempo prima che le società riescano a tirare tante linee da allacciare tutte le varie case coloniche.
Quando la stagione lo consente o durante il giorno, la lavorazione della paglia può comodamente osservarsi anche fuori, davanti alle case, per le vie del paese, per le strade di campagna. E’ difficile- caratteristica locale che, come detto, cessa ai confini di questi paesi- vedere una persona del popolo, sia donna che uomo, andare in giro con le mani in mano: tutti vanno con la paglia sotto il braccio e la treccia tra le dita. Del resto è un lavoro che si può fare anche guardando altrove, anche parlando, anche leggendo gli avvisi… dell’agente delle imposte: le mani lavorano per proprio conto e non sbagliano mai. Lavoro di pazienza, ma poco redditizio però; il che dimostra che la pazienza non è sempre premiata come merita, almeno in questo mondo.

Ed ora che abbiamo visto minutamente il lato folkloristico della lavorazione della paglia, possiamo curiosare nelle fabbriche, in una qualunque delle molte esistenti. La macchina sta eliminando poco alla volta parte di questo caratteristico lavoro; ci vorrà però del tempo prima che lo elimini del tutto. Ad ogni modo noi siamo capitati ancora in tempo per vederlo completo.
Dall’antico al moderno
Una categoria che è scomparsa definitivamente è quella dei venditori ambulanti. Sì, ve ne sono di quelli che vanno anche oggigiorno col carretto da un mercato all’altro- e non è difficile vederne anche in Piemonte- ma il vero venditore ambulante, che va a piedi, è ormai scomparso col diffondersi dei moderni mezzi di locomozione. Raccontano gli anziani che i loro vecchi- di questi vecchi ne vivono ancora- col capace e caratteristico sacco in spalla sorretto da un lungo bastone, giravano per i paesi, a piedi, per vendere il prodotto fatto dalla propria famiglia e da qualche lavorante nelle quindici e più ore lavorative giornaliere, spingendosi ( ripetiamo, amico lettore, a piedi!) anche sino a Roma…! Questo si chiama guadagnarsi la vita onestamente ! Ed anche il Paradiso…!
Ed eccoci in una fabbrica, eccoci dove il modesto e primitivo lavoro degli umili riceve l’ultimo tocco; ecco da dove il prodotto esce veramente finito per spandersi per il mondo, soprattutto orientale. Poco da dire. Un salone enorme raccoglie decine e decine di macchine a pedale e elettriche molto simili alle comuni macchine dei panni: è il salone delle cucitrici.

Una vecchia macchina per cucire i cappelli

Una vecchia macchina per cucire i cappelli

Molte famiglie d’artigiani hanno una o più macchine in casa; ma è qui, nelle fabbriche, dove proprio la lavorazione è completa. Un rumore assordante, un odore caratteristico di truciolo, d’olio e di petrolio: ferve il lavoro. Un canto ora sommesso ora forte, ora singolo ora collettivo: è la simpatica anima marchigiana che non si smentisce mai. Sono i canti dell’amore, sono i canti della patria. Appresso un salone più tranquillo: mucchi di cappelli, di nastri, di trine, di fodere: è il reparto guarnitrici, le lavoratrici dell’ago. Poi la tintoria, le presse a caldo, le aree soleggiate dove essiccano trecce e cappelli, i magazzini: reparti tutti riservati agli uomini.
In queste fabbriche, e ce ne sono moltissime tra grandi e piccole (oltre l’artigianato) in ognuno dei quattro paesi, la lavorazione della paglia è completa. E siccome la paglia è costosa, è sorto il surrogato: il truciolo. E siccome inoltre per molti la paglia ed il truciolo sono troppo modesti, è venuto il panama. Anche questi, importate da fuori le materie prime, greggie, vengono lavorati su vastissima scala.
Ma questi paesi, domanderà ora il lettore, quanti abitanti hanno? Pochi: diecimila circa tra tutti e quattro. E tutti fanno cappelli? anche i poppanti? Mio Dio, i poppanti proprio no, ma è un fatto che cominciano presto laggiù a pasticciare trecce, prima ancora quasi dell’A.B.C. sui banchi delle elementari. Del resto, si tratta d’una lavorazione facile e migliaia e migliaia di cappelli escono finiti ogni giorno dai focolari e dalle fabbriche: ne escono tanti, che non riescono nemmeno a venderli tutti, ed ecco la crisi.
Ed ora, amico lettore, che mi hai seguito fin qui, possiamo fare il cammino a ritroso e tornarcene quassù anche senza cappello, lasciandomi almeno l’illusione d’aver fatto cosa gradita nel condurti in quei piccoli centri solatii ed obliati, che tra il verde intenso degli ulivi e l’alito delle brezze, ripetono per ogni dove col loro modesto prodotto l’eco nostalgica della semplice e gioconda anima marchigiana.
(Da Il popolo d’Italia, 3 luglio 1930)

Giuseppe Linfozzi