Montegiorgio → Arte

Una lettura a sé richiede l’opera di Gaetano Orsolini, presente a Montegiorgio con lavori che appartengono alle varie stagioni della sua intensa attività di scultore.
Tra gli artisti che hanno contribuito a formare l’immagine della scultura italiana della prima metà del Novecento, Gaetano Orsolini rappresenta in modo inequivocabile le contraddizioni di una stagione difficile, le difficoltà e le lacerazioni di eventi politicamente e storicamente complessi.
Dicendo che la sua è una forma d’arte naturalistica, profonda ed equilibrata e nel tempo stesso, omaggio fedele alla grandezza dell’antico, mi sembra di puntualizzare l’amore che egli nutre per la realtà e il bisogno avvertito di idealizzarla.
Dal predominio plastico della forma, all’austerità della materia, fino all’amplificazione celebrativa dei volumi, penso si possa indicare in questo modo il percorso principale che lo rese celebre in vita e lo condusse nell’oblio già sul finire degli anni ’50.
L’artista, cercando le ragioni interne, l’anima stessa del linguaggio plastico, non apre capitoli inediti, non sottrae la scultura a quel destino di «serioso accademismo » che caratterizzò alcuni aspetti del Novecento.
In determinati lavori – e mi riferisco ad alcune statue del ciclo, peraltro vigoroso, delle sue invenzioni plastiche – se non costringe le forme a coniugarsi con le aspettative e gli intenti della committenza pubblica, certamente le plasma prestandole alla esaltazione magniloquente e alla retorica celebrativa di una certa storia.
«Il monumento ai caduti è un’ara a cui si dovrebbe accedere in pio pellegrinaggio, ed in occasioni speciali» – dice Leonardo Bistolfi nel 1937 – ma chi osserva con occhio attento i marmi e i bronzi dei monumenti collocati in alcune piazze e giardini d’Italia, pur riconoscendo in essi una virtuosità di tecnica di primissimo ordine, difficilmente sarà sopraffatto dall’emozione della visione.
Accanto alla statuaria monumentale coesistono comunque nello scultore sia l’isolato tirocinio dell’artigiano che sa intendere il linguaggio silenzioso della pietra, del legno e del marmo, sia l’intima ricerca dell’artista significata in una serie di piccole statue di inedita e suggestiva grazia poetica.
Nell’appassionata interrogazione della materia, libera di coniugarsi con la vita e solamente in questa, Orsolini riesce a infondere alla propria scultura una sconosciuta leggerezza e una inaspettata vitalità.
Studia la bellezza, che nelle forme della scultura dovrà essere, per sua scelta, assolutamente classica; riscopre l’essenza profonda di ogni forma d’arte e la compiutezza dei linguaggi figurativi. In quegli inizi del secolo, indifferente ai gusti, alle esigenze, ai moti, alle sperimentazioni dei suoi contemporanei, lavora con dedizione, guarda al mito e dell’antico cerca di ritrovare il senso di un eterno che soltanto in certi ambienti sopravvive alla corsa della storia.
L’ammirazione per il Cinquecento e l’attenzione a Donatello, Verrocchio, Michelangelo, l’indugiare poi su quel momento tardo del Rinascimento, quando le forme evolvono verso elegie manieriste, la riflessione sul Bernini prima, quindi sul Giambologna, Giovan Battista Caccini, Felice Palma, Pietro e Ferdinando Tacca, il sentimento necessario della forma che ritroverà nell’espressione dei maestri piemontesi: Vela, Tabacchi, Biscarra e ancor più Calandra e poi Rubino, e Bistolfi, costituiscono l’universo poetico entro cui orienta la sua sensibilità di artista.
Rappresentando negli enti plastici dei tanti monumenti ai caduti per la patria l’idea di forza e di potenza fisica e ad un tempo il «genio della giovinezza italica» Gaetano Orsolini assolve il compito dell’arte-celebrazione e dell’arte-educazione.
Dal realismo semplice e robusto del Fante di Courgné l’artista approderà a Il Novecento, con il gruppo equestre di Portogruaro e di Alessandria cercando nel programma estetico della Sarfatti «…un ideale di bellezza atipica, fuori dalla labile realtà…».
Se molti lavori di Orsolini evidenziano le strettoie di un classicismo rappresentativo e denunciano un’esigenza esortativa ed encomiastica, la stanchezza retorica, coesiste, però, una serie di opere di destinazione privata la cui connotazione più rilevante è una componente neomanieristica di suggestiva bellezza. La grazia struggente del Cristo risorto nella tomba di famiglia e del Cristo dolente, avvolto in una tunica che è già sudario, nel cimitero di Montegiorgio, restano brani di insuperabile maestria. Vi si riconoscono l’intento di eludere la fissità del tema stilistico classicista, la ricerca di varianti connesse pur sempre ad un canone, però più allentato, più fragile, più duttile e variabile, attento ad esprimere un desiderio di grazia.
Se si tiene conto che molti di questi bronzi: Il Gagà, esposto al premio Donatello nel 1943, La Danza del fuoco e La Doccia, Il Satiro beffardo, Il Risveglio, il Riposo e La Modella, tutti in collezione comunale a Montegiorgio, vengono eseguiti negli stessi anni del monumento di Alessandria, concomitanti alle opere esposte alla Biennale di Venezia, contemporanei all’attività di medaglista, è stupefacente constatare come Orsolini esprima molteplici sfaccettature del suo estro poetico.
Viene da meditare sulla persistenza di questo spirito di libertà che gli è sempre appartenuto e che ha radici lontane, a Montegiorgio, nella bottega del padre, e poi a Firenze, alla Galleria dell’Accademia. Sentimento che lo sottrae dalla convenzionalità e lo spinge ad una considerazione più autentica dei valori plastici.
I tanti giovinetti equilibristi, giocolieri, in riposo o saltellanti, non hanno alcunché del rigore di quegli atleti-eroi rappresentanti le discipline ginniche coniate per le medaglie nel ventennio. Alcuni di questi piccoli bronzi riproducono, in termini di affabile favola quotidiana, la poesia di Gemito, c’è molta verità nella messa a fuoco dell’Acquaiolo, nel Concertino, nella Corsa dei sacchi.
Da questa pratica sortiscono piccoli capolavori, piacevolissime meditazioni atte ad incontrare immediatamente il gusto e l’interesse degli intenditori.
Sono lavori in bronzo, in legno, alcuni in pietra, altri appena abbozzati nel gesso, immagini di rara immediatezza, momenti di un domestico colloquiare con fanciulli, ninfe, satiri, ballerine, cui la lezione del Giambologna, di Caccini, di Pietro e Ferdinando Tacca si snoda e fa assumere alla scultura, con più dinamiche declinazioni stilistiche, fragranza di vita.
Portano tutti la firma – Orsolini –. Ci leggi dentro la storia dell’artista, la natura e la poetica di chi ha percorso tanto tempo e ha sempre conservato la certezza delle possibilità espressive della bella scultura.
Ci ritrovi uno stupore e un incanto che ci riconcilia con la difficile storia del nostro Novecento.

Mario Liberati

“Montegiorgio” di Mario Liberati – Andrea Livi Editore – pag. 240, 243