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La statua di San Paolino bis

Chiesa di San Paolino a Falerone

Forse di origine longobarda, VIII secolo d.c.

Cartina della Contrada di San Paolino, disegnata da Ennio Bonfigli

Cartina della Contrada di San Paolino, disegnata da Ennio Bonfigli

Da bambino, di San Paolino mi incuriosiva e mi intimoriva tutto. A cominciare dal percorso per arrivarci, rigorosamente a piedi.

Passavo vicino alla Fonte de Sammucitu, bella tra una folta cornice di sambuchi. Sapevo che intorno alle sue vasche si intrecciavano momenti significativi della vita della contrada, ma io bambino sapevo anche che tra le fronde dei sambuchi c’era l’immagine della Madonna per annientare lo cattio: gli adulti dicevano che lì, alla fonte, di notte si riunivano sdreghe, lupimanà, e qualche strollaca… Di sicuro la Madonna aveva il suo bel daffare per tenere a bada la malefica armada di questi guerrieri infernali!

Superata la Fonte de Sammucitu, sulla sinistra guardavo di sottecchi le torri del tiro a segno, che aprivano un lungo e stretto spazio pianeggiante, chiuso in fondo da due rialzi in cemento. Gli anziani mi avevano raccontato che proprio lì la gioventù del Fascio faleronese si dedicava alle prescritte esibizioni, più o meno, muscolari. Sapevo anche che al di là di quello spazio, tra l’ondeggiare di alberi alti, c’era la Fonte de Varbià, con il miscuglio di sacro e de cattio che, in quel tempo, contrassegnava le fonti e i corsi d’acqua.

Dalle torri scorgevo la sagoma scura della chiesa. Mancava da percorrere, prima, un breve tratto di strada polverosa fino a un crocevia, individuato dai contradaioli come luogo ideale per inscenare gli scongiuri da tempo codificati contro il malocchio, e poi un viottolo ciottoloso, accompagnato da pini e da campi coltivati.

Davanti all’ingresso della chiesa le paure lasciavano posto allo stupore. Stupore per una costruzione che sembrava non avere nulla di normale.

Ogni volta che tornavo e torno a San Paolino, soprattutto il lunedì di Pasqua, provavo e provo gli stessi stati d’animo di allora. Anzi, sparito del tutto il pensiero de lo cattio, sentivo e sento, anno dopo anno, aumentare lo stupore. Forse è, come si direbbe oggi, per la location: dalla spianata di San Paolino vai con lo sguardo dall’azzurro dei monti Sibillini all’azzurro del mare, inseguendo lo scorrere del fiume Tenna. Sicuramente è per il carico di secoli di storia che si legge su quell’edificio sacro.

L'interno di San Paolino negli anni '80 del secolo scorso

L’interno di San Paolino negli anni ’80 del secolo scorso

Le guide turistiche parlano di chiesa rurale del XIII secolo, silenziosa ed appartata, dallo stile romanico-gotico che “ce la consegna austera ma accogliente, fonte di meditazione e di contemplazione”. Ci segnalano anche che nel corso dei secoli essa ha subito parecchi interventi di restauro, di consolidamento o di innovazione, come denuncia “la diversità di epoca dei differenti mattoni, anche secondo le esigenze dell’accresciuta popolazione”. Evidenziano l’eleganza della bifora nella parte alta del campanile.

Gli esperti che si sono dedicati allo studio della chiesa di San Paolino hanno maturato l’opinione che “la costruzione della struttura originaria risalga all’VIII sec. e che sia stata edificata da un signore longobardo”. Fanno partire la loro elaborazione storica da una epigrafe, che è attualmente conservata nel Museo Archeologico di Falerone (dove è inventariata così: 88) Lapide marmorea, alta cm. 95 e larga cm. 160. Vi è incisa una rozza e sgrammaticata iscrizione latina del 770 d. C. Eseguita sotto Desiderio ed Adelchi. Di essa si servì il Muratori per confermare le date del loro regno) e della quale trascrivo la traduzione proposta da Pompilio Bonvicini sotto il titolo “L’iscrizione di Volveto” (altri la indicano come “Iscrizione detta di Desiderio”):

Iscrizione detta di Desiderio

Iscrizione detta di Desiderio

Nel nome di Dio, regnando il Signore nostro Desiderio, uomo eccellente, re della gente dei Longobardi, nell’anno della pietà sua nel nome di Dio tredicesimo e ugualmente regnando il signore nostro Adelchi, suo figlio, nell’anno del suo felicissimo regno nel nome di Cristo undicesimo, ossia al tempo di Tasbuno, duca della città Fermana, nel mese di gennaio dell’indizione ottava, in questo luogo Volveto fece la tomba per sé e per tutti i suoi”.

Muovendo dalla epigrafe il Prof.Febo Allevi in un saggio del 1983 (intitolato “Nell’alto Medioevo fermano per un dramma di amore e di morte” e contenuto in “Istituzioni e società nell’Alto Medioevo marchigiano”, edito a cura della Deputazione di Storia Patria delle Marche, Ancona), osserva: “Ci informa il Colucci […] che la lapide, ora al Museo di Falerone, “fu anni sono trasportata da una Chiesa rurale, in cui aveva servito chi sa quanto tempo per mensa d’altare”, una Chiesa, San Paolino, che abbiamo cercato e visitato con viva sorpresa per la sua architettura interna tipicamente francescana fino all’abside, la quale rimanda invece ad un tempo più lontano. Le sue origini monastiche restano confermate dalla vicina ed ora disabitata casa colonica, ricavata dall’ex convento, come provano altresì le sue strutture murarie ed una suggestiva scultura incastonata in una sua parete esterna, così come gli avanzi di fasce decorative nelle mura perimetrali della stessa Chiesa protesa verso Servigliano dalla ultima terrazza per chi scende da Falerone nella valle del Tenna. Durante il sopralluogo, dinanzi all’evidente rimozione di mattoni di parte del pavimento, è stato accennato ad un supposto tentativo volto ad accertare l’esistenza della tomba di Tasbuno […] Tra le chiese dipendenti da questa abbazia (N.d.R.: San Pietro di Ferentillo) abbiamo trovato anche S.Fortunato di Falerone, divenuta poi S.Francesco con il tardo trasferimento in essa dei Minori […], pensiamo, dalla stessa S.Paolino che nel 1180 insieme a S.Fortunato e a S.Margherita, è sotto il diretto controllo di S.Pietro Vecchio di Fermo […]. S.Paolino per altro nei secc. XIII e XIV figura prepositura […] ed è subordinata a S.Fortunato. Da tutto ciò non può non derivare pertanto il convincimento che anche S.Paolino dipendesse da Ferengtillo da remotissima data, forse dai tempi di Faroaldo II o dallo stesso Tasbuno, la cui memoria aggiunge qualche altro punto a favore del suo momento longobardo, non senza far nascere il sospetto […] che la sua scelta sia stata operata non per puro caso verso i monti (se Tasbuno viene onorato qui non può non essere di Falerio), nell’ambito delle prime fare o meglio nell’area della medesima Falerio, rivale da secoli […] di Fermo più romanzo-bizantina che longobarda.

A sua volta, Carlo Tomassini nel marzo 2011 a proposito della epigrafe conservata nel Museo di Falerone, nel saggio “La cattedrale della diocesi del Vescovo di Falerone: la chiesa di San Paolino”, annota: “La Chiesa di San Paolino conservava nella torre questa lastra calcarea con l’iscrizione, che è stata tolta e portata al museo locale. La torre era considerata per tradizione “di antica struttura”. Se la lapide non fu rifatta, la tomba venne costruita ivi nell’anno 770.

Nello stesso saggio il Tomassini, dopo aver precisato che “non sappiamo come fosse intitolata la chiesa cattedrale, se non da una tradizione che la diceva esistente nella chiesa San Paolino”, subito dopo riferisce: “Il prevosto don Alessandro Ramponi scrisse in un inventario del 1727 che la chiesa di San Paolino da tempo immemorabile era riconosciuta come la prima chiesa, la madre da cui gli abitanti avevano ricevuto il latte ed il nutrimento dei Misteri della nostra santa fede ed anche il principio della rigenerazione”  tanto da meritare onore e venerazione più delle altre chiese, perché “fu assunta alla dignità episcopale”. Era tradizione che questa chiesa fosse stata stabilitanel principiare a germogliare la nostra santa fede nel Piceno … fabbricata nella nobilissima ed antichissima città di Fallera e lo si arguisce dal sito, dalla costruzione e dalla pittura.”

La statua di San Paolino

La statua di San Paolino

Ma perché la chiesa è intitolata a San Paolino? Risponde ancora Carlo Tomassini: “San Paolino era stato vescovo di Nola all’inizio del secolo V. Era nativo di Bordeaux (Francia), ordinato sacerdote a Barcellona  (Spagna), si trasferì a Nola di Napoli, per dedicarsi alla vita comunitaria in umiltà, mitezza, povertà e preghiera comune. Qui fu vescovo dal 409 al 431 al tempo del re goto Teodorico di Ravenna e morì in concetto di santità, tanto che il suo sepolcro fu frequentato e si diceva onorato da miracoli. In Campania San Paolino era raffigurato in abito vescovile, con suo pastorale e talora gli erano dipinti accanto alcuni oggetti, come le catene (a memoria di uno schiavo liberato), inoltre un annaffiatoio, una vanga e un paniere, simboli del suo essere stato un giardiniere benevolo e umile. Di questo santo era noto che assunse la difesa dei cristiani contro le aggressioni dei Goti di Alarico. Dato che i faleronesi avevano subito più volte le devastazioni del loro municipio, è pensabile che, oltre che per la mite vita comunitaria, San Paolino fosse caro e venerato qui per il suo coraggio contro i devastatori.

Sicuramente ricordava le parole del suo vecchio collega del 1727 (citato sopra) il parroco della Parrocchia di San Paolino, Don Leandro Nataloni, quando nell’aprile del 2014 diceva solennemente: “San Paolino, il cuore di tutte le chiese di Falerone.” Si festeggiava il giorno della tanto attesa riapertura della chiesa di San Paolino, rimasta chiusa una ventina d’anni per lavori di restauro e di consolidamento, anche a seguito del terremoto del 1997. Ora, finalmente, si può celebrare nella sua completezza, con la gioia di sempre e di tutti, la festa del lunedì di Pasqua, la festa a San Paolino. Non manca nulla: la chiesa è aperta, lu totu non ha mai chiuso. Il complesso San Paolino ora gira a pieno regime. Si può esultare con l’esclamazione antica dei Faleronesi: “Totu, San Paulì!” Chissà che anche questo modo di esultare non sia di origine longobarda!?

Ubaldo Santarelli