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San nicolò a monte giberto

Chiesa di San Nicolò a Monte Giberto

Chiesa parrocchiale XII secolo

San Sepolcro e poi San Nicolò

a)S. Sepolcro
Questa chiesa è ricordata dalle Rationes decimarum, le quali informano che il suo cappellano don Ventura pagò, in una prima rata 21 soldi, in una seconda 18 soldi e 8 denari e in una terza 15 soldi.
La chiesa viene elencata nel 1450 tra quelle appartenenti, quanto ai benefici ecclesiastici, alla pievania di Ponzano, a cui doveva versare 14 libbre, 12 soldi e 6 denari.
Sorprende la titolazione al S. Sepolcro, l’unica in tutte le Marche secondo l’elenco copiosissimo delle Rationes decimarum. Essa fa supporre una devozione in loco verso questo insigne tempio-reliquia della cristianità.
La devozione potrebbe spiegarsi in due modi: o con l’iniziativa di qualche cavaliere dell’Ordine militare del S. Sepolcro, che fu fondato intorno al 1176 da Enrico II d’Inghilterra, oppure con la partecipazione di persone del luogo o dei territori circonvicini a qualche pellegrinaggio o a qualche crociata in Terra Santa.
Il pensiero corre subito ai crociati dei vicini centri di Monterubbiano e dell’antica pieve di Sant’Anatolia, in comune di Petritoli, i quali presero parte a una crociata, come documenta una pergamena dell’abazia di Fiastra del 27 febbraio 1217. Vi si legge che Onorio III notificò all’abate di S. Croce, all’abate di S. Savino e al preposto di S. Martino in Variano della diocesi di Fermo di aver preso sotto la propria protezione le famiglie e tutti i beni dei “crucesignati” di Monterubbiano e della pieve di Sant’Anatolia, partiti per la Terra Santa.
Non è impossibile, allora, che qualche crucesignato (forse anche montegibertese), di ritorno dalla Terra Santa, abbia introdotto nella zona la devozione al S.Sepolcro, promuovendo la dedicazione con tale titolo di una chiesa, già esistente dal 1090, come si vedrà subito.

b)S. Nicolò

Chiesa San Nicolò

Chiesa San Nicolò

Il silenzio avvolge le origini di questa chiesa, che è la più importante di Monte Giberto, a partire almeno dal secolo XV. In un inventario del 1727, che la riguarda e la definisce “parrocchia e matrice”, si legge: “Quando sia stata fabbricata o eretta in parrocchia non si ritrova memoria, né che sia stata consacrata”.
Nella cartina geografica allegata al volume delle Rationes Decimarum figura anche il simbolo di una pieve accanto al nome di Monte Giberto. Essa può far riferimento solo a quella di S. Nicolò, l’unica conosciuta in tutto il territorio, posta dentro il Castello, il cui rettore, almeno dal secolo XVII, ha la qualifica di pievano.
Di fatto però, nelle Rationes decimarum non viene mai nominata questa chiesa. E ciò appare inspiegabile, perché nel crollo della casa di Erasmo Paletti (16 giugno 1953) che interessò anche l’edificio della Confraternita del Sacramento, addossato alla chiesa, su “dei mattoni” fu trovata la data 1090, riferita da qualcuno, a quel tempo, anche alla costruzione della chiesa di S. Nicolò.
E’ vero, come è stato osservato, che l’elenco delle chiese presenti nelle Rationes decimarum non si può considerare completo, perché tralascia le chiese esenti, quelle povere e quelle che rientravano nell’ambito dei monasteri immuni.
La soluzione di questo enigma sulla chiesa di S. Nicolò è offerta da un’importante notizia contenuta nel registro delle Collationes dell’Archivio Arcivescovile di Fermo. Vi si legge che don Arcangelo da Foligno, vicario generale del vescovo di Fermo Leonardo, il 1° luglio 1408 scrisse una lettera a don Pietro di Antonio, che era rettore dell’altare di S. Antonio e di S. Lucia, siti nella chiesa di S. Sepolcro, detta anche di S. Nicolò, a Monte Giberto.
Dunque, la chiesa di S. Sepolcro e quella di S. Nicolò è la stessa. Al primo titolare se ne è aggiunto un secondo, che via via ha sostituito completamente il primo, come emerge dall’inventario della chiesa di S. Nicolò del 1450, di cui si parlerà fra poco, nel quale non si fa più cenno al titolare originario. E’ da precisare, tuttavia, che nell’inventario del Bonanni, pure del 1450, relativo alla chiesa di S. Maria Mater Domini, tra le chiese beneficiarie della stessa, figura questa di Monte Giberto ancora con il nome dell’antico titolare, cioè del S. Sepolcro.
L’individuazione di un’unica chiesa con due titolari è di grande interesse sul piano storico e fa dell’attuale chiesa di Monte Giberto un luogo sacro di primaria importanza per il Castello. Sorge però una domanda: perché e quando al primo titolare, S. Sepolcro, si è aggiunto il secondo, S. Nicolò? Una risposta potrebbe essere la seguente.
Nelle Rationes decimarum si incontra in diocesi di Fermo una chiesa denominata S. Nicolai de Podio (S. Nicolò del Podio), la quale venne dispensata dal pagare la decima, perché un certo Marino, procuratore di don Puzio, dichiarò con giuramento, a nome di costui, di avere una rendita di 15 libbre e 10 soldi, per cui in riferimento alle decime del 1299, grazie alle disposizioni di Bonifacio VIII, non era tenuto a versare la propria quota.

Si potrebbe pensare, allora, a un trasferimento di titolo dell’antica chiesa dedicata a S. Nicolò, esistente un tempo nel Castello del Podio e poi scomparsa , in un’altra chiesa, esistente già nel nuovo centro di Monte Giberto. Si sa che traslazioni di titoli, o reimpieghi di antichi toponimi costituiscono un fenomeno non raro nel basso medioevo.
Nel secolo XII, e non solo, vennero perfino ricostruiti o restaurati antichi edifici sacri corrosi dal tempo, e talora furono riedificati in luoghi diversi con la primitiva dedicazione e denominazione, come è avvenuto anche a Monte Giberto per la chiesa di S. Giovanni di Casale. Tanto più facile era la traslazione di un titolo o di una dedicazione da una chiesa all’altra.
In altre parole, la chiesa di S. Nicolò di Monte Giberto altro non è che l’antica chiesa del S. Sepolcro, che assunse anche titolo di S. Nicolò, forse ivi traslato dall’omonima chiesa esistente nel Castello del Podio, andata distrutta.
Ciò potrebbe essere avvenuto quando, nel secolo XIV, i Castelli del Podio e di Casale probabilmente si unirono a quello di Monte Giberto. La traslazione del titolo della chiesa di S. Nicolò avrebbe costituito, così, una specie di legame con l’antico Castello del Podio, assorbito da quello di Monte Giberto.
Non si ha conoscenza se la chiesa del S. Sepolcro e poi di S. Nicolò di Monte Giberto sia sorta come pieve o lo sia diventata in seguito. Essa viene menzionata nel 1450 nell’inventario del Bonanni, sia con il titolo del S. Sepolcro, in quanto beneficiaria della pievania S. Maria Mater Domini di Ponzano, e sia con il titolo di S. Nicolò, in riferimento a tre altari di pertinenza della stessa pievania ponzanese (altari di S. Pietro, S. Antonio e S. Lucia).
Dallo stesso inventario si viene a sapere che la chiesa dI S. Nicolò aveva dei possedimenti (res) presso il fiume Ete vivo, ciò che fa pensare ad antichi possedimenti della chiesa di S. Nicolò del Podio che era situata in prossimità del fiume Ete – forse ereditati, con il titolo, dalla chiesa montegibertese.
Di notevole interesse è anche un inventario non datato ma redatto quasi sicuramente nel 1450, come gli altri quattro relativi ad altre chiese di Monte Giberto. Vi si legge testualmente che “l’onesto uomo don Antonio di Altidona, del comitato di Fermo, rettore della chiesa di S. Nicolò e dell’altare di S. Lucia esistente in detta chiesa di S. Nicolò del Castello di Monte Giberto, la quale chiesa è un subjectione di S. Maria Mater Domini”, redige l’inventario di tutti i beni mobili e immobili della stessa chiesa. Qui il rettore della chiesa, don Antonio di Altidona, non ha la qualifica di plebanus (pievano). In questo documento non si nomina più il titolo di S. Sepolcro, segno che ormai esso andava scomparendo anche negli atti ufficiali.
L’incipit dell’inventario offre una notizia interessante: la chiesa di S. Nicolò era in subjectione della chiesa di S. Maria Mater Domini, che ivi aveva anche tre altari beneficiali, quello di S. Lucia, nominato anche in questo inventario, e quelli di S. Antonio e S. Pietro, tutti e tre menzionati nell’inventario del Bonanni. Già questi tre benefici fanno pensare ad una forte dipendenza della chiesa di S. Nicolò nei riguardi della pievania di S. Maria Mater Domini. Essa le derivava ovviamente da antica data, quando aveva la denominazione di S. Sepolcro.
In concreto doveva trattarsi, forse, di una subjectio (soggezione, dipendenza) di carattere canonico. Il Du Cange nel suo Glossarium illustra la sabiectio canonica, che poteva riferirsi a persone fisiche nei riguardi del proprio vescovo, e anche a chiese rispetto ad altre chiese. Sembra che si trattasse di una specie di “sudditanza” o “dipendenza” di carattere spirituale e morale, che poteva comportare anche l’obbligo di versare decime o tributi vari, di carattere beneficiario.
Stando alla laconicità del testo, sembrerebbe che la chiesa del S. S epolcro e poi di S. Nicolò dovesse considerare quella di S. Maria Mater Domini come la “chiesa madre”, forse fondata da questa. Ciò potrebbe spiegare perché, in un certo tempo, non definibile, il parroco della chiesa di S. Nicolò cominciò ad assumere il titolo di pievano, mantenuto fino ai tempi nostri. Poté verificarsi una “partecipazione giuridica”, da parte del rettore della chiesa di S. Nicolò, del titolo di pievano che aveva il rettore della chiesa di S. Maria Mater Domini, la quale, almeno dal 1063, aveva acquistato la qualifica di pievania.
Questa ipotesi, dunque, potrebbe spiegare perché la chiesa di s. Nicolò nel secolo XV non viene mai qualificata come pievania e perché, a un certo momento, i suoi parroci si denominano pievani.
Con i secoli XV e XVI le notizie su questa chiesa cominciano a essere più puntuali. Nell’Aprile del 1408 il vescovo di Fermo Leonardo effettuò una visita alla chiesa di S. Maria Mater Domini e agli altri edifici sacri ad essa soggetti a vario titolo, compresi gli altari. A questa visita furono interessati anche gli altari di S. Antonio e di S. Lucia, esistenti nella chiesa di S. Sepolcro o di S. Nicolò di Monte Giberto e aventi un proprio beneficio. Il pievano di S. Maria Mater Domini possedeva il privilegio di confermare il rettore dei due altari, che in quell’anno era Pietro di Antonio. In seguito a una questione sorta per un difetto giuridico, imputabile ai “patroni elettori” dei due altari, il vescovo da una parte confermò il privilegio concesso al pievano, dall’altra riaffermò il diritto dell’episcopato di Fermo in merito alla provisione del rettore o cappellano di detti altari, confermando nel contempo la nomina di don Pietro di Antonio. Successivamente, come si è accennato, il 1° luglio dello stesso 1408, don Arcangelo, vicario generale del vescovo di Fermo Leonardo, scrisse a don Pietro di Antonio confermandogli la rettoria dei due altari. In forza del potere che la curia vescovile e il vescovo possedevano in materia, rimuovendo qualsiasi detentore del relativo beneficio.
Risulta inoltre che il 6 giugno 1408 don Arcangelo, giusperito di Foligno, vicario generale del vescovo di Fermo Leonardo, su richiesta di don Marino, pievano di Servigliano, fronteggiando le pretese di persone contrarie, lo dispensò dal cumulo di alcuni benefici, tra i quali era compreso l’altare di S. Pietro nella chiesa di S. Nicolò di Monte Giberto.
Nel 1476 vi fu un laborioso passaggio di poteri nella rettoria della parrocchia di S. Nicolò, come attesta una triplice notizia del Registro delle Collationes dell’Archivio Arcivescovile di Fermo. Fra marino Preti di Monte San Pietrangeli, dell’Ordine dei frati minori, aveva ottenuto per dispensa apostolica la rettoria di detta parrocchia. Decise però di restituirla al vescovo di Fermo a favore di don Antonio Antonelli, prete ascolano, il quale si presentò a ricevere il rispettivo beneficio. Fra Marino stabilì quali suoi procuratori don Primo de Astis, arcidiacono maceratese, e don Pietro de Angelinis di Perugia, nonché il chierico don Luciano, canonico fermano, per ottenere dal papa Sisto IV il riconoscimento di una pensione annua a proprio favore di dodici fiorini, moneta della Provincia della Marca Anconetana, ricavabili dal fruttato della parrocchia di S. Nicolò, ceduta a don Antonio, sotto pena, in caso di non assolvimento, di cento ducati, e dà, nel contempo, le più ampie facoltà ai procuratori. Il documento venne stilato a Fermo, nel Palazzo vicino a S. Martino, davanti ad alcuni testimoni, il 15 luglio 1476.
Un altro documento del 1476, senza indicazione di giorno e di mese, specifica che fra Marino rinunciò alla rettoria della parrocchia di S. Nicolò di Monte Giberto perché era consapevole di non poter soddisfare a tale impegno a causa di altre occupazioni. Per questo rimise il mandato nelle mani del vescovo di Fermo, a cui spettava la conferma del rettore della parrocchia di S. Nicolò, passandolo a don Antonio Antonelli di Ascoli. Questi assunse gli impegni della parrocchia e si fece obbligo di dare a fra Marino dieci ducati all’anno come pensione, per alimento, a cominciare dal 1477, dato che il frate non poteva mendicare. Don Antonio e fra Marino elessero di comune accordo, come procuratori per la conferma da parte del papa, don Pietro de Angelinis da Perugia, don Luciano, canonico fermano, e don Primo, arciprete maceratese. La terza notizia ripete in sostanza quanto detto sopra.
Fra Marino Petri da Monte San Pietrangeli con le sue pretese, nonostante l’autorizzazione pontificia richiesta per usufruire di una pensione annua, non poteva considerarsi di per sé in sintonia spirituale con la regola francescana che esige un’osservanza rigorosa dell’”altissima” povertà, escludendo ogni autonomo uso personale del danaro. Abusi del genere sono registrati nel secolo XV tra i frati conventuali, fortemente contestati, anche per questo, dai frati osservanti. Nei dintorni di Monte Giberto esistevano in quel secolo tre conventi dei frati conventuali: uno a Fermo, dove i francescani ebbero una prima sede stabile dentro la città ne 1240; uno a Montottone, fondato prima del 1260; e uno a Monte Giorgio, dove la presenza dei frati è segnalata fin dal 1246. Probabilmente a uno di questi conventi apparteneva fra Marino, originario di Monte San Pietrangeli, nella custodia francescana di Fermo.
All’inizio della seconda notizia contenuta nel Registro delle Collationes c’è un’annotazione molto interessante. Vi si dice che l’elezione del rettore della chiesa di S. Nicolò di Monte Giberto spetta al signor Lodovico Uffreducci di Fermo. Non si sa quando questo diritto sia stato acquisito dalla potente famiglia fermana Uffreducci o Euffreducci, che ebbe tra i suoi membri personaggi famosi come Oliverotto (1475-1503) di machiavellIana memoria, ucciso da Cesare Borgia, detto il Valentino, nell’eccidio di Senigallia nel 1503, e Ludovico, morto nella nota battaglia alle piane di Falerone, avvenuta nel marzo del 1520 tra le sue truppe e quelle di Nicola Bonafede.
Sarebbe interessante indagare sui rapporti tra gli Euffreducci di Fermo e il Castello di Monte Giberto. Questo diritto sulla chiesa di S. Nicolò la dice lunga. Esso durò per molto tempo, perché in un inventario del 1763 che riguarda la medesima chiesa di Monte Giberto, si legge che, in base a un istrumento rogato dal signor Bartolomeo Rainaldi il 12 aprile 1552, la signora Giovanna Maria Euffreducci Orsini di Fermo, moglie del signor Valerio Orsini, risulta come “padrona” e come colei che aveva il giuspatronato della chiesa di S. Nicolò. In quella circostanza la signora Orsini concesse alla confraternita del SS.mo Sacramento di Monte Giberto di erigere nella chiesa di S. Nicolò un altare dedicato al SS.mo Sacramento. E’ presumibile che Giovanna Euffreducci abbia ereditato tale giuspatronato dalla sua famiglia degli Euffreducci.
La primitiva chiesa di S. Nicolò, secondo l’inventario del 1728, redatto prima dl suo abbattimento, era composta di tre navate, senza una struttura propria per la sacrestia, con cinque altari, dei quali, il maggiore nel 1602 fu dato in ufficiatura alla confraternita del SS.mo Sacramento. Vi si dice anche che quell’antica chiesa appariva “fabbricata in più volte”. Probabilmente si trattava di una chiesa romanica, di un certo interesse architettonico, dato che disponeva di tre navate, non dissimile forse da quella di S. Maria Mater Domini o S. Marco di Ponzano, nei cui riguardi era in subjectione canonica.
E’ stato un vero danno l’averla demolita totalmente intorno al 1746. Risulta infatti, in base all’inventario del 1763, che la chiesa di S. Nicolò “è stata […] dal rettore pievano Antonio Orsini rifabbricata dai fondamenti intieramente, e nel mese di luglio 1749 fu ribenedetta, e dall’Ill.mo Mons. Alessandro Borgia li 14 del mese di settembre dell’anno 1749 fu consacrata e dopo le necessarie facoltà fu appesa la Via Crucis”.
Lo stesso Antonio Orsini provvide a fare scolpire la statua di S. Nicolò, che tuttora vi è custodita, dietro l’altare. Sull’altare maggiore fu posta la tela raffigurante l’Ultima Cena, proprietà della confraternita del SS.mo Sacramento, che la aveva fatta eseguire a Firenze nel 1602.
Nell’antica chiesa – e poi nella nuova – esisteva un altare dedicato alla Madonna di Loreto, fondato e dotato da Delio Tacchini con atto testamentario del 26 novembre 1677. L’altare fu eretto “in memoria della traslazione della Santa Casa di Nazaret in questa provincia della Marca”, con l’autorizzazione del cardinale Giovanni Francesco Ginetti, arcivescovo di Fermo, rilasciata il 21 marzo 1686. In quel torno di tempo fu fatto eseguire un dipinto per lo stesso altare, raffigurante la Madonna di Loreto con il Bambino, avvolta dalla rituale dalmatica, e con i Ss. Nicola da Tolentino, Felice e Adautto, martiri romani, Giacomo apostolo, Barnaba, Girolamo e Tommaso da Canterbury.
Con l’abbattimento dell’antichissima chiesa del S. Sepolcro e poi S. Nicolò, vero scrigno di memorie sacre montegibertesi, è andato perduto gran parte del suo patrimonio decorativo, che comprendeva con ogni probabilità dipinti a fresco e su tavola dei secoli XIV – XV. Ad esempio, nell’inventario della chiesa redatto nel 1450, è segnalata, fra gli altri oggetti, anche una “croce d’argento indorata” (unam crucem argentey supra auratam), che doveva essere una di quelle croci processionali del secolo XIV – XV, considerate in genere veri capolavori di oreficeria. Di essa è scomparsa ogni traccia.
Qui si può rilevare che il decennio 1740-1750 fu per Monte Giberto particolarmente fervido di iniziative nell’ambito dell’edilizia sacra, perché nel 1742 fu costruita la chiesa di S. Antonio di Padova. La fece edificare Angela Porti, vedova di Benedetto Benedetti, per una sua “devozione speciale al santo di Padova”. La chiesa fu terminata nel 1742 e il 13 maggio di quell’anno, con licenza del vescovo di Fermo, fu benedetta e aperta al culto.

Giuseppe Santarelli