Ortezzano → Borgo e Territorio

Ortezzano panorama

Ortezzano

Il paese ed il territorio

vista del centro storico

vista del centro storico

Geografia fisica-antropologica

E’ posto a metà collina, tanto da non fregiarsi dell’appositivo “Monte” come molti dei suoi vicini. Conta, all’interno del centro storico, circa 250 anime sul totale di circa 800 abitanti. Il resto della popolazione, come nella maggior parte dei comuni che affacciano su una valle, sia essa dell’Aso che del Tenna o dei due Ete Vivo e Morto, ha spostato i propri interessi commerciali e produttivi nelle zone pianeggianti lasciando ai centri storici il compito della memoria e della sirena turistica. Se è vero che questo ha comportato spesso un danno ambientale grave ed irreversibile, è anche vero che ciò ha in qualche modo conservato tutta la bellezza ed il fascino dei nostri centri storici, spesso abbandonati ma rimasti per ciò spesso intatti.

Signori, si cambia. Dimostrata la fatuità di un tipo di sviluppo che sembrava indiscutibile, i nostri gioielli tornano a brillare di luce propria e diventano centri di interesse turistico, ricchi di storia, cultura, arte, ambiente, tradizione e, soprattutto, Ospitalità con la “O” maiuscola. Ne è testimonianza il numero di visitatori sempre in aumento e l’apprezzamento di cui anche Ortezzano gode con innumerevoli presenze durante l’anno nelle sue strutture turistiche.

L’origine del primo nucleo fortificato è da ritenersi alto medievale, ascrivibile al X secolo.
L’impianto edilizio urbanistico attuale, con qualche intromissione e molti restauri, può essere fatto risalire parzialmente al periodo di fine XIII secolo; riguarda cioè la zona della chiesa di San Girolamo e gli spazi circostanti.
Arriviamo dalla S.P. 56 e ci incuneiamo su Largo del Carmine su cui si affaccia la chiesa omonima, splendido gioiello di architettura locale.

 

chiesa del Carmine

chiesa del Carmine

- Chiesa del Carmine (1715 – 1725). Opera dei fratelli Filippo e Giulio Papetti. Conserva un Carlo Maratta e le Via Crucis, incise su rame, dal romano Francesco Pozzu nel 1872. Il campanile è del 1847.
Iscrizioni su lapidi colonnari:
“ D.O.M. Templum hoc B.M.V. de Carmelo cum altaribus omnibus supremo imposito lapide Philippus et Iulius fratres de Papettis proprio aere in honorem gratiq: animi monumen: tantae Patronae construi ornari ac integro suppellectili et SS. reliquiis ditari curarunt ab anno MDCCXV ad anno MDCCXXV.”
“D.O.M. Altari maiori huius templi quandocumq. Sacerd. in suffrag. animar. defunti de familia Papetti celebraverit S: Mis: Sacr: SS: D. N. P. Benedictus XIII privileg. Apos: pro liberatione a poenis purgatorii, in perpetuum per breve speciale concessit et indulsit. Anno MDCCXC”.

Fu usata come Chiesa cimiteriale. La perizia del pubblico perito Anacleto Porchiesi di Collina del 17.8.1861, la descrive eretta nella parte boreale del paese. Il suo muro di facciata era in linea con le mura castellane, mentre il corpo di fabbrica sporgeva interamente fuori del pomerio interno, ed occupava una parte del terreno adiacente di proprietà della Casa della Missione di Fermo. Era isolata. Stava nel suo davanti uno spazioso piazzale. Di fronte aveva due orti e l’imboccatura della strada del Forno, nonché un antico Torrione disabitato. Ai lati aveva due linee di muro castellano, uno dei quali terminava con la Porta Settentrionale del paese, detta Porta da Bora.

[Il 20 aprile 1849, sotto la Repubblica Romana, il consiglio comunale di Ortezzano propose di demolire l’antica Porta del Castello in contrada Piazzetta.“L’Arco dell’antica Porta del Castello esistente nell’interno del paese, e precisamente in contrada Piazzetta, oltre che minaccia rovina, come ognun vede, serve anche d’incomodo, rendendo più angusto il passaggio alla popolazione, specialmente in circostanza di processioni. Per siffatti motivi la magistratura propone la demolizione del suddetto Arco, onde prevenire il pericolo che possa rovinare, perché sia reso più comodo il passaggio dalla Piazzetta alla Chiesa Parrocchiale”.]

 

Via del Forno

Via del Forno

Al limite del Sagrato, prima di imboccare Via del Forno

 

- Torre pentagonale irregolare aperta con merli ghibellini. Fa parte di un altro muro di cinta. La costruzione risale al periodo pontificio avignonese (1309-1377). I lati misurano cm 270 x 345 x 355 x 300 x 385. E’ alta m. ~ 15.
[La Porta da Bora vicino al Torrione fu abbattuta al tempo dei Podestà.
Al Torrione seguivano: antico mattatoio; forno pubblico e monte frumentario].
Le mura di cinta dal torrione si ricongiungevano ad un’altra torre, oggi troncata, annessa al Belvedere nella Piazza Marcello Savini

 

Rinunciamo al panorama del Belvedere che guarda il mare per scendere lungo Via del Forno a respirare l’odore antico, giù fino a Porta da Sole, arco a sesto acuto sormontata dallo stemma di un’antica famiglia nobiliare.
La storia scritta nelle case:

 

Via Porta da Sole o G. Carboni.
- Casa comunale [nc. 40]. Porta da Sole. Torre con stemma del 1750. Case della Cappellanìa del Soccorso di Montedinove. Altra scritta era: “MDLXXX idus iunii …”.
Sotto il ponte si notano le tracce di una pittura, opera di Gottardo di Prato del 1329.
- Casa Iommetti: “MCCCCLII”. Sopra il ponte : “ 1563 MA… … IX”.
- Casa Renzo Maccaferro: “MCCCC b(ernardinus)”.
- Ospedale. “ Adì 20 7bris 1555.” Appartenne alla Congregazione di Carità. Fu anche sede scolastica. Oggi è residenza.
Ripa. Casa Neroni e Aleandri : “ D.O.M. MDCCCV.”
Casa natale, con lapide, del latinista prof. Giuseppe Carboni.

 

Saliamo Via Scotini con le sue scalinate poste a distanze irregolari ed apriamo su Largo San Girolamo, sagrato della chiesa omonima.

 

Largo San Girolamo

Largo San Girolamo

Largo S. Girolamo con la Chiesa parrocchiale omonima che compare nel 1290 (cfr “Rationes Decimarum” del Sella).
Lavori alla chiesa e al campanile, con citazione del costruttore (Marco Mett…), furono poi eseguiti nella seconda metà del 1500 (MDL), e sono ricordati in una scritta posta sul campanile:
“ M. MET… / M (D) L … / EVPH… / AVGVR… / M. METT… / CHRI.”
L’attuale disegno è una ricostruzione del 1767-1773.
All’interno, il quadro (Comunione di S. Girolamo) sull’altare maggiore è una copia del pavese Erminio Rossi su Domenichino. Scritte in cartiglio sul cornicione, in senso orario dall’altare, sono: “ Regina SS Rosarii – Beata me dicent – Nomine meo adscribatur victoria – Dilatasti cor meum – Sapientia data est tibi – Cor Iesu dives in omnes – Ecce mater tua – Cor Iesu cor regis “. La balaustra in ferro battuto fu eseguita dal Rutili.
Nel 1861 il Municipio intervenne sul pessimo e pericoloso stato della torre della Chiesa parrocchiale di proprietà del comune, restaurando anche la scala.
Annesso alla casa parrocchiale (1794) c’è il teatrino, che funse anche da sala cinematografica.

 

- Casa Arpini: “Anno Domini 1666. Michaelangelus et Clemens Angelini germano sanguine nati 6 februarii dederunt fodendum antrum Vincentio opifeci eidemque viridario ponendas manus”. (NOTA: scritta in un tardo latino, riferisce che nell’anno 1666 i fratelli Michelangelo e Clemente Angelini, il 6 Febbraio, affidarono al muratore Vencenzo la costruzione di una grotta e la sistemazione dell’orto)

[Il 26 agosto 1855 il consiglio comunale si riunisce per discutere una proposta dei Nobili Arpini, tendente ad uno scambio di fabbricati in contrada Piazzetta S. Girolamo.
“I fratelli Emidio e Domenico Arpini possedevano una piccola casa a due piani, del tutto isolata, in contrada Piazzetta S. Girolamo, la quale era d’ingombro tanto alla strada che la fiancheggia, quanto anche nella Piazzetta, poiché era innanzi alla Chiesa Parrocchiale di S. Girolamo.”
Gli Arpini chiedevano lo stabile N° 76 di proprietà comunale in cambio della demolizione della loro casa. La perizia per il livellamento della strada e della Piazzetta, fu eseguito dell’Ing. Porchiesi di Collina. La casa venne in seguito demolita e la piazzetta fu selciata.]

 

piazzetta

piazzetta

Un breve tratto su Via San Girolamo e siamo su PIAZZETTA , ora Piazza F. Cavallotti.

 

Su un rilievo naturale sorgeva il castello, a base rettangolare di m. 30,00 x 15,50. Il lato ovest mostra ancora le basi di due torri. La prima, oggi casa Marconi-Fulgenzi. La seconda, che in realtà fu una primitiva vedetta, fa parte della casa Malaspina.. Nel lato sud c’era l’entrata con arco sulla Piazzetta. Nel lato est resta l’odierna Via Castello. Il lato nord, con possente sperone, è lungo Via del Forno.

 

Potremmo ricongiungerci a Largo del Carmine, praticamente un tutt’uno con PIAZZETTA e giungere dove siamo partiti; preferiamo imboccare G. Leopardi lungo il quale è avvenuta la prima espansione del borgo antico. Siamo così al sagrato della chiesa di Santa Maria, di datazione incerta.

 

Chiesa di santa Maria del Soccorso

Chiesa di santa Maria del Soccorso

Chiesa di S. Maria o della Beata Vergine delle Grazie o del Soccorso o di Piazza. E’ di origine farfense e fu costruita a croce greca. Nel 1585 fu ingrandita e nel 1759 fu eretto il campanile. Sopra al medesimo e sulla cuspide è issata la croce di Lorena. Questa è dovuta al patrono delle Confraternite, S. Luigi IX re di Francia, della famiglia dei Lorena.
Nel 1956 fu allungato il presbiterio e fu costruita la cappellina della Madonna.

Conserva pregevoli opere d’arte

Scendiamo su via G. Carboni e, ancor meglio, negli intrighi del Vicolo di San Pietro per tornare a porta da Sole e poi su, lungo il belvedere, col pensiero a quando gli Ortezzanesi guardavano dalla stessa parte aspettandosi i saracini.

Lasciamo il profumo del borgo e respiriamo quello del territorio, di una civiltà antica ed agricola. Oggi sconsacrata e variamente utilizzata, un tempo fuori centro urbano, ciò che rimane della Chiesa di San Giuseppe.

Fu fatta edificare da Domenico Polidori di Ortezzano, come beneficio iuspatronato, detto di S Domenico e S Giuseppe. Vi si celebrava l’11 di ogni mese.
Poi fu proprietà della Famiglia Marcantonj. Il 1 giugno 1701 il Cap. Martio Marcantonij, barigello a Roma, chiese di potervi indire una fiera il 4 agosto di ogni anno, “con sollievo ai Compatrioti e convicini nell’esito delle grascie” (cortesia Anna Savini). Era officiata solo nella ricorrenza del Santo.
Sotto il suo loggiato [n.c. 67] avveniva la disinfezione delle malattie contagiose, tramite fumigazione, di persone ed effetti personali. Nel 1867 fu sottoposto alla suddetta procedura sanitaria Niccola Antonini fu Mariano, di ritorno da Roma, ove imperversava la peste. L’edificio oggi appartiene a privati.

 

chiesa di Sant'Antonio da Padova

chiesa di Sant’Antonio da Padova

All’estremo ovest, sulla strada che scende all’Aso, attorniata da edificazioni recenti e moderne, la chiesa di S. Antonio.

 

 La chiesa è intitolata a S. Antonio di Padova. Apparteneva alla Confraternita del Suffragio. Poi intorno al 1811 fu demaniata insieme a diversi fondi rustici. Il 17 settembre 1831 i sac. Benedetto e Raffaele Carboni ottennero dalla Tesoreria Generale di Roma la cessione della Chiesa ( e la casa annessa) purché la restaurassero e la riaprissero al Culto. Si officiava nelle sette feste della Vergine, nel giorno del titolare 13 giugno, nella domenica tra l’ottava, servendosi di un sacerdote di altro paese.
Nel 1863 la chiesa fu proclamata cimiteriale: l’ing. civile Pietro Corsi di M. Giberto, “dietro oculare ispezione”, fece scavare due tombe. Oggi conserva anche le spoglie mortali del prof. Giuseppe Carboni.
Nel 2002 Carboni Luigi erede, per usucapione, ha donato al comune il suddetto immobile.

 

Chiesa S.Maria in Nives

Chiesa S.Maria in Nives

Fanno parte del territorio comunale diverse frazioni:
Contrada CROCE, dove è la piccola chiesa di Santa Maria in Nives

 

Chiesetta di S. Maria Giàcoma o ad Nives (1641). Nel 1856 il pro Vicario foraneo D. Gaetano Medori di Collina elenca gli interventi da fare alla chiesina: il tetto, il pavimento, il quadro dell’altare, una nuova pietra sacra, il paliotto.
Nel 1864 Paolo Antonini chiedeva “la cessione definitiva senza corrisposta veruna” del piccolo e cadente fabbricato e ristrettissimo spazio annesso. La Chiesa era proprietà del comune, costruita con pietra rustica. Nel 1866 fu stipulato il passaggio e l’Antonini la restaurò. Nel 1869 veniva officiata qualche rara volta.

 

 chiesa di Santa Croce

chiesa di Santa Croce

Contrada CASTELLETTA, dove sono stati ritrovati resti di mura romane, forse pertinenti ad un accampamento. Oggi resta la chiesa di Santa Croce.

 

Il Crocetti riferisce un centro religoso avellanita (1148) sorto su un terreno dell’ancilla Christi Drusiana, figlia di Bedetoccio. Costei nel 1134 dona i suoi beni alla Congregazione di S. Romualdo. La chiesa è citata come “Ecclesia Sancte Crucis juxta flumen Asi” o “S. Croce prope Asum” o “S. Croce in pede Asi” e dipendeva dal Priorato di S. Leonardo de Volubrio (Montefortino), oggi ricostruito dal P. Pietro Lavini. Conosciamo i nomi di due cappellani: Domenico (1290-1292) e Nicola (1292). Nel 1570 il podere fu venduto dai monaci di Montecorona e il titolo fu trasferito alla Chiesa di S. Girolamo. L’ultimo rettore fu Leonardus Coloctius da Collina. Oggi esiste la chiesina di S. Croce, restaurata nel 1999 dalla fam. Angelini.
Vicino alla Chiesa c’è un complesso residenziale (oggi in cda Canale), un tempo “Antichità di Muraglia”, costruito su un insediamento piceno. Nel 1975 vi si è rinvenuta una scritta con caratteri etruscoidi: _UPTIL. L

 

Contrada CISTERNA, dove è da collocare il primo insediamento di età picena. Oggi vi si può ammirare un’antica fonte.

Chiesetta  in contrada Cisterna

Chiesetta in contrada Cisterna

Era il sito di Urticinum piceno. Oggi rimangono poche case e, cadente, la Chiesa di S. Maria della Sanità, che dal 1868 fu officiata dal parroco qualche rara volta. Era una chiesa costruita all’inizio dai farfensi. Visibili anche i resti della Castelletta dell’Indaco (casa di Maria e Vittorio Sabbatini). Il nome corrisponde, in altri documenti, a “contrada Caccialupo”. Nel 1996 in via Molino è stata scoperta una lucerna: vi si legge: FRONTO.

 

Contrada SAN MASSIMO, dove è stato ritrovato, nell’800, un mosaico pavimentale di età romana, oggi ricoperto. Possedimento Farfense, era sede di una Pieve.

Sede di un monastero farfense, costruito sulle basi di un tempio romano. (Il pavimento della stalla della casa colonica è romano).

Dai “Firma servitia debitalia” (sec. XII) risulta una Pieve di San Massimo de monte Raynaldi o de Ortatiano. Nel 1220 il pievano si chiamava Jacopo (Rationes). Nel 1320 abbiamo il pievano Egidio “plebis de Ortatiano”.

San Massimo

San Massimo

Nel 1573 è citata come chiesa rurale.

Nel 1862 risulta proprietà dei Missionarj di Fermo e nel 1868 risulta chiusa. Il 2.1.1885 il Sobrini da Collina comprò il terreno e demolì la chiesa. Però la vedova del Sobrini nel 1887 ricostruì la chiesina tuttora esistente.
Nel 1993 venne scoperta, vicino al deposito dell’acqua, una fornace risalente al 1850.

 

Località PRATO
Il nome compare in documenti farfensi. Comprende anche la vetusta cda detta “città”, sito storico di Ortezzano latino.
Nel 1877 vi si è ritrovato in “una proprietà del sig. Giulietti Romeo, un pavimento di mosaico colorato, lungo e largo circa 5 metri e oltre. Tra un grazioso fregio che corre intorno, vi erano ritratte agli angoli le quattro stagioni; nel mezzo poi un’altra figura non qualificata da coloro che la videro e che ne riferirono all’ispettore Allevi” (Notizie degli scavi di antichità, ed. Salvucci, RM 1878). Molto si è discettato su questo mosaico del quale se ne è persa ogni traccia. Certamente qualcosa fu asportato e il resto si è degradato.
Altro nome della contrada è “la Piaggia”.
Sulla vecchia crocevia è stata eretta una croce, con su scritto:
“Ricordo / sacre Missioni / predicate dai Padri Gesuiti / 31 ottobre 3 novembre / 1949”.

 

VALDASO DI ORTEZZANO Come tutti i paesi di media-alta collina, anche Ortezzano ha cercato il proprio sviluppo in pianura, in prossimità del fiume Aso, dove una fiorente attività agricola ha prodotto un insediamento moderno e vivace ed in cui ha trovato sede Mamma Rosa, pizzeria assurta all’onore delle cronache del settore per essersi aggiudicata il primo premio al concorso mondiale di pizza napoletana STG nell’anno 2012 e campione al “France Pizza Tour” di Parigi con l’originale pizza al nero di seppia.

Sfruttando la ricchezza della fertilità della valle e del territorio collinare, l’agricoltura, particolarmente indirizzata verso l’orto-frutta è riuscita a restare preminente rispetto ad altre attività produttive. Numerosi sono i laboratori artigianali a conduzione famigliare che si caratterizzano per la specificità dei prodotti: la lavorazione di carni suine e carni alternative, la produzione di olio e vino, la produzione di frutta ed ortaggi e la loro trasformazione in conserve e confetture.
I piatti della cucina tipica sono quelli della cucina marchigiana con predilezione per l’agnello arrosto “co battuto”, il castrato, la polenta, i “vincisgrassi” accompagnati dai d.o.c. Falerio e Rosso Piceno..
Numerose sono le strutture ricettive che il paese offre al visitatore che, catturato dalla bellezza, dalla quiete e dai suggestivi scorci, che narrano le antiche vicende, decide di fermarsi ad Ortezzano.
Le vie principali di collegamento per raggiungere Ortezzano, dall’autostrada o dalle ferrovie, sono i due assi viari che costeggiano a destra ed a sinistra il fiume Aso da Pedaso fino all’entroterra.

                                                                 Marcello Gaspari /  La Redazione

In grassetto e corsivo tratto da “Storia di Ortezzano” di Marcello Gaspari.