Lapedona → Architettura

Santi Lorenzo e Pietro 150

Ex collegiata dei SS. Pietro e Lorenzo a Lapedona vista da G. Crocetti

Chiesa di fine XVIII secolo

L’origine di questa chiesa, costruita nel “Quartiere da Piedi”, è da collocarsi tra la fine del sec. XIII e gli inizi del sec. XIV, quando dentro le mura del nuovo castello di Lapedona, con l’incastellamento delle popolazioni rurali, furono trasferiti anche i titoli delle loro chiese, con l’abbinamento di un altro santo patrocinatore, il diacono S. Lorenzo.

I monaci di Fonte Avellana la governarono fino al 1569, con l’assistenza spirituale limitata ad alcune famiglie, privilegio conservato anche dopo l’assoggettamento dell’Ordinario diocesano di Fermo. I parroci-rettori, a loro volta, conservarono il titolo di “Priori”.

Collegiata dei Santi Lorenzo e Pietro

Collegiata dei Santi Lorenzo e Pietro

Nel gennaio del 1687, con bolla del papa Innocenzo X, in detta chiesa, fu eretta una Collegiata composta da sette canonici e presieduta da un “Arciprete”. Ciò fu possibile per un cospicuo lascito del “Priore” D. Ippolito Petrucci, morto nel 1676. La nuova istituzione fu denominata “Arcipretura parrocchiale dei SS. Pietro Apostolo e Lorenzo martire”. Per aver specificato nel titolo giuridico che la Collegiata gestiva anche la cura d’anime, detta istituzione non fu soppressa, né dal napoleonico Governo Italico (1810), né al tempo dell’unità d’Italia dalle disposizioni eversive del Commissario Valerio per le Marche (1861).

La chiesa attuale fu costruita in stile neo-classico sul finire del sec. XVIII. I lavori furono finanziati con l’abbattimento di soprassuoli nei terreni dell’Arcipretura, dall’offerta di 300 scudi da parte della Confraternita del Carmine. La spesa complessiva fu di 3801 scudi romani, integralmente coperta dall’Arciprete Trasatti D. Antonio con patrimonio proprio. La chiesa fu aperta al culto nel 1792 e solennemente consacrata nel 1798 dal fermano Mons. Minnucci; per la riconosciuta sua magnificenza monumentale con Bolla del papa Pio Vi, fu dichiarata “insigne” ed i canonici ottennero privilegi adeguati, cioè l’uso di rocchetto e mozzetta di seta paonazza in luogo della semplice cotta. Come torre fu conservata quella eretta dal Capitolo stesso nel 1732, quale propugnacolo verso oriente, elevato sopra un baluardo delle vecchie mura castellane. Si legga la lapide commemorativa.

Per ragioni logistiche la chiesa ha un impianto con orientamento insolito:sud-nord. La facciata, lavorata con mattone a vista, presenta un disegno semplice e lineare. In alto conclude un timpano o frontone marcato da cornici mistilinee; ai lati dell’ingresso coppie di lesene o semipilastri paralleli su elevano e concludono con capitelli dell’ordine tuscanico.

Il portale ha l’aspetto di solenne struttura, culminante col timpano ad arco ribassato.

Entrando si nota che sopra la bussola, a ridosso della parete di controfacciata. È stata costruita una tribuna che abbraccia tutta l’ampiezza della chiesa per l’impianto della cassa armonica dell’organo e della cantoria. L’organo, dotato di 12 registri, è opera monumentale del celebre maestro d’organo Gaetano Callido; fu costruito nel 1784 per la vecchia chiesa. Quando fu riarmato per l’installazione nella nuova chiesa (1792) vi fu aggiunto un registro. Restaurato nel 1977 dalla ditta organaria con Pierpaolo Bigi, col contributo dell’Ente Regione.

All’interno la chiesa si presenta come un ampio monolocale, con quattro altari laterali; il presbiterio è sopraelevato di tre gradini; dietro l’altare maggiore c’è il coro ligneo con stalli disposti a semicerchio a ridosso dell’abside. E’ lunga m. 20,60 e larga m. 10,10.

Lo sguardo appagato dalla fuga di cornici e cornicioni che si rincorrono in alto, lungo le pareti; dalla verticalità dei semipilastri che scandiscono la successione delle campate tra una cappella e l’altra; dai capitelli corinzi, dall’ampia volta a botte, dalla luminosità con luce diffusa lateralmente. A sinistra, nella parete di controfaccia, sta il fonte Battesimale, ornato da una struttura di recupero, lavorata in legno, proveniente da un altare del sec. XVII discretamente conservato. Al centro si apre uno sportello centinato e custodisce tutto l’occorrente per l’amministrazione del Battesimo.

Il primo altare a sinistra, dedicato a S. Giuseppe con propria statua, è tutto costruito in legno in stile classicheggiante con inserimento di moduli ornamentali barocchi. In alto, al centro del rimpano spezzato, è incorniciata una tela con l’effige di S. Francesco da Paola, identificata dal motto “Charitas”. La base delle due colonne è decorata con gli stemmi scolpiti in legno policromo della famiglia Graziani, che vantava il diritto di giuspatronato su questo altare, un tempo dedicato a S. Nicola da Tolentino, con proprio quadro, ora riposto in sacrestia.

Il primo altare del lato destro, è ornato da cappella lignea con struttura analoga all’altare di fronte; è dedicato a Sant’Antonio Abate, con propria statua nella nicchia centrale. La base delle colonne è ornata con gli stemmi di una nobile famiglia che vi aveva istituito alcuni benefici semplici. La tela posta nel timpano raffigura “S. Filippo Neri”, dipinto riferibile al pennello di Ubaldo Ricci, imitante il capolavoro del Reni (Roma, chiesa della Vallicella).

Nella profonda cappella di sinistra è posta in venerazione l’artistica e devota immagine del “SS.mo Crocifisso”, scolpita in legno e dorata, con relativa croce verniciata in nero. E’ un manufatto che si fa ammirare per le sue proporzioni, l’intaglio assai minuto ed espressivo, e la sua buona conservazione. E’ catalogato tra gli oggetti d’arte d’Italia (vol. VIII, p.282) come opera di anonimo artista marchigiano del sec. XVI.

Alla riapertura della nuova chiesa Collegiata, 1792, a questa devota immagine fu dedicato un proprio altare nel sotterraneo della chiesa, in segno di particolare devozione, l’immagine fu protetta con cristalli nella parte anteriore per impedire approcci devozionali di mani non sempre pulite. Una speciale festa si celebra(va) ogni anno alla seconda domenica di ottobre.

Più tardi, andando in disuso l’uso del sotterraneo, fu trasferito nell’altare maggiore (1925), e quindi collocato dove è al presente, previa rimozione della tela raffigurante “Il SS.mo Crocifisso tra S. Pietro Martire e S. Antonio Abate”, ora riposta in sacrestia; nel timpano il dipinto ad olio su gtela raffigurante “S. Nicola di Bari” è riferibile ad epoca anteriore alla ricostruzione della chiesa.

Detta cappella, nel 1838 è stata restaurata e decorata con moderni dipinti a tempera del pittore S. Galimberti, purtroppo danneggiati da infiltrazioni di umidità.

PRESBITERIO – ALTARE MAGGIORE – CORO

Si accede al Presbiterio salendo per tre gradini, complessivamente un’area di metri 10×7. Sul fronte dell’arco trionfale ribassato in una targa con decorazione a stucco, è stato scritto un motto latino da riferire al Martire San Lorenzo “IN GRATICULA TE DEUM NON NEGAVIT”. Lungo le pareti laterali e nella zona absidale le linee architettoniche sono scandite dal proseguimento tutt’intorno del cornicione aggettante, dai semipilastri con capitelli corinzi e loro sviluppo ricurvo, dividendo in pennacchi la semicalotta del catino absidale.

Al lato sinistro del presbiterio di recente è stato appeso un dipinto ad olio su tela (190×110), raffigurante “Madonna di Loreto e i SS. Biagio e Francesco d’Assisi, attribuito al pittore fermano Ubaldo Ricci (1669-1732), in un inventario della chiesa del 1728 si legge che era collocato nel 2° altare a destra della vecchia chiesa di S. Lorenzo.

L’altare maggiore, impiantato al centro del presbiterio, è un singolare manufatto di artigianato locale in legno intagliato, dorato e marmorizzato: alto cm. 225, largo 420 e profondo 126. L’inventario del 1771 ci informa che detto altare fu costruito per la vecchia Collegiata a spese dell’arciprete D. Pietro Crespi (1742-1768) e consacrato da Mons. Alessandro Borgia, arcivescovo di Fermo (1724-1764), senza precisare l’anno. L’intaglio fa da ornamento al paliotto dietro il quale sono riposte le ceneri dei SS. Alessandro e Clemente, Martiri, donate alla Collegiata nel 1695 dal Card. Francesco Albani, al tabernacolo, ai gradini sopra la mensa, compresi i bordi esterni dell’altare con sviluppo a mensola. Il disegno dell’ornato sviluppa un intreccio simmetrico a serpentina di rami e fogliame vario, in voga intorno alla metà del settecento quand’era di moda lo stili “rococò”.

In dotazione di detto altare restano 16 candelieri con croce in legno dorato, da riferire all’ultimo quarto del sec. XVIII.

Al centro dell’abside, sopra il coro, dentro l’ornamento a stucco di due festoni, sormontato da una raggiera con la Santa Colomba e puttini tutt’intorno, sta un grande dipinto ad olio su tela (137×192) raffigurante: “La beata Vergine col Figlio in gloria, S. Pietro Apostolo ed il Martire S. Lorenzo steso sulla graticola”. Fu dipinto a Roma nel 1798 dal pesarese Pietro Tedeschi (1750-1806), con spese a carico dell’arciprete Antonio Trasatti. E’ una tela che armonizza con la struttura architettonica della chiesa, perché dipinta nei canoni, allora in auge, dello stile neo-classico non contaminato da altre tendenze.

Il coro, lavorato in legno di noce piena, è formato da 11 stalli disposti a semicerchio su due livelli. Il superiore per i canonici, con genuflessorio e stipetto, quello inferiore per gli assistenti con sedile e semplice gradino per inginocchiarsi. Ogni stallo ha sedile ribaltabile, compreso tra due mensole partitrici sagomate a mo’ di modiglione a due braccioli, postergale a due specchi levigati, composti tra pilastrini con capitelli ionici; sopra l’architrave conclude una cimasa intagliata a giorno tra due torce. L’inventario del 1765 informa che il coro per canonici ed assistenti fu fatto costruire dal Capitolo nel 1697. Ma lo stile neo-classico che si riscontra ai nostri giorni, unitamente alla presenza di pezzi tarlati e screpolati, evidenziano che il vecchio manufatto fu utilizzato e riadattato per la nuova chiesa sul finire del sec. XVIII.

Per le solennità e funzioni notturne entrano in funzione 9 lampadari elettrici ornati con vetro di Murano policromo, riferibili alla prima metà del sec. XX. Nel ripostiglio dietro l’altare maggiore si conservano le sculture in legno dorato, raffiguranti i busti reliquiario di San Lorenzo, S. Filippo Neri, S. Francesco da Paola, S. Francesco d’Assisi, S. Vincenzo Ferreri, S. Giacomo della marca, S. Luigi Gonzaga, S. Vincenzo de’ Paoli e santo Vescovo, privo della teca, forse S. Nicolò, catalogati come probabile opera di artista locale, molto vicino alla bottega artigiana di Morelli di Montegiorgio, che hanno prodotto simili sculture per Massignano, Carassai ed in altre località fermane tra i secoli XVIII e XIX.

Sul lato destro del presbiterio, di recente, dopo accurato restauro, è stato collocato il reperto scolpito in legno di un altare cinquecentesco (250×132). Nei pennacchi sono dipinti l’arcangelo Gabriele e l’Annunziata; nella tavola centrale (147×90) la Beata Vergine col Bambino in braccio, seduta sulla S. Casa con contorno di Angeli. Nello zoccolo superiore si legge: “Opus Hoc F(ecit) F(ieri) Petrus Marini 1545”.

Originariamente, nella vecchia chiesa, costituiva l’ornato del secondo altare destro, dedicato alla Madonna di Loreto. Ma nel sec. XVIII fu sostituito con la tela attribuita a Ubaldo Ricci ed al presente esposta nella parete dell’altro lato del presbiterio,. L’opera è stata registrata nello ”Inventario degli oggetti d’arte d’Italia” (vol. Viii, pag. 282). Vi si legge: “dipinto olio su tavola, arte marchigiana”.

Di fronte alla cappella del Crocifisso sta la cappella della madonna del carmine, con altare costruito e lavorato in legno con intagli e dorature, con spese a carico della Compagnia del carmine, fondata a Lapedona nel 1618, aggregata al Convento del Monte Carmelo in Roma nel 1626. All’anno 1686 risalgono le proprie costituzioni approvate da Mons. Barattani, Vicario generale di Fermo. A quell’epoca ci rimanda lo stile dell’altare, conservato poi nella nuova Collegiata. Nel 1798, sotto il Governo Repubblicano, ai primi di luglio la Compagnia del carmine fu sospesa, con l’incameramento dei beni. In seguito, con stenti si poté provvedere alle spese di manutenzione dell’altare e relativa officiatura.

Nel timpano con cornice a stucco di stile barocco resta una tela con l’immagine di S. Giuseppe che regge in braccio il Bambino, da riferire al pennello del fermano Ubaldo Ricci. La tela centinata pala d’altare, raffigurante “La Madonna del Carmine con le anime del Purgatorio” fu dipinta nel 1888 in Roma dal lapedonese Tobia Paoloni, all’età di anni 36. Il dipinto è in mediocre stato di conservazione (con strappi e screpolature) a causa del continuo saliscendi per l’esposizione della venerata immagine scolpita e riposta nel retrostante nicchio con trono residenza, attrezzato per il trasporto nelle processioni. Lo stile di tutto l’insieme fa riferimento ad arte barocca tra XVII e XVIII secolo. Una targhetta fissata sotto il piede della Madonna ricorda che il 13 agosto 1933, fu incoronata di “aureo diadema” da Mons. E. Attuoni, essendo Priore della Confraternita Giuseppe Sterpi.

Questa cappella possiede altri manufatti scolpiti in legno e messi in oro: la coppia di bracci portalampada, due serie di candelieri con sviluppo triangolare a pagnotte, un leggio d’altare e due candelabri a cinque bracci, opere tutte di una bottega locale operante tra la fine del settecento e gli inizi dell’ottocento.

Anche il confessionale in legno noce pieno è da assegnare a bottega artigianale locale dello stesso periodo.

Lungo le pareti della chiesa sono distribuiti 14 dipinti a olio su tela (31×45) raffiguranti “La Via Crucis”. Non si conosce l’autore, o meglio l’inventore di questa interessante scenografia, approvata dall’Ordinario Diocesano di fermo e riprodotta in moltissimi esemplari dalle botteghe di vari locali pittori (Ricci e Traiani di Fermo, Liozzi di Penna S. Giovanni, ecc.) per le chiese dell’Arcidiocesi fermana, nella seconda metà del secolo XVIII.

SACRESTIA

Nei locali della sacrestia si conserva una piccola parte delle suppellettili sacre della Collegiata e della Confraternita del Comune.

-Croce astile in legno dorato (sec. XVIII).

-Ostensorio d’argento con gemme del peso di 40 once (gr. 1070) datato 1790, acquistato dall’arciprete Trasatti.

Ostensorio antico d’argento e lunetta dorata con cherubino in bassorilievo (inizi sec. XVIII).

-Calice con patena in rame sbalzato e argento (sec. XVIII).

-Reliquiario d’argento lavorato a forma di tempietto, da riferire alla fine del sec. XIX.

-Portareliquie con supporto ligneo e lamina in rame sbalzato e argentato in stile barocco (sec.XVII-XVIII).

-Dipinto ad olio su tela (142×79) raffigurante l’Addolorata”, proveniente dal coro della vecchia Collegiata, attribuibile al pennello del fermano Filippo Ricci.

-Dipinto d’olio su tela (106×69) raffigurante “S. Giacomo della Marca” proveniente dal coro della vecchia Collegiata attribuibile come sopra.

-Dipinto ad olio su tela (200×133) raffigurante “Madonna col Figlio in gloria e S. Nicola di Tolentino”, datato 1708, attribuito al fermano Ubaldo Ricci (1669-1732); l’inventario del 1728 riferisce che ornava il secondo altare di sinistra della vecchia Collegiata di S. Lorenzo.

-Dipinto ad olio su tela (246×142) raffigurante “SS.mo Crocifisso tra S. Antonio Abate e S. Pietro martire”; ornava il primo altare a destra della vecchia Collegiata; non si conosce il nome del pittore che sembra fosse stato influenzato dallo stile degli Zuccari, o del Barocci.

Della Confraternita restano:

-Coppie di fanali processionali, scolpiti in legno con dorature a tre facciate (sec. XVIII-XIX).

-Croce processionale con corona e scultura del Crocifisso in legno intagliato e dorato (240×138), manufatto particolarmente elegante, da riferire al secolo XIX.

Croce processionale, senza Crocifisso, in legno intagliato, smaltato e argentato (279×146). Artigianato locale del secolo XVIII-XIX.

-Coppie di bastoni priorali e alcune serie di candelieri della stessa epoca.

Giuseppe Crocetti

Tratto da: “LAPEDONA storia ed arte”, a cura di Luigi Rossi e Giuseppe Crocetti, Andrea Livi Editore, anno 1998