Montegiorgio → Arte

Privilegiare una documentazione parziale e selettiva, nemmeno rigorosamente sistematica, non ha significato aver perso l’opportunità di mettere in evidenza la straordinaria ricchezza del patrimonio artistico di Montegiorgio, la redazione di questo percorso è stata pensata non solo con l’intento di risultare funzionale allo svolgersi dei percorsi artistici, ma anche come occasione per evidenziare in un unico momento informazioni ed immagini disperse in fonti non sempre facilmente reperibili.
Ciò premesso, entrando in merito agli argomenti non possiamo parlare di arte rinascimentale in generale a Montegiorgio, si parlerà di arte crivellesca dell’intaglio nel circondario fermano con Giacomo Crivelli che nella tenacia della tradizione, fenomeno tipico di una zona un po’ appartata, perdurerà fino ai primi decenni del Cinquecento; si parlerà della bottega del pittore tedesco Pietro Alemanno e dei seguaci di Carlo Crivelli le cui opere a livello popolare costellano di ex voto di Madonne di Loreto e San Sebastiano le chiese extraurbane; verosimilmente è di questo momento e ascrivibile al pittore tedesco o alla sua bottega, il dipinto ad olio su tela applicata su tavola che rappresenta San Sebastiano con due gruppi di devoti genuflessi ai piedi. Il santo campeggia contro una tenda ai lati della quale si intravede il paese con in alto figure angeliche, di buon livello qualitativo, proveniente dalla chiesa dei Ss. Giovanni Battista e Benedetto.
Di bottega romana sembrerebbe la scultura lignea seicentesca di Cristo alla colonna della chiesa delle Clarisse. La potenza volumetrica dell’immagine rimanda alle tensioni formali proprie dell’epoca barocca.
La pittura si concentra, nella pochezza di testimonianze, sugli incerti autori degli affreschi di Santa Maria delle Grazie di Cerreto, di scuola umbro-marchigiana, attivi sulla prima metà del Cinquecento . La chiesa costruita in suolo lateranense, vale a dire sotto la giurisdizione del Capitolo di San Giovanni in Laterano, venne data in patronato a Mariano Pernesi di nobile famiglia fermana. La chiesa venne edificata sui primi decenni del Cinquecento anche se la zona absidale presenta caratteri architettonici tre-quattrocenteschi da lasciar supporre si trattasse di una piccola chiesa, o cappella votiva, da cui si procedette nel 1520, sfruttando questo nucleo più antico, per volontà del nobile fermano, alla costruzione della navata e della facciata così come appare oggi. Il ciclo di affreschi studiato da Elisa Bellucci6 cui appartengono le notizie storiche qui citate, mette in rilievo tempi e artisti diversi mentre unitario è il programma iconografico del ciclo mariano. «Questo fa ipotizzare la presenza di un unico “direttore dei lavori” ovvero di un’unica committenza». Una prima fase dei lavori si conclude entro il 1517; le storie di Maria, sono condotte in chiave realistica e popolare, di sapore arcaico rispetto il secondo ciclo di affreschi della navata, presumibilmente eseguito intorno agli anni ’40 del Cinquecento, nel quale si palesa un eloquio più austero ed elegante.
Una singolare diaspora caratterizza la fisionomia della cultura seicentesca delle Marche, ingegni che si allontanano presto e polo d’attrazione è Roma dove potere, denaro e gratificazione mondana e sociale sono maggiori. Si assiste al declino delle autonomie locali malinconicamente siglato nel 1631 con la devoluzione allo Stato pontificio del ducato d’Urbino, ultimo baluardo d’indipendenza politica del territorio.
Sul finire del ’500 e parte del ’600 nelle città si edificano importanti edifici sacri, secondando la propria «cattolica» tendenza al contrasto tra architettura fastosa e unitaria, tra autorità e sfoggio della curia e delle famiglie senatorie e l’indigenza dei ceti minori. Si consolida una nobiltà minore che in nulla somiglia a quelle di sangue e di spada, contenta di poter sedere nei consigli cittadini e di emulare i grandi aristocratici, essa – che in genere conta qualche monsignore tra i propri familiari – costruisce palazzi di città e case coloniche per i contadini-sudditi, «crea clientele domestiche, ottiene cariche governative quasi sempre di scarsa consistenza pratica, ma di buona immagine pubblica».
Il Buon Governo interessato a non lasciarsi sfuggire nulla della vita delle province, veglia tentando di esercitare un controllo rigoroso sull’adempimento delle prescrizioni e sulla concessione dei privilegi. Sulla base dei principi approvati dal concilio di Trento è stato dato un forte impulso alle cosiddette devozioni popolari, moltiplicando le festività religiose, i santuari, i pellegrinaggi, le processioni.
Esaminare gli effetti della Controriforma sulla realtà culturale e riuscire ad averne un quadro sufficientemente chiaro permetterà di leggere la storia senza astrazioni, genericità e indeterminatezze.
È evidente che proprio nelle Marche la Controriforma esercitò una gran suggestione: in un territorio saldamente posseduto dallo Stato pontificio la vita culturale e artistica doveva sottoporsi all’approvazione della Camera Apostolica, o dei vescovi.
Fin dalla seconda metà del Cinquecento si assiste ad un lento mutarsi della committenza e delle ragioni stesse di questa. La cultura elitaria delle alte gerarchie della Chiesa cede il passo alla devozione popolare degli oratori e delle confraternite.
«All’individualismo aristocratico, all’originalità del messaggio, si sostituisce mano a mano la tendenza all’uniformità del canone iconografico da parte dell’ordine religioso o della confraternita, e la domanda d’arte si diffonde, ma si livella all’offerta delle botteghe locali, e le occasioni dell’invenzione figurativa alla produzione di paese». (Massimo Papetti) Indicativi in questo senso possono essere la Crocifissione, l’Addolorata e san Giacomo Apostolo dipinto nel 1569 da Giacomo Agnelli di Patrignone, nella chiesa di San Giacomo di Montegiorgio di proprietà della Confraternita della Misericordia la cui segnatura HOC O(pus). F.F. SIMONAMOD(us). PRO. SUA. DEVOT(ne). ANNO D. 1569 MENSE APRILI ci rimanda a quella devozione popolare e offre un’idea della pittura di età tridentina in questo territorio, comprensibile a tutte le genti e di ogni ceto.
In questo contesto solo apparentemente dimesso fa piacere scorgere articolate tessiture che scuotono il tradizionale giudizio critico di una stagione artistica di riflusso e basterebbe riflettere sulla presenza in area montegiorgese dell’opera rappresentante San Francesco, San Nicola di Bari, Sant’Agostino, San Filippo Neri (?) e devoti genuflessi, datata 1609, del maestro olandese di Utrecht Ernest Van Schayck attivo a Castelfidardo fra il 1606 e il 1611 e al quale viene attribuita anche la Natività custodita nella chiesa di S. Francesco a Camerino e quella straordinaria del pittore urbinate Federico Barocci per riflettere sulla straordinaria ricettività nel nostro paese delle tendenze pittoriche più alte della nostra regione. Nella sua lunga attività il Barocci si servì di collaboratori e di aiuti che, dopo la sua scomparsa, ne continuarono in modo sempre più manierato lo stile e il gusto. È difficile stabilire una sicura e completa definizione tra la mano del maestro e quella dei suoi collaboratori, evidentemente attivi sotto il suo sguardo. Lavorò il Barocci per la chiesa dei Cappuccini a Crocicchia, poi passata ai Cappuccini di Urbino, perché non ipotizzare che la bellissima Natività di Montegiorgio, copia di quella del Prado non sia stata commissionata al maestro dai Francescani di Montegiorgio e lo stesso sia intervenuto nella figura della Vergine ineffabile nell’incarnato luminoso, nell’estrema tenerezza del viso visto in scorcio, lasciando il resto agli aiuti di bottega?
Le istituzioni ecclesiastiche nel pensiero proprio della Chiesa post-tridentina non hanno solo dato regole e imposto iconografie devozionali, ma essendo deputate anche all’organizzazione e all’assistenza medica, sono sempre state particolarmente coinvolte nelle gravi epidemie che hanno tanto funestato il secolo XVII.
Le Marca fermana non accusò le due crisi epidemiche del 1630 e del 1656 (in questo caso la peste sembrò interessare soltanto il centro di San Severino), mentre furono colpite dal 1620 al 1622 da un’epidemia di tifo, il quale – d’ora in avanti – alle febbri intermittenti e al vaiolo, avrebbe rappresentato, fino alla fine dell’Ottocento, una costante sempre presente nelle campagne e negli stati urbani più miseri. I malati si rivolgevano alla Chiesa per avere aiuto e assistenza e la Chiesa aiutava ed assisteva con le sue forze e con l’aiuto dei santi. La Chiesa è al centro di tutte le sofferenze del secolo, ed è sempre impegnata nel doppio ruolo di assistenza agli ammalati e di committenza di pale d’altare e affreschi che con le immagini glorificano il suo ruolo di grande mediatrice tra Dio e l’uomo malato e dispensatrice di guarigioni attraverso i santi taumaturghi. Da questo ruolo la grande messe di opera d’arte rappresentanti le epidemie del secolo, le pestilenze che hanno infuriato in tutta Europa.
I santi protettori più rappresentati sono san Rocco e san Carlo Borromeo che vediamo nei lazzaretti, nelle piazze delle città sconvolte, accanto ad altari, in grandi e monumentali chiese, attorniati da torme di cenciosi appestati e imploranti.
Sono stati dipinti quadri di grande effetto drammatico che colpiscono l’immaginazione dell’osservatore e mostrano la grandezza e la potenza della Chiesa cattolica. La bellissima pala d’altare rappresentante San Carlo Borromeo, proveniente dalla chiesa di S. Francesco datata 1615 si colloca in questo contesto storico.
Non è escluso sia stata commissionata per una scongiurata epidemia che assediava altrove lo Stato pontificio. San Carlo Borromeo è il santo più invocato e pregato dai malati e dai sani che vedono in lui, assurto alla gloria degli altari solo dopo pochi anni dalla morte, un modello della cristianità, un difensore della ortodossia e un pietoso consolatore degli afflitti.
Non si hanno notizie in merito alla committenza della notevole pala della Nascita di san Giovanni Battista, opera del noto pittore francese Stefano Parrocel, eseguita nel 1720 e proveniente dalla primitiva chiesa di S. Giovanni fuori le mura, oggi sull’abside della collegiata dei Ss. Giovanni Battista e Benedetto; più documentati risultano essere i dipinti dei Ricci, pittori fermani la cui famiglia esercitò nell’arco di tre generazioni una sorta di monopolio nell’ambito della committenza pittorica, ricevendo tutti gli incarichi principali sino al primo decennio del Settecento e fin oltre la seconda metà del secolo, con il perpetuarsi del mestiere nella famiglia.
È del 1768 la corrispondenza del primicerio Lodovico Parti, amico del preposto Minnozzi di Montegiorgio, riguardo le pitture di due quadri di un certo signor Ricci di Fermo (Filippo Ricci) che hanno come soggetti Il Cuore di Gesù e la Madonna del Rosario con San Domenico e Santa Caterina, destinati alla chiesa di S. Michele di Montegiorgio dove tutt’ora si conservano, e che nel libro dei rendiconti risulta vennero pagati rispettivamente 18 e 23 scudi10. Di Filippo Ricci, il più dotato fra i pittori della famiglia fermana, si ipotizza essere anche la pala di San Vincenzo Ferreri, rappresentato in primo piano, a figura intera, con forme plastiche rimarcate, collocata sul terzo altare della collegiata dei Ss. Giovanni Battista e Benedetto.
Nel 1765 Filippo Conti di Civitanova si impegna a dipingere un quadro di palmi 13 circa per 7 e mezzo circa, rappresentante «L’Arcangelo S. Michele che fuga il demonio con altri seguaci all’inferno» al prezzo di 50 monete Romane.
«Giungeva il 22 ottobre del 1807 un giovane di Macerata [così recita un manoscritto che portò li tre quadri dipinti dal signor Felice Ercolani per il prezzo di scudi 100, di buona fattura, rappresentano il Martirio di Santa Fausta» destinati alla chiesa di S. Francesco, sono conservati ora nel Comune di Montegiorgio.
Le commissioni si susseguono per tutto l’Ottocento, vengono fatte con viva partecipazione, ma ci si accontenta di elementi locali.
Nel 1827 il padre Anastasio dei Minori Osservanti di Macerata rinuncia per la sua età avanzata al compito di dipingere il quadro di Sant’Emidio da porsi nella pubblica cappella della chiesa collegiata, il Consiglio Comunale trova un altro pittore figurista, il signor Capannari di Osimo che rappresenterà il santo, in ginocchio, con paramenti pontificali, mentre presenta alla Beata Vergine il paese di Montegiorgio abbozzato sullo sfondo invocandone la protezione, oggi collocato sulla prima cappella di sinistra della collegiata.
Nel 1895 Luigi Fontana di Monte San Pietrangeli, pittore, scultore, architetto, accademico di san Luca, ormai in là con gli anni, presente a Montegiorgio con la bellissima Annunciazione dipinta intorno agli anni ’70 per la chiesa dei Cappuccini, ritorna nella cappella dell’Addolorata della Collegiata con un inconfondibile, prezioso tessuto pittorico, evocatore di valori cromatici madreperlacei e lucenti, «manifestazioni luminose di un astro vicino al tramonto». Del maestro, segnalatomi da Mario Liberati, è pure un olio su tela rappresentante il santo martire Marone commissionato da Nardi Gaetano per una guarigione ottenuta ad intercessione del santo; lo stesso Nardi chiede di poter esporre il dipinto alla pubblica venerazione nella chiesa parrocchiale dei Ss. Nicolò e Savino ed ottenne l’autorizzazione dal Venerabile Capitolo di Fermo il 30 maggio 1905.
Sul versante dell’arte di tema profano sono da ricordare i sei dipinti superstiti della ricca quadreria alienata intorno alla prima metà del ’900 dalla famiglia Passari di Montegiorgio, oggi nelle collezioni comunali, ripropongono in forma di citazione, monumenti e reperti della civiltà classica, le rovine di Roma, i simboli culto dell’antichità. Nelle Marche numerose Accademie letterarie e scientifiche conferirono nel corso del Settecento un preciso volto culturale alla regione. Le «conversazioni filosofiche» delle accademie arcadiche – a Fermo c’erano quelle degli Erranti, Raffrontati, Vaganti – sui meriti degli antichi rispetto ai moderni caratterizzano il volto culturale della Marca Fermana.
Le tele della collezione Passari sono capricci in cui si può riconoscere un’impronta già protoromantica, vedute ideate, care al gusto settecentesco, di cui Piranesi, Peruzzini e poi Panini furono alti rappresentanti. L’esaltazione delle rovine, espressione della magnificenza dell’antico si coniuga con una natura a volte
maestosa altre volte silente, impreziosita da una luminosità azzurrina che tutto avvolge e trascolora, rocce, pietre, uomini, storia.
Molto più tardi sulla seconda metà dell’Ottocento l’antico verrà rivisitato in un tripudio di colori nella volta del teatro Alaleona, con le Muse sospese nell’aria, fluttuanti entro comparti scanditi da motivi floreali, per mano del pittore Giovanni Picca; negli stucchi ornamentali e nelle cariatidi impreziosite nelle rifiniture oro, che dividono i palchi, prodotte in chiaro gusto neoclassico dal disegnatore e plasticatore Salomone Salomoni, ma sarà solo un’eco di quella antica storia.

Mario Liberati

“Montegiorgio” di Mario Liberati – Andrea Livi Editore – pag. 231, 236