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Ponzano di Fermo - DON COSTANZO 150

Don Costanzo a Torchiaro di Ponzano di Fermo

L’avesse conosciuto, Guareschi non avrebbe inventato Don Camillo

Se li vedesse .......

Se li vedesse …….

 

La genialità nel volto impressa dei versi dettati dallo storico del paese, Ferruccio Scoccia, il volto stesso, “faccia di bronzo” scolpita dall’artista Sergio Baldoni a cinquanta anni dalla morte, danno un’idea di quest’ quest’uomo di chiesa affabile, arguto, saggio, sagace, nell’inscindibile legame con il castello dove per quasi cinquant’anni ha avuto cura d’anime. E ancora le fotografie che lo ritraggono nell’esercizio delle sue…funzioni, nelle “missioni” a piedi, con il calesse, la Vespa o la Balilla, non bastano a dare l’idea della “persona”, del personaggio diventato proverbiale. Ci vorrebbe l’eco del suo parlare schietto e ridanciano, con o senza sigaro in bocca. Sentire chi può fargli il verso, con esperienza più o meno diretta, sullo stesso sagrato della chiesa che sembra un teatrino, con Don Costanzo al banchetto come una sorta di ciabattino, filosofo in un contesto di commedia dialettale, svolta fino al 1960 in quella piazzetta bella che si ripropone ogni tanto con le feste di stagione. Insieme ad Anto’, venditore di carrubbe, che abitava la casa…all’angolo dell’inghetto, le due perpetue, il fabbro Fiorello, improbabile confratello, il sarto Righetto, il tuttofare Coconella, il maestro Nepi che gli ha dedicato due libri di aneddoti.

Ce fa’ li libbri, certo, lu curatu
Ce va pe’ nomina, quante n’ha fatte,
se penza chi sa che, quello ch’è statu,
su le vattute sue sempre se… vatte.

U’ spiritu cuscì, da cojonella,
‘na condotta da prete più che bòna,
buon pastore per ogni…pecorella,
inteligente, do’ lu tocchi sòna.
Du’ perpetue invece de una sola,
insieme su la piazza, casa e chiesa,
che peccatucciu, solo co’ la gola.

Un bellu paraseculu daéro,
prim’attore de questa e quella impresa,
sempre ch’è statu in tutto un prete veru.

Il grande Interlenghi, con affetto, lo disegna come in silhouette, una sorta di Macchia Nera col collarino, benefica però, niente affatto minacciosa. Un Don Camillo senza Peppone, una figura generosa al completo servizio della comunità, non solo in funzione religiosa. Storie di ordinaria umanità, l’eco delle quali corre ancora tra chi l’ha conosciuto e ne ha tramandato i detti e le azioni memorabili, che si tratti del presidente Gronchi per la scuola nuova o per l’assistenza dal cielo nel nevone del ’56, con le gallette e il formaggio fuso della Pontificia Opera Assistenza giù dagli elicotteri venuti in soccorso della popolazione per iniziativa del prete solerte “un santo ”. Che si aggiunge in solido ai due patroni, Simone e Giuda, al Sant’Antonio delle rituali feste di gennaio, a quei riti antichi per i raccolti buoni che avevano nome Rogazioni. Finite le angustie della fame e della guerra che si volevano tenere lontane con quelle preghiere, cantate corali, adesso sono le sagre della pizza, della ciammella col mosto, delle pizzette fatte col forno mobile, che chiamano i turisti al piccolo colle fortificato come un castello, con mura e porta doppia. Circondato da due fossati naturali, il Casollo e il Rio, che ne fanno un’isola. Felice sotto lo sguardo ironico del Buon Curato, che amava le partite a carte e il buon cibo, di buon vino annaffiato.

Giocondo Rongoni