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Ortezzano, Chiesa di san Girolamo-150

Chiesa di San Girolamo a Ortezzano

Chiesa parrocchiale, sec. XIII – XIV

La chiesa di San Girolamo, oggi parrocchiale, sorge nel cuore del centro storico di Ortezzano, prospiciente piazza San Girolamo, mentre il lato ovest della chiesa fiancheggia via San Girolamo e il lato nord via del Forno. Ad una quota più bassa di circa tre metri rispetto al prospetto principale su piazza San Girolamo, addossata al lato est della chiesa, a ridosso della torre campanaria, si trova l’ex casa parrocchiale, eretta nel 1794.

Chiesa parrocchiale  di san Girolamo-

Chiesa parrocchiale di san Girolamo

La data di costruzione della chiesa è molto incerta, si pensa che in origine sia molto modesta, infatti nel XIV secolo è citata dalle fonti come cappella, dipendente dalla pieve di San Massimo, mentre nel XVI secolo compare nei documenti come chiesa, alla quale è trasferito il titolo di pieve, fino ad allora appartenuto alla ormai abbandonata San Massimo.

Sul frontespizio di un vecchio registro viene citato come primo pievano del luogo il sacerdote Vagnozzo Vagnozzi da Collina, che regge la pievania dal 15 settembre 1566 sino al 6 maggio 1601,
Sempre nel XVI secolo anche l’altro importante centro religioso del territorio, la chiesa di Santa Croce, è cadente e in rovina, e anche il suo titolo viene trasferito a san Girolamo, che d’ora in avanti sarà la chiesa parrocchiale e la più importante di Ortezzano. L’intitolazione di questa chiesa a san Girolamo, padre della Chiesa, è antecedente alle origini della parrocchia e rimanda, forse, alla presenza dei Farfensi in questo territorio, alla cui opera si deve l’origine del castello di Ortezzano; la scelta di san Girolamo come protettore di Ortezzano, invece, è da ricongiungere quasi certamente alla sua elevazione da cappella a pieve.

I Farfensi sono Benedettini e san Girolamo è a loro particolarmente caro, in quanto dottore della chiesa ed eremita. Nella Regola, san Benedetto propone una vita comunitaria (cenobitismo) che prevede un tempo per la preghiera e uno per il lavoro e lo studio (sintetizzata con l’espressione: Ora et labora), lontani dalle privazioni e mortificazioni estreme imposte dalla vita in solitudine scelta dagli asceti. Per quanto riguarda il lavoro, i Benedettini non intendono solo quello fisico, che nei primi secoli significa soprattutto dissodare, disboscare, bonificare e coltivare i luoghi inospitali e disabitati dove erigere le loro abbazie, ma anche lo studio e la trascrizione di testi antichi (non solo religiosi ma anche letterari o scientifici). Proprio per questa loro attenzione allo studio e alla trascrizione i monaci sono particolarmente legati a san Girolamo, traduttore della Bibbia dal greco e dall’ebraico al latino e traduttore di alcuni frammenti di testi in lingua copta e greca della Regola diffusa dall’egiziano san Pacomio, ispiratore del monachesimo cenobitico, al quale quella di san Benedetto si ispira. Molti monasteri benedettini sono dedicati proprio a san Girolamo.

C’è chi ha riconosciuto nell’immagine dell’edificio sacro che san Girolamo dona alla Madonna dipinta da Vincenzo Pagani nella tavola Madonna in trono col Bambino, attualmente conservata nella chiesa di Santa Maria del Soccorso, proprio la raffigurazione di questo tempio.

Documenti d’archivio attestano che nel 1750 la struttura è in pessimo stato di conservazione; viene ricostruita intorno al 1770 per ordine del cardinale Paracciani, grazie al denaro proveniente dalle elemosine della popolazione. I lavori di restauro durano circa cinque anni, infatti la chiesa viene benedetta da don Luigi Zambecchini il 13 aprile 1775, coincidente con il Giovedì santo, e consacrata il 6 gennaio del 1779 da monsignor Giuseppe Bartolomeo Menocchio, vescovo d’Ippona.

L’edificio ha una pianta rettangolare, larga 12 m e lunga 18 m, con tre navate interne, di cui le due laterali molto piccole e separate dalla navata centrale da tre arconi ogni lato. La navata centrale termina con un’abside a fronte piatto ed è alta 11,5 m, mentre le due laterali 6,5 m.

La copertura è a volta, realizzata con una struttura in legno ricoperta con intonaco a gesso e stucco.

Originariamente la chiesa ha un ingresso secondario sul lato ovest, oggi murato , dove si nota una lastra raffigurante il più antico stemma del paese, datato al 1637: tre monti con tre fiori in cima al monte centrale. Questa attesta anche il riutilizzo di materiali più antichi, provenienti da altri monumenti e reimpiegati nella costruzione o restaurazione dell’edificio avvenuta nel Settecento. A questa tipologia appartengono anche il capitello, che si trova sempre nella muratura di questa porta e appartenente sicuramente ad un più antico monumento di epoca incerta, e un’iscrizione d’età romana murata sul campanile (che invece M. Gaspari , Storia di Ortezzano cit., pp.28-29, sostiene essere databile alla seconda metà del Cinquecento e faccia riferimento al costruttore del campanile).

La torre campanaria si trova sul lato nord-est del corpo di fabbrica e sovrasta la chiesa in modo imponente. Questa, a pianta quadrangolare, con lato di 5 m circa, è alta 20 m.

L’interno della torre conta tre livelli, i primi due realizzati con volte a botte e pavimento in mattoni, il terzo con soletta appoggiata ad una struttura di ferro, quale telaio d’ancoraggio e sostegno per le campane. L’ultimo tratto della torre assume una forma ottagonale e si chiude con cupola in muratura; al suo interno ospita quattro campane di epoche diverse, poste in prossimità delle pareti esterne. Nel 1861 il municipio interviene sul pessimo e pericoloso stato del campanile, restaurando anche la scala.

L’edificio è costruito interamente in muratura, anche se di varia fattura. Da uno studio attento, infatti, si possono individuare quattro conformazioni:

1)muratura di mattoni pieni per la navata centrale

2)murature a conci tondeggianti o leggermente sbozzati per la parte bassa, poste sulla parete, che dà su via del forno

3)muratura in pietra sbozzata e squadrata ben assestata con corsi di mattoni pieni per la parete est, probabilmente la più vecchia di tutta la fabbrica,

4)muratura a sacco con fodere esterne di mattoni pieni per la restante parte.

Fino agli anni trenta del XX secolo la chiesa ha cinque cappelle con altrettanti altari: quello maggiore è dedicato a san Girolamo; gli altri nell’ordine: alla Madonna delle Vergini, detto di Santa Caterina; al Santissimo Rosario; a Santi Maria a Mare e Filippo Neri e un ultimo a Santa Vittoria.

San Girolamo fino al XVIII secolo è utilizzata come chiesa cimiteriale; nel pavimento, infatti, si trovano all’epoca sei sepolture: due gentilizie, una riservata ai membri della famiglia Sacchi e l’altra a quelli della famiglia Zambecchini, delle restatnti quattro, sappiamo che una è riservata agli ecclesiastici e una ai fanciulli. Queste tombe sono custodite e coperte da una sola lapide, le più vicine agli altari distano da questi circa 2,10 m. La pratica di seppellire i defunti all’interno dell’edificio perdura almeno fino alla costruzione della chiesa del Carmine. Dopo che questa assunse la funzione cimiteriale, le tombe in San Girolamo non sono più utilizzate, tranne quelle gentilizie.

Nel 1926, all’arrivo del nuovo parroco don Michele Antonini, quest’edificio di culto, unitamente a tutte le altre strutture ad esso annesse, specialmente la canonica, sono in un profondo stato di degrado e rovina, vengono spese £. 25.000 per il solo restauro della canonica, di cui £. 10.000 date dall’Amministrazione comunale, mentre le restanti £. 15.000 provenienti direttamente <<dal ristretto portafoglio>> del novello parroco. Nel 1927 ha inizio la rimozione delle macerie, grazie al lavoro gratuito dei contadini del luogo e negli anni 1928-1929 terminano i restauri, su disegno del geometra Girolamo Eleuteri di Petritoli. Negli anni 1930-1931 si portano a compimento anche i restauri della <<Casa del Signore>>, tra le altre cose viene rifatto il pavimento con marmo rosso di Verona, vengono abbattuti i quattro massicci altari laterali e l’altare maggiore e sostituiti con soli due altari laterali e quello maggiore, tutti di marmo.

Durante questi lavori sono realizzate anche le pitture interne, sia quelle della volta superiore che delle pareti, caratterizzate da affreschi raffiguranti festoni floreali sul soffitto e decori geometrici sulla parete dell’altare e su quella laterale destra insieme a due figure. Tali affreschi sono opera del pittore Michelangelo Bedini di Ostra. Sopra l’altare, tra i festoni, è conservato un quadro copia del Domenichino, raffigurante San Girolamo che riceve il viatico da papa Damaso, realizzato da Silvio Galimberti di Roma.

Nelle sei nicchie delle pareti laterali sono conservate altrettante statue, tra cui una della Madonna della Vittoria, opera dello scultore Morodor di Ortisei.

Tra gli arredi della chiesa degni di nota c’è la balaustra di ferro battuto e ottone, realizzata dal Rutili in occasione della vittoria delle armi italiane in Etiopia, su disegno del professor Nardini di Ascoli Piceno. Sempre per celebrare la vittoria in Etiopia il presbiterio viene ricoperto di marmi colorati, dietro il disegno del Rev. Manfroni di Fermo.

L’organo è attribuito a Felice Morganti, costruttore e restauratore nato ad Ascoli Piceno verso la fine del XVIII secolo o nei primissimi anni di quello successivo.

Il Morganti apprende l’arte di costruire organi dal rodigino Giovanni Gennari, esponente di una nota e ramificata famiglia di organari veneti; il nome di Morganti, infatti, si trova associato a quello dell’artista veneto nella realizzazione di questi strumenti marchigiani.

La scarsa conoscenza di Felice Morganti e l’assenza di firma su molti dei suoi strumenti hanno fatto sì che probabili opere di questo siano confuse con con quelle di altri organari più noti, come è successo anche per l’organo conservato nella chiesa di San Girolamo; questo, infatti, per molto tempo è stato attribuito ad un Paci, della nota famiglia organara. Per l’attribuzione di quest’opera a Morganti, dovuta a Paolo Peretti, sono state decisive le caratteristiche tecnico-foniche e costruttive dello stesso strumento. Particolarmente indicative sono le modalità di lavorazione di alcune parti lignee come: tavola e comandi dei registri, tastiera, pedaliera ecc. Il profilo del modiglione della tastiera, ad esempio, è identico a quello dell’organo di Santa Maria in piazza di Petritoli, di certa paternità morgantiana. Lo strumento di San Girolamo, costruito nella prima metà dell’Ottocento, è conservato ancora oggi sopra l’ingresso della chiesa, nella cantoria lignea con parapetto mistilineo semplicemente dipinto e con svecchiature dalle cornici dorate. La cassa lignea dello strumento, addossata alla parete, ha un prospetto dipinto con cornici floreali e sormontato da un cartiglio con la scritta LAUDAT DEUM, non in stile con la cantoria. L’organo ha 25 canne di stagno, distribuite in un’unica campata a cuspide con ali, con labbro superiore a mitria, bocche allineate e profilo piatto; davanti vi sono i tromboncini. La tastiera a finestra ha 47 tasti (Do1-Re5), con prima ottava corta) in bosso ed ebano, con i frontalini dei tasti diatonici intagliati a chiocciola; i modiglioni laterali sono di noce. Lo strumento è complessivamente ben conservato, anche se non è suonabile per l’impossibilità d’azionamento dei mantici.

Prima dell’organo del Morganti la chiesa ne possedeva un altro, di cui sappiamo solo la data di rimozione, il 1867; unitamente a questo viene rimossa la sua prospettiva, costituita da 2 colonne scanalate in legno con capitelli intagliati sorreggenti un architrave ugualmente intagliato, il tutto dorato. Tale oggetto serviva originariamente da decorazione dell’altare maggiore dell’antica chiesa parrocchiale, prima del restauro del Settecento. L’ornato viene trasferito nella chiesa suburbana di sant’Antonio di Padova.

Giusy Scendoni