Amandola → Storia e Cultura

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Amandola nella storia

Dalla Protostoria al Novecento

 stemma

stemma

Lo Stemma 
Scudo sannitico: di rosso all’albero di mandorlo al naturale, con sei rami passati tre volte in decusse, nodrito su di un monte all’italiana anch’esso al naturale, composto di sei cime, poste 1.2.3, e terrazzato di verde. Lo scudo timbrato dalla corona di Comune, formata da un cerchio d’argento murato di nero e aperto di quattro archi dello stesso (tre visibili), sostenente una cinta muraria, pure essa d’argento, aperta di sedici porte di nero (nove visibili) e sormontata da una merlatura alla ghibellina di sedici pezzi (nove visibili) sempre d’argento.
Sotto la punta dello scudo due rami al naturale, uno di alloro e uno di quercia, passati in decusse e legati con un nastro tricolore.

 

 Torrione del podestà

Torrione del podestà

Storia

La protostoria
Il comprensorio montano dell’alta valle del Tenna ha sempre svolto un importante funzione di snodo viario e di punto d’incontro fra genti diverse. Lo provano i ritrovamenti del cippo di centuriazione di epoca augustea, rivenuto nel 1955 in contrada Cerrara, ai confini con Sarnano, ma soprattutto il dinos, emerso fortuitamente alla fine dell’ottocento in località Taccarelli .
Il territorio era già popolato in età preromana. Vari rinvenimenti attestano, infatti, la presenza di sepolcreti piceni e confermano che quì si svolgevano scambi culturali da parte di un ceto aristocratico che mirava ad esibire l’alto grado di benessere raggiunto .
Il dinos, ora al Museo Nazionale delle Marche di Ancona, è composto da un recipiente bronzeo usato nei banchetti per contenere liquidi che poggia su un treppiede. Manufatto di importazione dalle colonie dell’Italia meridionale o dalle botteghe etrusche si fa risalire al V secolo a.C., parte della sua decorazione: un leone ed un cinghiale , sono conservati presso il Museo di Boston.
Il cippo di centuriazione attesta, invece, il processo di colonizzazione romana dell’ager pedemontano facente parte della “prefettura” faleronese. Sulla sua superficie sono incise due rette identificate con la lettera D e K, rispettivamente il Decumano ed il Cardo; due termini gromatici ( da groma, un asse usato per traguardare il terreno sul quale venivano tracciati i confini) che definiscono un territorio centuriato, ossia suddiviso in terreni di circa 700 metri ciascuno.
La sua presenza indica il termine dell’ager centuriato e quindi l’ inizio del terreno boschivo, non coltivabile, e pertanto disponibile per la collettività, riserva di materiale (legna) ma anche di pascolo.

L’età comunale
Negli ultimi anni del VI secolo il Piceno è invaso dai Longobardi che penetrano nella regione dal punto più debole ossia la sua parte meridionale, allo scopo di creare una via di collegamento fra Fermo ed il centro del ducato, Spoleto.
La regione picena non fu che una piccola parte del ducato longobardo e le tracce di questa dominazione, oltre al sepolcreto di Castel Trosino a poca distanza da Ascoli Piceno, possono scorgersi nei tanti toponimi lasciati nel territorio: Fara (fare, clan gentilizio), nei pressi di Montefalcone App., Sculcola (da Scolca, vigilanza) sulla sinistra dell’Ambro, Guaita (waita, piccolo territorio) a Visso.
L’intervento dei Franchi, chiamati in soccorso dai Papi con la sconfitta del re Desiderio da parte di Carlo Magno, a causa della loro debolezza politica ed amministrativa non modifica lo status lasciato dai longobardi nella nostra regione ma, quale eredità della loro presenza, favorisce l’insediamento di famiglie , i Bonifaci, a popolare la valle del Tenna.
Uno dei documenti più importanti per delineare la storia antecedente la formazione dei comuni è senz’altro la Carta del 977, compresa nel Codice 1030 dell’Archivio Diplomatico di Fermo.
Con tale atto si attesta la concessione in enfiteusi, fino alla terza generazione, da parte del vescovo di Fermo Gaidulfo di ampi territori che si estendono lungo la vallata prospiciente il monte Castel Manardo, abbracciando i comuni di Comunanza e Montefortino ed avendo come confini le proprietà farfensi di S. Vittoria in Matenano.
Una parte dei beni concessi a Mainardo, evidentemente troppo vicini al territorio vissano, erano percorsi dalle greggi di quest’ultimi che si spingevano sino alla foce dell’Ambro e questo avrebbe obbligato il proprietario a costruire una rocca difensiva che conferirà al luogo il nome di Castel Manardo, monte sulla cui cima si incontreranno le proprietà di quelle Comunanze che formeranno poi i comuni di Montefortino, Amandola e Sarnano.
I primi documenti dell’Archivio storico di Amandola risalgono al 1044 e rispecchiano il quadro amministrativo ancora legato alla legislazione agraria di stampo romano: i vari affittuari (livellari, precarii, coloni) e figure di derivazione franca: i vassalli. Il tutto ci riporta ad una delle più importanti abbazie del territorio, il monastero di S. Anastasio in Cisiano, alle pendici del monte Berro.
La nascita di Amandola non deriva dallo sviluppo di precedenti vici o pagi ma perlopiù dall’esigenza spontanea delle genti, vassalli o no, di riunirsi in un luogo più protetto per costituirsi dapprima in una comunanza e successivamente in un organismo più complesso, il comune (fenomeno dell’incastellamento) che, per il territorio amandolese, si colloca al centro di importanti vie di collegamento che conducono lungo la direttrice Pian di Pieca (Sarnano), Amandola, Montefortino, Montemonaco, Montegallo, Arquata, Amatrice e proseguono in territorio abruzzese.
E’ la cosiddetta via Francisca che dall’Umbria penetrava in Toscana, in parte della Padania e da questa in Francia.
La prima testimonianza documentale del Comune risale all’atto di compravendita dei “…castrum Rocce Calvellis et castrum Montis Bonafissi et partem eorum de castro Vetulo, et parte eorum de castro Exoliti posit in Comitato Firmano…” del 29 ottobre 1249.
Con atto del 1 giugno 1265 il veneto cardinale Simone Paltinieri, Legato pontificio inviato nella Marca da Papa Urbano IV per contrastare i successi del re Manfredi e le conseguenti diserzioni dei signori locali dall’autorità ecclesiastica, riconosce e pone sotto la protezione della Sede Apostolica la comunità di Amandola e allo stesso tempo la nobiltà del contado, rappresentata dalle famiglie dei Bonifazi, De Brunforte, Munaldi, De Massa, De Monte Passillo, cede parti di territorio con i rispettivi abitanti al neonato comune (Ferranti, 1891).
Ma che queste cessioni non fossero proprio “spontanee” si nota dal fatto che gli amandolesi volessero, “… per non compromettere la loro pace, che ciò ( l’affrancamento delle genti ndr) avvenisse senza l’annuenza, o cessione di ogni pretesa per parte dei Munaldi” (Ferranti,1891). Tant’è che questi stessi nobili per il solo fatto che Amandola fosse alleata del comune vicino di Castel Scoppio ( sottrattosi al dominio dei De Massa) ruppero ogni patto e quindi anche l’accordo su accennato, che quindi non ebbe pieno effetto.
La storia dei primi anni è tutta scritta fra le pagine di queste pergamene che attestano la continua opera di acquisizione di terreni e genti, nell’ottica di un progressivo incremento e consolidamento della neonata istituzione .
Non sempre però il signore feudale osteggia tali patti, talvolta il nobile diventa esso stesso proprietario di abitazioni all’interno del Comune se non addirittura viene eletto alle cariche amministrative.

Capitolato dell’arte della lana
Rafforzata l’unità comunale, Amandola dové difendere la propria autonomia e l’integrità del proprio territorio dai continui attacchi dei comuni limitrofi per questioni confinarie e soprattutto sarà costretta alle pur brevi ma onerose dominazioni delle Signorie locali (da Varano, Malatesta) e dal transito di eserciti (Sforza).
Rientrerà sempre e comunque sotto la podestà della Chiesa non incline a cedere territori considerati suo “demanio et dominio” .
La prosperità dell’economia locale si manifesta nei secc. XIV e XV con l’industria laniera e più in generale mercantile che non si esplica solo nel settore tessile, ma anche nell’ambito agro-pastorale e spesso addirittura anche in quello notarile. (Gobbi,2001)
Un esempio eclatante in tal senso è rappresentato dalle poliedriche attività commerciali del pittore amandolese Giulio Vergari ( 1480 ca-1560 ca).
La ricerca documentale ( Gagliardi, 2002) ci mostra un personaggio le cui “…rendite fondiarie, il notariato, il prestito di denaro, il commercio del grano e di altre lucrose attività imprenditoriali e professionali hanno favorito l’ascesa politica e sociale della famiglia ‘Vergarius’ …”.
Nello Statuto del 1336 le Corporazioni risultavano suddivise in sei classi, ciascuna retta da un capitano eletto per estrazione pubblica.
Il Capitolato dell’Arte della Lana, steso nel 1463 fra i rappresentanti comunali ed i mercanti locali, regolava rigidamente l’ingresso di nuovi imprenditori nella Corporazione, le fasi di lavorazione, i materiali impiegati e naturalmente il risultato finale che doveva essere conforme a standard ben definiti e confermato da appositi addetti: i rivedituri.
Accanto al lavoro artigianale attivi programmi di messa a coltura delle terre incrementano sia l’agricoltura che la pastorizia entrambe strettamente collegate allo sviluppo dei commerci.
Lungo il versante adriatico dei Sibillini l’ eccessiva polverizzazione dei proprietari impedisce l’accentrarsi di grandi greggi in poche mani, rendendo più fragile l’economia derivante dalla pastorizia e quindi più soggetta alle crisi cicliche demografiche e di penuria economica. (Gobbi, 2001)

Crisi politica ed economica dei secoli XVI – XVIII
La crisi economica che interessò tutta la Marca fin dal XVI secolo incise su un’economia locale già pesantemente sottoposta all’azione di carestie (negli anni 1520, 1590 e 1648) tanto da spingere il Comune ad acquisire pascoli montani, favorire la costituzione di un Monte Frumentario e ridurre la pressione fiscale.
Il minor peso della pastorizia comporterà un progressivo impoverimento delle fasce montane rispetto a quelle collinari creando così la base per il futuro sviluppo di queste che costituiranno il punto di arrivo delle dinamiche di emigrazione all’interno del territorio stesso.
Dal punto di vista governativo il periodo che va dal XVI secolo sino all’ottocento si caratterizza per la scarsa vivacità politico-sociale ma soprattutto per il rigoroso controllo temporale dell’amministrazione papalina che, sottraendo ulteriori risorse economiche, soffoca lo sviluppo del territorio.
Dal punto di vista demografico uno degli effetti più evidenti di questa congiuntura fu sicuramente la crisi a cui andò incontro tutto il territorio montano tanto da doversi drasticamente ridurre il numero dei Consiglieri comunali che, ad Amandola, dagli iniziali 240 del XVI secolo passò agli 80 del secolo successivo e ai 40 degli inizi del ‘700 ma già cinquant’anni dopo il Consiglio, sempre composto dalla classe nobiliare, doveva essere integrato da componenti di altri ceti sociali quali gli artigiani ed i contadini possidenti.
Abbandonando la cura della res pubblica, nuovi ceti sociali emergenti (commercianti e piccoli imprenditori) si ritaglieranno via via uno spazio sempre più ampio e si prepareranno ad occupare le amministrazioni comunali, sino ad essere eletti a capo delle stesse a discapito della vecchia classe nobiliare, legata alle gerarchie ecclesiastiche dalla concessione di privilegi e che, non occupandosi più di arti o mestieri, si dedicherà solamente alla gestione delle loro proprietà terriere.
Dall’invasione francese all’Unità d’Italia
Questo territorio entrò bruscamente in contatto con l’esercito francese d’invasione del generale Gardenne nel giugno del 1798 in occasione dello sfortunato tentativo di resistenza civile presso la frazione Rustici, lungo la via per Sarnano.
La resistenza, fallita, si concluse con la fucilazione di 11 contadini e sottopose il Comune alla rappresaglia che si protrasse per tre giorni (dal 21 al 23 giugno) di cui l’efferato episodio della profanazione della tomba del Beato Antonio ne rappresenta il volto più truce.
Nell’ambito della suddivisione in Cantoni operata dall’amministrazione transalpina, Amandola venne inserita a capofila di una serie di comuni (fra cui Comunanza, Montefortino, Montemonaco, Montegallo) e tale organizzazione permarrà nel tempo anche dopo la restaurazione dello Stato della Chiesa.
Nel nuovo assetto (1817) il Comune verrà definitivamente scorporato dalla Delegazione di Macerata e affidato a quella di Ascoli; tali suddivisioni rimarranno sino all’Unità d’Italia.
Diverse ed importanti le variazioni urbanistiche che cambieranno il volto del paese delineando così quello che sarà l’assetto definitivo della cittadina.

Porta S. Giacomo

Porta S. Giacomo

Urbanisticamente la piazza del Risorgimento assumerà importanza sempre maggiore per lo spostamento del centro amministrativo ed economico da Piazza Umberto 1° all’attuale . Ciò comporterà l’avanzamento, nel 1836, dell’antica porta S. Giacomo a chiudere il semicerchio della piazza, l’abbattimento del convento intramoenia dei monaci di S. Vincenzo ed Anastasio con l’annessa chiesa ( 1807 – 1836) edificate proprio nello spazio retrostante il Municipio (piazzale Ferranti) e la definitiva demolizione della porta Marrubbione sita a fianco del campanile di S. Agostino.
Nella seconda metà dell’ottocento si procederà all’apertura delle strade per Ascoli ( 1862), per Servigliano ( 1869) e verso la montagna (1882) e solo agli inizi del novecento si procederà alla costruzione della ferrovia Amandola-Porto S. Giorgio.

Il Novecento
Nell’ultimo conflitto bellico questo territorio sarà teatro di aspre scaramucce fra i nuclei di resistenza partigiana e l’esercito tedesco.
Nell’ottobre del ’43 uno di questi episodi si concluderà con la fucilazione nella piazza principale del partigiano Angelo Biondi mentre l’anno successivo, in seguito ad una breve imboscata, una nuova rappresaglia verrà effettuata presso la frazione Tofe di Montemonaco.
La ricostruzione del dopoguerra vede la crisi delle forme tradizionali di attività produttive con progressivo impoverimento della popolazione e conseguente flusso migratorio verso le aree ad incipiente industrializzazione; questo comporterà un esodo che, solo ad Amandola, determinerà un calo vertiginoso al ritmo di circa 1000 abitanti per decennio (Egidi, 1980) dal 1950 al 1970 con relativo assestamento della popolazione ai 4064 abitanti del 1988.
Nonostante la risalita industriale lungo le valli, l’esempio del polo manifatturiero di Comunanza è significativo, che consentirà di arginare questo continuo flusso migratorio con lo sviluppo di un indotto costituito da piccole realtà industriali collegate e l’affacciarsi di un’economia sommersa legata al part-time, diversi e gravi permangono i fattori che impediscono il definitivo decollo dell’area montana: le vie di comunicazione, l’impulso alle imprese artigiane, il miglioramento qualitativo e quantitativo del turismo, lo sviluppo di aziende agro-silvo-pastorali.
Sicuramente l’abbandono dei particolarismi, la sublimazione dell’orgoglio campanilistico verso un’identità di territorio aggiunte alle peculiari caratteristiche naturali e sociali rappresenterebbero il riscatto da una china inarrestabile che ingigantirebbe l’isolamento culturale ed economico di tutta l’area montana.

Mario Antonelli