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Boffo da Massa Fermana

Tiranno di Carassai, Castignano e Cossignano

Esso era di statura forse inferiore alla media, ma suppliva questo difetto con due spalle larghe, che sarebbero state bene sul busto di un gigante, le sue braccia forse più lunghe del dovere, ma nerborute, davano indizio della forza di chi le possedeva mentre le sue corte gambe, sensibilmente in fuori respinte nel mezzo, facevano conoscere l’abitudine continua che aveva il nostro personaggio di stare a cavallo. Davano una mirabile espressione ai lineamenti del suo volto i suoi occhi piccoli forse, ma di un nero scintillante e sormontati da due grandi sopracciglia nere equalmente. La sua testa si affacciava su quel petto erculeo vestita di capelli neri e ricci. Egli andava vestito da viaggio in grandi stivaloni, che gli venivano fino in mezzo alla coscia con giustacuori ben assestato alla vita e con calze di panno nero con qualche ricamo in oro o in seta. Aveva un cappello con ali grandi e alla destra tempia ripiegato all’insù da cui sorgendo scendea alla sinistra per lo più innanzi una piuma nera. Senza difetto di pulitezza vestiva in modo molto sprezzante. In quello in cui differiva dal suo compagno Lionello Armelli signore di Monte Varmine, era per un enorme spadone, che egli avendo appiccato al lato sinistro gli scusava quello stocco che solevano a quei tempi portare i cavalieri quando erano per viaggio. Il pugnale che anch’esso raccomandato alla cintura aveva l’impugnatura d’avorio intarsiata a fioroni d’oro.
Questa è la descrizione che Cesare Trevisani fa di Boffo da Massa nel suo Mercenario da Monteverde. Il ritratto del personaggio è evidentemente romanzato ma le gesta compiute dall’avventuriero hanno contribuito a dipingere una figura ibrida, per metà cavaliere e per metà bandito.
Boffo era originario di Massa Fermana. Visse in un tempo in cui Castrum Massae aveva il controllo e il dominio di molti territori del fermano. Infatti tal Lino da Massa, figlio di Guglielmo, nel 1314 ebbe in assegnazione la Curtis di Carassai e di Camporo; nello stesso periodo, un cugino di Lino, di nome Vanni, anch’egli di Massa, era padrone insieme ai suoi fratelli della Curtis di Gabbiano e di molti possedimenti del Fermano, mentre altri due cugini dello stesso Lino, Rinaldo e Cecco, controllavano le Curtis di Massa e di altri territori del Fermano.
Non sappiamo se Boffo fosse imparentato con i suddetti nobili, certo è che tutti provenivano dallo stesso castello di Massa e che apparteneva alla famiglia dei Tebaldeschi; ma oggi egli più che per la nobiltà della stirpe viene ricordato per la sua vita avventurosa e spregiudicata.
Non abbiamo neppure notizie certe circa la sua parentela con il nobile avventuriero Filippo Tebaldeschi, che dopo aver trascorso alcuni anni in esilio, si impadronì di Ascoli. Durante la sua tirannia gli ascolani che in città si erano schierati in favore del cardinale Egidio Albornoz furono perseguitati e maltrattati. Ma poi, molti cittadini ascolani, quando l’autorità pontificia organizzò un forte esercito, ebbero modo di vendicarsi: gli si ribellarono e lo cacciarono, insieme ai suoi, dalla città. Siamo propensi a credere che Boffo fosse un discendente di Gugliemo da Massa che era appunto un Tebaldeschi. Nel XII secolo i Tebaldeschi furono signori del castello di Montefiore e divennero proprietari di molte terre comprese tra i fiumi Chienti e Tenna e tra il fiume Aso e il torrente Menocchia. Guglielmo da Massa ebbe due figli Guglielmino e Gerardo. Il primo, come abbiamo detto, fu signore di Monte Varmine per gentile concessione di suo fratello Gerardo che nel 1251 fu vescovo e podestà di Fermo.

La conquista di Castignano, Cossignano e Carassai
Boffo da Massa doveva essere un personaggio importante tra i signorotti del Fermano. Il suo nome, infatti, compare nel­l’elen­co degli invitati di riguardo ad una cena tenuta in casa del famoso tiranno Gentile da Mogliano. Pare che, in quella circostanza, Boffo, che voleva rimanere buon amico di Gentile, inducesse quest’ultimo ad impadronirsi di Fermo. Quella cena fu l’occa­sione per decidere i modi e i tempi opportuni per cingere d’assedio la città, che verrà assoggettata al tiranno di Mogliano nella settimana successiva. Durante quella cena si manifesta con tutta la sua esuberanza il carattere di Boffo che era uomo di azione dotato di spavaldo coraggio; è lui infatti l’ideatore e il più convinto sostenitore dell’azione militare. Nel documento, la preparazione dell’assedio di Fermo viene così raccontata: Una sera mentre alcuni signorotti del Fermano stavano mangiando in casa di Gentile da Mogliano, Boffo da Carnasciale propose di fare signore di Fermo lo stesso Gentile e di cacciare i calzolari (cioè i personaggi mediocri che secondo lui in quel tempo spadroneggiavano nella città).
Boffo da Carnasciale diede appuntamento ai presenti di quel convivio al sabato successivo e li invitò a presentarsi in casa di Gentile con armi e cavalli. L’invito di Boffo fu accolto; i cavalieri si radunarono con i loro seguaci in casa di Gentile, come convenuto, e da lì uscirono per impadronirsi di Fermo.
La Marca durante i primi anni della seconda metà del ‘300 fu ricondotta quasi interamente sotto il controllo dello Stato Pontificio, per intervento dell’esercito del Papa, allora magistralmente guidato dal Legato pontificio card. Albornoz. Ma l’illustre cardinale moriva a Viterbo nel 1367, e immediatamente dopo la sua morte le tensioni e le guerre tornarono a proliferare in molti castelli del Piceno.
E’ proprio in questo periodo, e più esattamente nel corso del 1369, che Boffo da Massa occupa Castignano, dove instaura una crudele tirannia: trecentottanta persone che si erano rifiutate di sottostare ai suoi ordini vengono esiliate.
Per i suoi meriti acquisiti sul campo sotto la bandiera ghibellina, nel 1375 fu accolto con molto entusiasmo nella Lega della Repubblica di Firenze che si era costituita per combattere l’esercito pontificio.

L’assedio di Ascoli e Ripatransone

Nel 1376 in molti castelli del Piceno sventolava il vessillo ghibellino. Sotto l’egida dello Stato Pontificio erano rimaste Ascoli e Ripantransone. All’interno delle mura ascolane si era asserragliato con numerosi guerrieri il generale Garcia Gomez Albornoz, nipote del famoso cardinal Egidio. Ascoli fu attaccata dall’esercito ghibellino, che tra i suoi comandanti annoverava anche Boffo da Massa definito mestator dell’Ascolana repubblica, vero discendente di Filippo e Giovanni, capi dei Sussurroni.
Gomez Albornoz nonostante l’esercito ghibellino fosse agguerrito e forte di numerosi soldati riuscì ad aver salva la vita e a sfuggire alla cattura. In suo aiuto, infatti, accorse l’esercito del papa che convinse Boffo e gli altri comandanti ghibellini a desistere dal portare a termine l’impresa.
Dopo qualche mese dall’assedio di Ascoli Boffo da Massa, Rinaldo da Monteverde, Ludovico da Mogliano e Tommaso Politi assalirono con i loro eserciti Ripatransone, l’altra città rimasta fedele al papa. Tra le truppe ghibelline veniva considerato di fondamentale importanza Tommaso Politi, egli infatti era stato arruolato come esperto conoscitore dell’apparato difensivo ripano: suo padre era originario di quella città, dove lui stesso aveva vissuto per molti anni. Ma il Politi non fu all’altezza della situazione, anzi commise tanti e tali errori di strategia militare da determinare la sconfitta di Boffo e degli altri.
Della Lega nel 1377 facevano parte le città di Firenze, Bologna, Perugia, Siena, Arezzo, Ascoli, Urbino, Fermo, e i signori Guido da Pollenza, Bartolomeo di San Severino, Rodolfo da Varano e Beltrando di Imola. L’esercito della Lega, in questo anno, era comandato dal capitano di ventura Giovanni Acuto a cui veniva corrisposto un compenso di 25000 fiorini.

La guerra con Antonio d’Acquaviva

Boffo non era un uomo di pace, di nemici riuscì a farsene davvero tanti poiché il personaggio era di quelli che non si facevano voler bene. Gli capitava molto spesso di litigare anche con gli alleati: entrò in contrasto con Rinaldo da Monteverde contro il quale cercava di aizzare alcuni contadini e nobili fermani e si inimicò i signori ascolani Parisiano e Francesco di Napoleone per aver contratto con loro un debito che egli non voleva saldare. Più volte la Lega fiorentina intervenne per riportare la pace.
Ma nonostante Boffo fosse arrogante e supponente, e avesse sempre avversato l’autorità pontificia, papa Urbano VI nel suo Breve del 25 marzo del 1378, forse per accattivarsene la simpatia, lo chiama dilectum filium Boffum de Massa.
Nell’ottobre del 1380 Antonio di Acquaviva dell’illustre famiglia dei duchi di Atri, fece prigioniero Guarniero, figlio di Boffo, e lo rinchiuse nel carcere di Santa Vittoria. Lo tenne a lungo come ostaggio, minacciando di ucciderlo se il padre non avesse consegnato i castelli di Porchia e di Cossignano. I priori di quest’ultimo castello si premunirono di informare delle minacce di Antonio di Acquaviva le autorità fermane, le quali cercarono inizialmente di prendere tempo per non contrariare con decisioni perentorie gli Ascolani, che erano in amicizia con Boffo. Poi, il 19 ottobre di quello stesso anno, mandarono un ambasciatore a Cossignano presso il priore Antonio Petrocco con la raccomandazione di non consegnare il castello ad Antonio di Acquaviva in cambio della vita di Guarniero. Nella stessa lettera Petrocco viene invitato a Fermo, e l’autorità di quella città lo sollecita a continuare la sua opera di mediazione tra Antonio di Acquaviva e Boffo da Massa. Ma alla fine l’intervento dei Fermani si rese necessario; essi dichiararono guerra a Boffo, che si era arroccato in quel di Castignano, e gli inflissero una pesante sconfitta.
Alle spese per la guerra contro il tiranno concorsero molti castelli; Ripatransone fu tra questi, contribuendo con trecento fiorini d’oro.
Il 25 novembre del 1381 il cardinale Legato della Marca, Andrea Buontempo da Perugia, dichiarava Boffo ribelle della Santa Sede e presuntuoso usurpatore delle Terre del Presidato Farfense. Egli, infatti, non si era limitato ad occupare Castignano, ma aveva conquistato, come sopra abbiamo ricordato, anche Cossignano e Porchia, inoltre teneva sotto controllo Carassai, che era un territorio al confine con il Presidato. Ma, nonostante la sconfitta, Boffo da Massa non si diede per vinto, nel 1381 tentò di riconquistare Castignano unendosi ad un esercito di Bretoni, forte di 6000 soldati, al servizio di Gregorio X, e guidati dal cardinale Gebennema. L’impresa non gli riuscì: nei pressi di Rotella, l’avventuriero desistette e si ritirò, ripiegando verso Montottone.
Nell’anno successivo era ancora così potente da poter scendere a patti con il Legato pontificio: il 13 marzo stipulò un trattato con la Santa Sede che gli concedeva di rimanere padrone dei territori di Cossignano e Porchia, in cambio di una sua completa sottomissione alla Chiesa e ai Fermani.
Nel febbraio del 1387 corse voce che Boffo da Massa avesse stipulato un accordo con Marco Zeno che, nello stesso mese, aveva conquistato Civitanova, insieme a Biancuccio da Monterubbiano e ad altri avventurieri per impadronirsi di Fermo. I Priori della città di Fermo presero molto sul serio tale sospetto, si riunirono nel palazzo del Comune e vollero accertarsi che la voce fosse effettivamente destituita di ogni fondamento.

La fine di Boffo

Boffo, nel periodo in cui fu signore di Carassai, strinse amicizia con Lionello Ameli che allora era padrone di Rocca Monte Varmine. La credenza popolare spesso in passato ha associato la maestosità di questo castello con il personaggio di Boffo ma nessun documento, come abbiamo detto, conferma tale supposizione. E’ pure da ritenere una voce popolare quella che considera la casa con portale “vignolesco” sita nel Castello Vecchio di Carassai come la residenza carassanese di Boffo da Massa. In realtà i proprietari di quella abitazione, dal ‘500 in poi, furono i Garulli, e che la casa fosse di proprietà di Boffo non è comprovato da alcun documento.
Non sappiamo dunque con sicurezza se Boffo soggiornasse stabilmente a Carassai, ma possiamo affermare con ragionevole certezza che egli il 4 settembre del 1387, a Carassai, venne colpito a tradimento mortalmente, al capo, con una accetta. E’ questa almeno la versione lasciataci in Antichità Picene dal Colucci, il quale aggiunge che il cadavere del guerriero fu sepolto nella chiesa pievania di Sant’Eusebio, che si trovava a poche centinaia di metri ad est del castello di Carassai; anzi lo stesso autore precisa che in cornu Evangelii di tale chiesa venne impressa la seguente iscrizione: Anno Dni Millesimo Trecentesimo octuagesimo septimo tempore Ssmi Dni Urbani die quarta mensis septembris hoc est sepulchrum …Boffo de Massa Hic jacet.
Dopo la sua morte, il governo pontificio obbligò i suoi eredi a pagare una dativa pro concordia cum pontefice. Antonio di Nicolò in “Cronache Fermane” riferisce invece che Boffo fu ucciso e sepolto nella terra di Monterubbiano.
La chiesa di Sant’Eusebio di Carassai fu in parte demolita nel 1832 e il materiale edilizio ricavato dalla demolizione fu riutilizzato per la costruzione della casa parrocchiale. Il medico Gian Paolo Polini riferisce nel suo romanzo storico Boffo da Massa, pubblicato nel 1888, la testimonianza di un operaio che aveva preso parte ai lavori di demolizione della chiesa. A detta di tale testimone oculare lo scheletro di Boffo fu effettivamente trovato durante i lavori: era, secondo questo individuo che al tempo del Polini aveva novant’anni, quello di una persona gigantesca con tibie, femori e omeri 15 cm. più lunghi della norma. Dopo il ritrovamento, le ossa del tiranno furono gettate in una fossa comune. Ciò evidentemente è in netto contrasto con quanto riferito nel testo di Cesare Trevisani, dove appunto si dice che il tiranno fosse tozzo e basso. Lo stesso Polini, nel medesimo volume, aggiunge che in cornu Evangelii della chiesa di Sant’Eusebio oltre all’iscrizione vi fosse una immagine raffigurante Boffo. Tuttavia negli inventari del Settecento relativi alla chiesa non emergono dati che confermino in modo inequivocabile tali asserzioni; infatti nei documenti si dice soltanto che sulle pareti del luogo di culto sono dipinte delle figure malridotte e tozze.

Settimio Virgili

Da “Personaggi Piceni” vol. I di Franco Regi e Settimio Virgili